Il respiro del deserto: l'importanza e la rappresentazione del gatto nell'Antico Egitto


Il gatto nell’Antico Egitto era rispettato e venerato, considerato una creatura portatrice di fortuna, capace di affrontare le forze del male e associato a divinità come Bastet e Ra.

Ci fu un tempo in cui l’antico popolo d’Egitto iniziò a riservare una profonda venerazione verso gli animali, considerandoli incarnazioni sulla terra delle divinità. Il coccodrillo, per esempio, era visto come l’incarnazione del potente dio Sobek, simbolo di potere e fertilità. L’ibis, invece, rappresentava Thoth, la divinità della scrittura e della sapienza, incarnando la conoscenza e l’intelletto. Il falco, simbolo sia sulla terra che nel cielo, era associato al dio Horus, divinità del cielo e protettore del regno. Tuttavia, tra tutte le divinità venerate, emerge una creatura che occupa un posto importante nel panorama del pantheon egiziano: il gatto, che oltre ad essere un abile cacciatore, era considerato sacro e rappresentava il guardiano silente dei due mondi, quello terreno e quello dell’aldilà. Il gatto incarnava molteplici significati e simboli nella cultura egizia: era associato alla protezione, alla fertilità e alla prosperità, nonché alla capacità di affrontare le forze del male e del caos. Incarnava una fusione tra quella che era la loro natura sacra e protettiva e quella che invece era la loro compagnia domestica.

Anche nella vita di tutti i giorni il gatto ricopriva un ruolo ben preciso: l’Egitto era una società agraria ben organizzata, il che comportava l’immagazzinamento di grandi quantità di grano. Questo attirava un gran numero di ’parassiti’ indesiderati come roditori e piccoli uccelli, e gli stessi rifiuti gettati negli insediamenti e nei dintorni attiravano ulteriori animali opportunisti. È dunque probabile che i gatti selvatici si siano avvicinati ai villaggi per cacciare queste bestiole. Anche i serpenti erano attratti dagli stessi animali approfittatori, specialmente quand’erano in cerca di terreni più elevati durante le inondazioni: erano però temuti a causa della loro potenziale pericolosità per gli esseri umani e il bestiame. La presenza dei gatti nei villaggi e nelle comunità agricole quindi portò ad una significativa riduzione delle popolazioni di roditori che danneggiavano i raccolti, contribuendo così alla sicurezza alimentare della popolazione. Allo stesso tempo, la loro abilità nel tenere lontani i serpenti, li rese ancor più preziosi e rispettati. Di conseguenza, i residenti incoraggiavano la loro permanenza nelle vicinanze delle abitazioni lasciando loro avanzi di cibo per attirarli e convincerli a stabilirsi. Oltre a ciò, secondo un papiro del Nuovo Regno sull’interpretazione dei sogni, vedere un grosso gatto era considerato di buon auspicio, in quanto l’apparizione dei felini vicino ai campi era considerata preannuncio di un grande raccolto.

