La Tazza Farnese, lo splendido cammeo antico del Museo Archeologico Nazionale di Napoli


Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli conserva la Tazza Farnese, uno dei suoi oggetti più favolosi. È il vaso in pietra dura lavorata a rilievo più grande del mondo antico, ed è particolare perché non fu rinvenuto sotto terra: è passato di mano in mano per oltre duemila anni.

“Una schodella di sardonio et chalcidonio et agatha, entrovi più figure et di fuori una testa di Medusa”: è così che veniva elencata la Tazza Farnese, capolavoro della glittica ellenistica, nell’inventario dei beni di Lorenzo il Magnifico redatto dopo la sua scomparsa nel 1492. È il più grande vaso in pietra dura lavorata a rilievo del mondo antico che ci sia arrivato. Risale a un periodo compreso tra il III e il I secolo a.C. e fu eseguito probabilmente ad Alessandria d’Egitto. Non conosciamo la sua storia antica (alcuni hanno ipotizzato che arrivò dall’Egitto dopo la vittoria di Augusto ad Azio entrando a far parte del tesoro di Roma, e che dopo la caduta dell’Impero sia andata a Costantinopoli): sappiamo che nel 1239, anno in cui è sicuramente attestata per la prima volta, figurava alla corte di Federico II, e dall’Italia del sud passò poi in Persia (a Herat o a Samarcanda, dove è documentata nel 1430 grazie a un disegno dell’artista persiano Mohammed al-Khayyam). Poi, verso la metà del Quattrocento, ricomparve a Napoli, nelle collezioni di Alfonso V d’Aragona, dove nel 1458 la vide il Poliziano. Successivamente passò al cardinale Ludovico Trevisan e quindi da questi, nel 1465, a papa Paolo II (al secolo Pietro Barbo). Nel 1471 l’opera fu acquisita dal Magnifico, all’epoca della sua ambasciata a Roma per salutare il neoeletto papa Sisto IV. Esiste peraltro una nota di Lorenzo, risalente proprio a quel viaggio, in cui la Tazza Farnese viene chiamata “la scudella nostra di calcedonio intagliata” e si dice che fu portata a Firenze proprio da Roma.

Il prezioso cammeo era ancora nelle collezioni medicee nel 1537, quando Margherita d’Austria, a soli quindici anni, era rimasta vedova di Alessandro de’ Medici, assassinato dal cugino Lorenzino. L’anno successivo Margherita andò in sposa a Ottavio Farnese, figlio di Pier Luigi, duca di Castro e futuro duca di Parma e Piacenza: fu con la dote di Margherita che la gemma entrò nella collezione dei Farnese e assunse la denominazione con cui oggi è universalmente nota. Un altro passaggio riguardò la gemma nel Settecento, quando passò alle collezioni dei Borbone. Con l’Unità d’Italia la Tazza Farnese, che era parte del Real Museo Borbonico istituito nel 1816, confluì nelle raccolte statali ed entrò automaticamente a far parte del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, erede del museo dei Borbone. La sua vita al museo non è stata delle più tranquille: abbiamo infatti rischiato di perderla per ben due volte. La prima volta nel 1925, quando un custode del museo, Salvatore Aita, nella notte tra il 1° e il 2 ottobre, colpì deliberatamente la bacheca che la conservava (pareva che fosse adirato per alcune azioni disciplinari che l’amministrazione del museo aveva preso nei suoi confronti), facendola cadere e mandandola in frantumi. Fu necessario un accurato restauro per ricomporre i pezzi di una gemma che, fino a quel momento, si era mantenuta pressoché intatta, fatta eccezione per una sbeccatura e per il foro fatto praticare all’epoca del Magnifico, probabilmente per aggiungere un piede alla Tazza. La seconda durante la seconda guerra mondiale: per salvarla dalle razzie di opere d’arte dei nazisti, il soprintendente Amedeo Maiuri murò la Tazza Farnese, assieme al Vaso Blu di Pompei, in un’intercapedine delle mura del museo.

