David Olère, l'artista deportato che dipinse l'orrore di Auschwitz


Quando l’arte diventa un dovere verso chi non è sopravvissuto alla Shoah: così pensava David Olère, deportato ad Auschwitz, dove lavorò nei Sonderkommando addetti ai forni crematori. Era difficilissimo uscirne vivi: Olère fu uno dei pochi. E con la sua arte ci offre una testimonianza straordinaria.

L’arte, insieme alla letteratura e al cinema, ha raccontato facendosi testimonianza uno dei periodi più terribili della storia, una delle più grandi tragedie di sempre dell’umanità: gli orrori dell’olocausto, le persecuzioni che hanno subito gli ebrei con le leggi razziali emanate dal regime nazista, le deportazioni e i campi di concentramento e di sterminio, la morte nelle camere a gas. Indicibili atrocità compiute nella seconda guerra mondiale in nome dell’idea della superiorità di un’unica razza, quella ariana, per l’eliminazione definitiva di tutti gli ebrei e delle minoranze. Una pagina drammatica della Storia che ha visto donne e uomini, bambini e adulti improvvisamente strappati dalle loro vite quotidiane, dalle loro case, dalle loro abitudini, dai loro affetti, costretti a rifugiarsi e a nascondersi, spesso inutilmente perché poi scoperti o denunciati da impensabili e insospettate spie tra vicini, “amici”, conoscenti, e portati via in massa verso luoghi da cui nella maggior parte dei casi non avrebbero più fatto ritorno. Tra i deportati vi sono state molte persone che hanno raccontato con i loro disegni e dipinti ciò che voleva dire essere ebrei in quel momento storico: immagini con cui illustravano di nascosto quello che loro stessi subivano e vedevano all’interno dei ghetti e dei campi di concentramento e che sono state ritrovate quando i loro autori erano già stati uccisi o memorie incancellabili nella mente e negli occhi di sopravvissuti che una volta liberati hanno trovato nell’arte un mezzo per esprimere i terribili momenti che loro stessi avevano vissuto. In ogni caso l’arte è da considerarsi testimonianza e strumento per tramandarne memoria, per far comprendere alle generazioni future di quanto male sia capace l’umanità, e da questa riflessione far sì che tutto questo odio non si verifichi mai più. Che nulla di tutto ciò che accadde col nazismo e le persecuzioni razziali non si ripeta mai più. L’arte (e non solo) serve quindi a non dimenticare.

In occasione della Giornata della Memoria vi raccontiamo su queste pagine, come ormai facciamo da qualche anno, la storia di un deportato e internato ad Auschwitz che, una volta liberato, e quindi salvatosi, raffigurò nei suoi disegni e dipinti la tragedia che vide e si compì nel campo di concentramento e di sterminio su persone innocenti. Opere che divennero quindi testimonianze di ciò che lui stesso aveva visto e sentito.

È la storia di David Olère, nato il 19 gennaio 1902 a Varsavia, in Polonia, dove frequentò l’Accademia di Belle Arti. Tra il 1921 e il 1922 fu assunto come assistente architetto, pittore e scultore all’Europaïsche Film Allianz. A Berlino lavorò con Ernst Lubitsch, famoso regista e produttore cinematografico, e realizzò varie scenografie. La sua carriera iniziò dunque come scenografo nell’industria cinematografica, lavorando anche per Paramount Pictures, Fox Films e Columbia Pictures. Trasferitosi a Parigi, sposò nel 1930 Juliette Ventura, dalla cui unione nacque il figlio Alexandre. Quando venne dichiarata la guerra in Europa, David fu mobilitato nel 134° reggimento di fanteria a Lons-le-Saunier. Il 20 febbraio 1943 venne arrestato dalla polizia francese nel dipartimento di Seine-et-Oise a causa delle sue origini ebraiche e internato nel campo di Drancy, e il 2 marzo fu poi deportato ad Auschwitz. Nel campo di Auschwitz Olère rimase per quasi due anni, dal 2 marzo 1943 al 19 gennaio 1945, e qui lavorò nel Sonderkommando, un’unità speciale di lavoro costretta dai nazisti a rimuovere i corpi dalle camere a gas e i resti dai forni crematori. Selezionati dalle autorità dei campi fin dall’arrivo dei convogli di deportati, i membri del Sonderkommando vivevano in appositi settori, separati dagli altri per impedire fughe di notizie su ciò che accadeva veramente in questi ultimi luoghi; sono quelli che Primo Levi ne I sommersi e i salvati definisce “miserabili manovali della strage” e sul ruolo dei quali è ricaduta, condivisibile o non condivisibile che sia, l’accusa di non essersi rifiutati, di non aver provato a far nulla per evitare l’uccisione di così tanti innocenti. David Olère non si è rifiutato, probabilmente non si è potuto rifiutare; è stato uno dei pochi deportati a vedere con i suoi occhi tutte le fasi del processo di sterminio uscendone vivo, anche se per la maggior parte del tempo veniva impiegato per realizzare opere d’arte per le SS e per tradurre trasmissioni radiofoniche poiché conosceva molte lingue.