Statue di gatti al Louvre
Statue di gatti al Louvre
Arte egizia, Statuetta di gatto (Epoca Tarda; bronzo, 20,58 x 7,2 x 11,5 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 886)
Arte egizia, Statuetta di gatto (Epoca Tarda; bronzo, 20,58 x 7,2 x 11,5 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 886)
Arte egizia, Statuetta di gatto (Epoca Tarda, 722 - 332 a.C.; bronzo, 3,3 x 2 x 4 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 891)
Arte egizia, Statuetta di gatto (Epoca Tarda, 722 - 332 a.C.; bronzo, 3,3 x 2 x 4 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 891)
Arte egizia, Statuetta di gatto (Epoca Tarda - Periodo Tolemaico, 664-30 a.C.; metallo, 15,8 x 5,8 x 11,5 cm; New York, Metropolitan Museum, inv. 10.130.1332)
Arte egizia, Statuetta di gatto (Epoca Tarda - Periodo Tolemaico, 664-30 a.C.; metallo, 15,8 x 5,8 x 11,5 cm; New York, Metropolitan Museum, inv. 10.130.1332)
Arte egizia, Gatta con cuccioli (Epoca Tarda - Periodo Tolemaico, 664-30 a.C.; bronzo, 6,1 x 8,8 x 5 cm; New York, Brooklyn Museum)
Arte egizia, Gatta con cuccioli (Epoca Tarda - Periodo Tolemaico, 664-30 a.C.; bronzo, 6,1 x 8,8 x 5 cm; New York, Brooklyn Museum)
Arte egizia, Gatto che caccia (Epoca Tarda, 664-332 a.C.; legno, 20,4 x 10 x 6,9 cm; Parigi, Louvre, inv. E13245)
Arte egizia, Gatto che caccia (Epoca Tarda, 664-332 a.C.; legno, 20,4 x 10 x 6,9 cm; Parigi, Louvre, inv. E13245)
Arte egizia, Testa di gatto (30 a.C. circa; bronzo, oro, 6 x 4,4 x 4,6 cm; New York, Brooklyn Museum)
Arte egizia, Testa di gatto (30 a.C. circa; bronzo, oro, 6 x 4,4 x 4,6 cm; New York, Brooklyn Museum)
Arte Egizia, Amuleto raffigurante un gatto (Epoca Tarda, 722-332 a.C.; bronzo; Torino, Museo Egizio, inv. S. 2915)
Arte Egizia, Amuleto raffigurante un gatto (Epoca Tarda, 722-332 a.C.; bronzo; Torino, Museo Egizio, inv. S. 2915)
Arte egizia, Maniglia con gatto (Epoca Tarda - Periodo Tolemaico, 664-30 a.C.; metallo, 7,9 x 4,1 x 3,4 cm cm; New York, Metropolitan Museum, inv. 04.2.602)
Arte egizia, Maniglia con gatto (Epoca Tarda - Periodo Tolemaico, 664-30 a.C.; metallo, 7,9 x 4,1 x 3,4 cm cm; New York, Metropolitan Museum, inv. 04.2.602)
Mummie di gatti al Louvre
Mummie di gatti al Louvre
Arte egizia, Sarcofago per gatto con mummia (Epoca Tarda - Epoca Ellenistica, 390-180 a.C.; legno, resti organici, 48 x 14 x 36,5 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 2361)
Arte egizia, Sarcofago per gatto con mummia (Epoca Tarda - Epoca Ellenistica, 390-180 a.C.; legno, resti organici, 48 x 14 x 36,5 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 2361)
Arte egizia, Due gatti sopra un sarcofago per animali (Epoca Tarda - Periodo Tolemaico, 664-30 a.C.; metallo, 9,4 x 8,7 x 6,8 cm; New York, Metropolitan Museum, inv. 04.2.601)
Arte egizia, Due gatti sopra un sarcofago per animali (Epoca Tarda - Periodo Tolemaico, 664-30 a.C.; metallo, 9,4 x 8,7 x 6,8 cm; New York, Metropolitan Museum, inv. 04.2.601)
Sarcofago per gatto, contenente mummia, con iscrizione del dedicante Herisenef, figlio di Nesmin (Epoca Tarda, 770-430 a.C.; legno, pittura, 23,5 x 49,7 x 24,7 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 2371)
Arte egizia, Sarcofago per gatto, contenente mummia, con iscrizione del dedicante Herisenef, figlio di Nesmin (Epoca Tarda, 770-430 a.C.; legno, pittura, 23,5 x 49,7 x 24,7 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 2371)
Mummia di Gatto (Epoca Romana; materiale organico, lino, 34,3 x 7 x 6,3 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 2349/6)
Mummia di Gatto (Epoca Romana; materiale organico, lino, 34,3 x 7 x 6,3 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 2349/6)

La presenza di gatti nelle abitazioni egizie era anche simbolo di prosperità e benessere. Famiglie benestanti spesso tenevano gatti come animali domestici, ed erano comuni raffigurazioni di gatti in opere d’arte, amuleti e gioielli. La loro venerazione si rifletteva inoltre anche nelle arti e nei rituali funebri: i gatti venivano spesso raffigurati in statue di bronzo, amuleti, oggi conservati nei diversi musei del mondo, e alcuni di essi ricevevano un trattamento cerimoniale nella sepoltura. La profonda ammirazione per i felini, evidente nei resti archeologici come le mummie di gatti custodite al Museo Egizio di Torino e nei testi antichi, regala uno spaccato della vita spirituale e quotidiana dell’Egitto.