Arte ellenistica, Tazza Farnese (III-I secolo a.C.; agata sardonica, diametro 20 cm; Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 27611)
Arte ellenistica, Tazza Farnese (III-I secolo a.C.; agata sardonica, diametro 20 cm; Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 27611)
Il lato esterno con la gorgone
Il lato esterno con la gorgone. Foto di Luigi Spina
Le figure sul lato interno
Le figure sul lato internoNazionale, inv. 27611)
Tazza Farnese, dettaglio. Foto di Luigi Spina
Tazza Farnese, dettaglio. Foto di Luigi Spina
Tazza Farnese, dettaglio. Foto di Luigi Spina
Tazza Farnese, dettaglio. Foto di Luigi Spina
Tazza Farnese, dettaglio. Foto di Luigi Spina
Tazza Farnese, dettaglio. Foto di Luigi Spina
Tazza Farnese, dettaglio. Foto di Luigi Spina
Tazza Farnese, dettaglio. Foto di Luigi Spina

Oggi, la Tazza Farnese si offre in tutta la sua magnificenza agli occhi del pubblico dell’istituto partenopeo: “l’attrazione che colpisce il visitatore del Museo Nazionale di Napoli incantanto nell’ammirazione della magnifica tazza”, ha scritto la studiosa Matilde De Angelis d’Ossat, “ha una sua spiegazione che si può dire storica, per la trasmissione diretta dall’antico fino ai giorni nostri che mantiene vivido e ineluttabile il senso profondo dell’esperienza umana. Anche senza conoscere la storia affascinante e complessa delle sue peripezie, la Tazza continua a brillare di quella luce che illuminò le corti di principi, re, emiri, cardinali, papi e imperatori senza essere mai sotterrata, ma passata di mano in mano come straordinario oggetto di proprietà regale”. Una delle particolarità più interessanti della Tazza Farnese sta proprio nel fatto che si tratta di un oggetto che non fu reperito sotto terra: questo grande piatto in pietra dura, lavorato con la tecnica del cammeo, fu infatti trasmesso attraverso continui passaggi lungo i secoli.

E di conseguenza, sono molte le riproduzioni della Tazza Farnese che, con tutti i mezzi, sono state eseguite nel tempo. Il primo disegno è quello, citato sopra, di Mohammed al-Khayyam. Si conserva poi un calco in bronzo seguito nel Cinquecento da Giovanni de’ Bernardi per Alessandro Farnese, cognato di Margherita d’Austria, quando la Tazza era già diventata proprietà della famiglia. Nel 1732 fu la volta del gioielliere scozzese William Dugood, che fu chiamato quell’anno a stimare la raccolta di gemme dei Farnese: durante la sua attività eseguì un gran numero di calchi dei pezzi più preziosi delle raccolte farnesiane, incluse due riproduzioni della Tazza, una in zolfo e una in cartapesta. Poco dopo l’incisore Carlo Gregori aveva illustrato la Tazza su incarico del duca Francesco Farnese, in vista della preparazione di un libro sulle gemme farnesiane che però non vide mai la luce: alla fine confluì però in un volume di Scipione Maffei, Osservazioni letterarie che possono servir di continuazione al giornal de’ letterati d’Italia (1738), in cui peraltro viene offerta una descrizione della Tazza. “Questa superba reliquia dell’antica magnificenza”, scrive Maffei, “è tutta d’un sol pezzo d’agata, nella parte figurata intero e sano”. Seguiva poi una lunga descrizione, in cui l’erudito tentava per la prima volta un’interpretazione, leggendo le figure che popolano l’allegoria della Tazza Farnese come la famiglia di Tolomeo Aulete (“cui fu dato ancora il sopranome di nuovo Bacco, e il quale ebbe appunto due figliuole, ed ebbe figliuoli, e fratelli”), e intuendo la provenienza egiziana per via del “sedile in forma di sfinge sopra cui la donna si posa” (e del fatto che fosse egizia non c’erano dubbi, dal momento che i greci raffiguravano l’animale con le ali). Di alcuni decenni più tardi (1765-1769) è l’illustrazione di Filippo Morghen per l’album Vedute nel regno di Napoli, pubblicato nel 1780: una raccolta delle principali attrazioni che si potevano trovare nel regno.