David Olère, Il cibo dei morti per i vivi - Autoritratto (s.d.; tela, 102 x 76 cm; Oświęcim, Museo statale di Auschwitz-Birkenau)
David Olère, Il cibo dei morti per i vivi - Autoritratto (s.d.; tela, 102 x 76 cm; Oświęcim, Museo statale di Auschwitz-Birkenau)
David Olère, Sacerdote e rabbino (s.d.; tela, 162 x 131 cm; Oświęcim, Museo statale di Auschwitz-Birkenau)  )
David Olère, Sacerdote e rabbino (s.d.; tela, 162 x 131 cm; Oświęcim, Museo statale di Auschwitz-Birkenau))
David Olère, Arrivo di un convoglio (s.d.; te,a 65 x 50 cm; New York, Museum of Jewish Heritage – A Living Memorial to the Holocaust)
David Olère, Arrivo di un convoglio (s.d.; te,a 65 x 50 cm; New York, Museum of Jewish Heritage – A Living Memorial to the Holocaust)
David Olère, I cadaveri vengono portati al forno (1945; disegno; Lohamei HaGeta'ot, Ghetto Fighters House)
David Olère, I cadaveri vengono portati al forno (1945; disegno; Lohamei HaGeta’ot, Ghetto Fighters House)
David Olère, La stanza del forno (1945; disegno, 58 x 38 cm; Lohamei HaGeta'ot, Ghetto Fighters House)
David Olère, La stanza del forno (1945; disegno, 58 x 38 cm; Lohamei HaGeta’ot, Ghetto Fighters House)

Tutto l’orrore che gli era rimasto impresso negli occhi lo ha trasformato con le sue opere in testimonianza, una volta liberato dagli americani a Ebensee nel maggio del 1945, dove si trovava dopo essere stato costretto a prendere parte alla marcia della morte nell’evacuazione del campo di Auschwitz nel gennaio dello stesso anno (da Auschwitz arrivò prima a Mauthausen e poi a Ebensee). Le opere che Olère ha realizzato dopo la Liberazione sono da considerarsi come un gesto che lui si sentiva in dovere di fare verso coloro che non erano sopravvissuti, per denunciare i crimini nazisti, per onorare le vittime della Shoah e non dimenticare ciò che era avvenuto all’interno del campo di Auschwitz. I suoi disegni e i suoi dipinti raccontano quell’orribile realtà, danno conto di ciò che accadeva nel campo, nelle camere a gas e nei forni crematori. Fu il primo a disegnare piante e sezioni di questi ambienti per spiegare esattamente come i nazisti gestivano le loro fabbriche della morte. Talvolta, nei suoi dipinti raffigura se stesso come un volto spettrale, come un testimone silenzioso che osserva scene terribili e disumane che sarebbero rimaste per sempre vive nella sua memoria.

“Nelle sue opere, David Olère combina la visione artistica con le realtà del campo accuratamente ricostruite. Di conseguenza, i suoi dipinti raffigurano coloro che non sopravvissero, a volte come volti e spettri di testimoni presentati nello scenario pittorico, a volte costituiscono il tema principale dell’opera”, spiega Agnieszka Sieradzka, storica dell’arte delle Collezioni del Memoriale di Auschwitz. “Olère condanna anche gli autori di quegli eventi, che occupano anch’essi uno spazio considerevole nelle sue opere. Queste opere contengono anche motivi autobiografici. L’artista ha mostrato ciò che lo ha tenuto in vita e che alla fine lo ha aiutato a sopravvivere: l’amore per sua moglie, la conoscenza delle lingue, la capacità di acquisire ulteriori porzioni di cibo.