Dal punto di vista religioso, invece, come per ogni altra manifestazione di divinità egiziane zooforme sulla terra, il gatto era l’incarnazione della dea Bastet, raffigurata come una donna con la testa di una gatta. Bastet era la dea della casa, del calore del sole, della fertilità e della protezione ed era considerata la protettrice delle donne incinte e dei bambini. Nel tempo il suo nome ha subito diverse evoluzioni: originariamente era B’sst, poi divenne Ubaste, successivamente Bast e infine Bastet. Il significato esatto del nome non è noto o almeno non è universalmente condiviso. L’egittologa Geraldine Pinch suggerisce però che il suo nome probabilmente significhi “Colei del Barattolo dell’Unguento”, poiché Bastet era associata alla protezione e agli unguenti protettivi. Nella città di Bubasti (l’odierna Tell Basta), il suo culto era particolarmente sentito e la divinità era venerata con profonda devozione. Benché il culto dei gatti fosse già presente all’inizio del Nuovo Regno (circa 1550 a.C.), acquisì maggior rilevanza nel 943 a.C. - 922 a.C. In quel periodo, Bubasti (originariamente Par-Bastet, ovvero “casa di Bastet”, l’attuale Zagazig) divenne un importante centro del culto di Bastet, situato nella parte orientale del delta del Nilo e Bastet si trasformò in una divinità popolare, patrona della fertilità e della maternità, associata agli aspetti positivi dei raggi del sole. Il concetto entrò in contrasto con la differente natura della sorella Sekhmet, che al contrario della figura di Bastet, incarnava il potere distruttivo del calore solare e della rinascita, raffigurata con un corpo femminile e la testa di leonessa.

A differenza della figura di Bastet, il nome di Sekhmet rafforza la sua natura indomabile: la Potente o la Possente. Molti dei suoi epiteti sono inoltre: Signora del Cielo, Signora delle Due Terre, Signora degli Dei e la Grande e altrettanti dei suoi titoli alludono alla sua natura di “Signora dai Molti Volti”,“Signora della Fiamma” e la “Signora del Calore”. Nel suo aspetto benevolo, Sekhmet è il “Buon Occhio che dà la Vita alle Due Terre” e la “Signora del Pane e delle Offerte”. Tuttavia, alcuni dei suoi nomi riflettono invece il suo lato mortale; è conosciuta come la “Signora delle Tenebre” e “Colei che porta la Morte”. I vari poteri di Sekhmet hanno generato sentimenti contrastanti tra paura e orrore da un lato, e stupore e speranza dall’altro. Ad Edfu, un’iscrizione si riferisce a lei come la “Signora di tutte le manifestazioni di Sekhmet”, evidenziando la complessità e la multidimensionalità del suo carattere divino. Sekhmet è una dea puramente solare e leonessa, e i suoi due ruoli principali riflettono la sua natura ambivalente: è sia portatrice di guerra e malattia, sia protettrice e guaritrice. È inoltre “Colei che presiede al deserto”, rappresentando l’influenza essiccante del sole e il caos pericoloso delle regioni desertiche. Si diceva che i venti caldi del deserto fossero il “soffio di Sekhmet”. Probabilmente non esiste statua egiziana più famosa o diffusa di quelle di Sekhmet commissionate da Amenhotep III (XVIII dinastia) per il suo tempio funerario a Karnak. Il faraone fece scolpire oltre 700 statue della dea, ora presenti nei diversi musei di tutto il mondo, come ad esempio la collezione al Museo del Louvre. Le statue, realizzate in granodiorite, sono alte circa due metri e pesano due tonnellate ciascuna e il loro colore varia dal nero profondo al rosso-brunastro. Il nero simboleggiava la terra fertile, mentre colori come il rosso e l’oro si riferivano al sole.