David Olère, Partenza per il lavoro (1946; disegno, 43 x 33 cm; Lohamei HaGeta'ot, Ghetto Fighters House)

David Olère, Partenza per il lavoro (1946; disegno, 43 x 33 cm; Lohamei HaGeta’ot, Ghetto Fighters House)

David Olère, Inabili al lavoro (s.d.; tela, 131 x 162 cm; New York, Museum of Jewish Heritage – A Living Memorial to the Holocaust)
David Olère, Inabili al lavoro (s.d.; tela, 131 x 162 cm; New York, Museum of Jewish Heritage – A Living Memorial to the Holocaust)
David Olère, Gasazione (s.d.; tela, 131 x 162 cm; New York, Museum of Jewish Heritage – A Living Memorial to the Holocaust)
David Olère, Gasazione (s.d.; tela, 131 x 162 cm; New York, Museum of Jewish Heritage – A Living Memorial to the Holocaust)
David Olère, La strage degli innocenti (s.d.; tela; Oświęcim, Museo statale di Auschwitz-Birkenau)
David Olère, La strage degli innocenti (s.d.; tela; Oświęcim, Museo statale di Auschwitz-Birkenau)
David Olère, Lo sguardo della morte (s.d.; tela; Oświęcim, Museo statale di Auschwitz-Birkenau)
David Olère, Lo sguardo della morte (s.d.; tela; Oświęcim, Museo statale di Auschwitz-Birkenau)
David Olère, Speranza di una vita migliore - Amore vincitore (s.d.; tela; Oświęcim, Museo statale di Auschwitz-Birkenau)
David Olère, Speranza di una vita migliore - Amore vincitore (s.d.; tela; Oświęcim, Museo statale di Auschwitz-Birkenau)

Spesso nei dipinti vediamo l’autore stesso, con un numero tatuato sul braccio, come prigioniero del campo di Auschwitz, che vide con i suoi occhi il processo di sterminio”. Nelle sue opere, aggiunge Sieradzka, “si possono vedere le fasi del processo di sterminio: persone nello spogliatoio, nella camera a gas, scene in cui venivano strappati i denti d’oro alle vittime, scene del forno crematorio e della sepoltura dei corpi. Nelle opere di Olère possiamo vedere anche crudeli esperimenti medici, torture e uccisioni di prigionieri da parte delle SS, fame, paura e disperazione che facevano parte della vita quotidiana dei prigionieri”. Per gli studiosi le opere di Olère hanno un valore unico, in quanto documenti che illustrano le atrocità dello sterminio; sono raffigurazioni di dettagli di cui erano a conoscenza solo i membri del Sonderkommando.

Tra i suoi dipinti più noti è da considerare Il cibo dei morti per i vivi, dove lo stesso Olère si raffigura in primo piano, con il volto scavato e gli occhi sgranati, mentre raccoglie il cibo abbandonato vicino agli spogliatoi del forno crematorio per gettarlo oltre la recinzione alle detenute del campo femminile. Ma anche altre scene che raffigurano l’arrivo di un convoglio con un carro in primo piano che trasporta i cadaveri di un convoglio precedente, o tre Muselmänner (termine con cui si indicava coloro che erano destinati alla morte per via del loro esaurimento fisico e mentale) che si sostengono a vicenda mentre barcollano verso la camera a gas. O ancora, coloro che non potevano lavorare, motivo spesso di condanna a morte immediata, o il momento della somministrazione di un’iniezione da esperimento medico. Tra le immagini più tragiche la Gasazione.

La più grande collezione di dipinti di David Olère è conservata nelle collezioni del Memoriale di Auschwitz (presente anche un ritratto di Olère grazie allo scrittore, storico e avvocato Serge Klarsfeld). Quest’ultimo ha infatti donato nel 2014 al Memoriale di Auschwitz la prima opera dell’artista in assoluto a entrare nelle collezioni del museo: si tratta di un autoritratto in primissimo piano con la tipica “divisa” a righe con berretto e cucito sul petto il numero 106 144 che lo contrassegnava all’interno del campo. Altri disegni, come quello che raffigura lo stesso Olère punito nel bunker, fanno parte delle collezioni dello Yad Vashem, il Centro internazionale per la memoria dell’Olocausto; altri sono conservati al Museum of Jewish Heritage di New York, altri ancora al Ghetto Fighters’ House Museum in Galilea, pochi altri appartengono a privati.

David Olère muore a Noisy-le-Grand, in Francia, nell’agosto 1985. Dopo la sua scomparsa, sua moglie e suo figlio Alexandre, nonché eredi come il nipote, hanno proseguito la volontà dell’artista: i suoi dipinti e disegni sono stati esposti in diversi musei per diffondere il messaggio delle sue opere, per raccontare la realtà di Auschwitz e onorare le vittime dell’Olocausto. Immagini forti, spesso scioccanti, che gridano la volontà di non dimenticare.


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Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Giornalista, sono co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. Sono nata a Carrara nel 1987 e mi sono laureata a Pisa. Sono responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.




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