Rappresentazione artistica della dea Bastet. Immagine: Eternal Space
Rappresentazione artistica della dea Bastet. Immagine: Eternal Space
Arte egizia, Statuetta della dea Bastet (Epoca Tarda, 722-332 a.C.; bronzo, 10,2 x 3 x 2 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 268)
Arte egizia, Statuetta della dea Bastet (Epoca Tarda, 722-332 a.C.; bronzo, 10,2 x 3 x 2 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 268)
Arte egizia, Statuetta della dea Bastet (XXVI Dinastia, 664-610 a.C.; bronzo e vetro, 20 x 27,6 x 20 cm; Parigi, Louvre, inv. E 2533)
Arte egizia, Statuetta della dea Bastet (XXVI Dinastia, 664-610 a.C.; bronzo e vetro, 20 x 27,6 x 20 cm; Parigi, Louvre, inv. E 2533)
Arte egizia, Statua della dea Bastet (Periodo Tolemaico, 945-600 a.C.; ceramica, 11 x 5,3 x 3,4 cm; New York, Metropolitan Museum. inv. 17.194.2214)
Arte egizia, Statuetta della dea Bastet (Periodo Tolemaico, 945-600 a.C.; ceramica, 11 x 5,3 x 3,4 cm; New York, Metropolitan Museum, inv. 17.194.2214)
Arte egizia, Statuetta della dea Bastet (Epoca Tarda, 400-250 a.C.; ceramica, 14,4 x 4,7 x 6,5 cm; Baltimora, Walters Art Museum, inv. 54.408)
Arte egizia, Statuetta della dea Bastet (Epoca Tarda, 400-250 a.C.; ceramica, 14,4 x 4,7 x 6,5 cm; Baltimora, Walters Art Museum, inv. 54.408)
Arte egizia, Statuetta della dea Bastet (Epoca Tarda - Periodo Tolemaico, 664-30 a.C.; bronzo, 10,5 x 3,2 x 3,9 cm; New York, Metropolitan Museum, inv. 34.6.1)
Arte egizia, Statuetta della dea Bastet (Epoca Tarda - Periodo Tolemaico, 664-30 a.C.; bronzo, 10,5 x 3,2 x 3,9 cm; New York, Metropolitan Museum, inv. 34.6.1)
Arte egizia, Statua della dea Sekhmet (Nuovo Regno, 1390-1353 a.C.; granodiorite, 189 x 45 x 59 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 255)
Arte egizia, Statua della dea Sekhmet (Nuovo Regno, 1390-1353 a.C.; granodiorite, 189 x 45 x 59 cm; Torino, Museo Egizio, inv. 255)

Entrambe le divinità erano identificate come l’Occhio di Ra: se Bastet rappresentava il lato mite e protettivo, Sekhmet raffigurava quello violento. Il loro dualismo rifletteva la profonda fascinazione del popolo egizio per gli opposti, un tema costante nella loro religione che risaliva al periodo predinastico. Nel Medio Regno invece, il gatto maschio aveva una funzione determinante sia come rappresentazione del sole che come suo difensore: durante la notte, doveva proteggere l’astro dagli attacchi del serpente-demone Apopi. Si trattava del Grande Gatto di Heliopoli, una trasformazione del dio-sole Ra in felino. Spesso raffigurato intento a sorvegliare un albero di persea, l’Albero della vita eterna e della conoscenza, il Grande Gatto affrontava Apopi schiacciandogli la testa con una zampa e accoltellandolo con l’altra. La scena è frequentemente rappresentata nelle pitture parietali funebri, tratte dal Libro dei Morti (capitolo XVII). Il Grande Gatto maschio è raffigurato come un felino dal pelo rossiccio, spesso maculato e irto sul dorso, con una lunga coda, talvolta con la lingua sporgente e le orecchie da lepre. Seduto sulle zampe posteriori, sorvegliava l’albero sacro di Heliopoli, l’albero Ished, sulle cui foglie Thoth scriveva i nomi di incoronazione dei sovrani d’Egitto. L’albero, dividendosi, permetteva al sole di sorgere. Il gatto per di più era associato a Ra per la sua capacità di uccidere i serpenti; un’abilità che lo rendeva particolarmente venerato, indipendentemente da qualsiasi altro attributo solare. Diversamente dai leoni infatti, i gatti erano noti per questa specifica abilità. Un esempio significativo dell’unione della divinità solare e del felino è una statua del Tardo periodo, 672 al 525 a.C., che raffigura un gatto con il volto e il petto di un falco, una combinazione che potrebbe rappresentare i doppi aspetti di Ra.

Lontano dall’antico Egitto e nell’epoca moderna, l’interesse per l’antico Egitto si diffuse ampiamente nel mondo occidentale, soprattutto dopo la spedizione di Napoleone in Egitto del 1798. Il fenomeno influenzò diversi settori, tra cui arte, letteratura, design e molto altro, prendendo il nome di egittologia. John Weguelin (South Stoke, 1849 – Hastings, 1927), pittore inglese, fu influenzato e affascinato dal ricco materiale egiziano che veniva scavato e ospitato nei depositi museali, come il British Museum, ad esempio. La sua abilità nel rappresentare scene che sembravano riportare in vita la storia antica catturò l’immaginazione dei vittoriani che erano affascinati dall’antico Egitto. In particolar modo, nel dipinto del 1886 intitolato The Obsequies of an Egyptian Cat (Le esequie di un gatto egizio), Weguelin rappresentò una cerimonia funebre per un gatto mummificato.

John Weguelin, The Obsequies of an Egyptian Cat (1886; olio su tela; Auckland, Auckland Art Gallery)
John Weguelin, The Obsequies of an Egyptian Cat (1886; olio su tela, 99,4 x 142,5 cm; Auckland, Auckland Art Gallery)
Edwin Long, The Gods and Their Makers (1878; olio su tela, 142 x 224 cm; Burnley, Towneley Hall Art Gallery and Museums)
Edwin Long, The Gods and Their Makers (1878; olio su tela, 142 x 224 cm; Burnley, Towneley Hall Art Gallery and Museums)
Edwin Long, Sacred to Pasht (1888; incisione su carta, 284 x 435 mm; Bournemouth, Russell-Cotes Art Gallery & Museum)
Edwin Long, Sacred to Pasht (1888; incisione su carta, 284 x 435 mm; Bournemouth, Russell-Cotes Art Gallery & Museum)

Nell’opera, una sacerdotessa è inchinata di fronte a un altare dove è posta la mummia di un gatto, offrendo del cibo e latte allo spirito del felino, reso degno di onore. L’altare è ornato con cura, decorato con affreschi e insieme a urne di fiori freschi e fiori di loto, fiori simbolo dell’antico Egitto. La sacerdotessa, con gli occhi rivolti al cielo, diffonde il fumo dell’incenso verso l’altare, invocando le divinità feline per benedire l’animale nel suo viaggio nell’oltretomba. Sullo sfondo invece, una statua imponente di Sekhmet, resa nota per la postura e i copricapo appena accennato, sorveglia l’ingresso della tomba. Nel dipinto, emerge un’atmosfera di devozione e sacralità, dove l’antico rituale funebre si fonde con la spiritualità e la venerazione per il gatto considerato un compagno prezioso durante la vita e uno spirito indispensabile nell’aldilà.

Due esempi significativi di pittura dedicata all’egittologia e con raffigurazioni felini sono inoltre i dipinti dell’artista inglese Edwin Long (Somerset, 1829 - Hampstead, 1891). In The Gods and Their Makers del 1878, Long cattura l’essenza dell’Antico Egitto nell’immaginario nell’Europa della fine del XIX secolo: un’immagine esotica che ha trovato la sua continuazione soprattutto nel cinema e nella cultura popolare. In un ambiente ricco di sculture dedicate alle divinità del pantheon egiziano, lo sguardo dello spettatore cade immediatamente sulla figura di una serva di colore che tiene tra le braccia un gatto bianco, mentre l’artista ne modella le forme attraverso un blocco di pietra o forse di creta. Le persone nella scena, probabilmente studenti o apprendisti, tengono in mano piccoli ornamenti in fase di creazione, dimostrando il legame tra l’arte, la religione e la vita quotidiana. In Sacred to Pasht del 1886, Long rappresenta invece una scena all’interno di un grande ambiente finemente decorato. Due donne venerano diversi gatti versando loro una grande quantità di latte in una ciotola d’oro mentre in lontananza, tre figure femminili, probabilmente sacerdotesse, pregano e invocano la benevolenza di Sekhmet attraverso la sua statua. La stessa benevolenza è riservata ai gatti in primo piano, considerati manifestazioni della divinità sulla terra. Le opere di Long, come quella di Weguelin riflettono perciò l’attrazione dell’epoca per l’antico Egitto, la sua religione e l’importanza attribuita ai felini come simboli e animali di protezione e devozione divina.


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Noemi Capoccia

L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia

Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.



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