Mohammed al-Khayyam, Tazza Farnese (inizio del Quattrocento; inchiostro su carta; Berlino, Staatsbibliothek)
Mohammed al-Khayyam, Tazza Farnese (inizio del Quattrocento; inchiostro su carta; Berlino, Staatsbibliothek)
Giovanni de' Bernardi, Tazza Farnese (XVI secolo; bronzo; New Haven, Yale University Art Gallery)
Giovanni de’ Bernardi, Tazza Farnese (XVI secolo; bronzo; New Haven, Yale University Art Gallery)
Filippo Morghen, Tazza Farnese (1765-1769; incisione, in Filippo Morghen, Vedute nel regno Napoli)
Filippo Morghen, Tazza Farnese (1765-1769; incisione, in Filippo Morghen, Vedute nel regno Napoli)
William Dugood, Tazza Farnese (1732-1733; zolfo; Burton Constable Foundation)
William Dugood, Tazza Farnese (1732-1733; zolfo; Burton Constable Foundation)
Carlo Gregori, Tazza Farnese (1738; bulino, 202 x 198 mm; Bergamo, Accademia Carrara, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe)
Carlo Gregori, Tazza Farnese (1738; bulino, 202 x 198 mm; Bergamo, Accademia Carrara, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe)

La Tazza Farnese è lavorata su entrambi i lati: sul lato esterno presenta una testa di Gorgone, mentre sul lato interno troviamo otto figure, intagliate su di uno strato di avorio che si staglia sopra il fondo in agata sardonica di colore nero-giallastro. Le figure sono state variamente interpretate dai tanti studiosi che hanno cercato di leggere il significato della complessa allegoria. La prima interpretazione convincente è quella di Ennio Quirino Visconti, prefetto delle Antichità dello Stato Pontificio, risalente al 1790, e ripresa da Johann Michael Adolf Furtwängler nel 1900 (è ancora oggi l’interpretazione più accettata): secondo questa lettura, la gemma rappresenterebbe un’allegoria dei benefici delle piene del Nilo. Il grande fiume dell’Egitto troverebbe la sua personificazione nel vecchio seduto con la cornucopia. Davanti a lui, di fronte, la figura di Horus-Trittolemo, inventore dell’aratro, colto mentre solleva il timone di un aratro e tiene un coltello nella mano sinistra. Ai piedi del vecchio troviamo, attaccata al bordo inferiore, una sfinge colta di profilo, che non dovrebbe lasciare molti dubbi circa l’ambientazione della scena, e sopra di lei ecco Eutheneia, che tiene in mano alcune spighe e che può essere considerata personificazione della piena del Nilo che rende fertile la terra. Le due figure che volano in alto assieme sono le personificazioni dei venti Etesii che favoriscono le inondazioni, mentre le ultime due figure, in basso a destra, sono due Horai, personificazioni delle stagioni (quella con la tazza è la stagione delle piene, quella con la cornucopia la stagione dei raccolti).

Nel tempo sono state proposte diverse altre letture. Per esempio, c’è chi ha voluto identificare, nelle varie figure, le principali divinità del pantheon egizio, o ancora personaggi storici (per esempio, la donna che siede sopra la sfinge è stata identificata come Cleopatra III, e l’uomo sopra di lei il figlio Tolomeo Alexandros, e c’è chi ha anche avanzato che la donna potesse essere la più famosa delle regine d’Egitto, Cleopatra VII, ovvero la Cleopatra per antonomasia, quella andata in sposa a Marco Antonio: secondo queste letture, l’uomo con la barba sarebbe dunque uno dei Tolomei), oppure un’allegoria del regno tolemaico. C’è stato anche chi ha proposto di ritenere la Tazza Farnese un prodotto di età augustea, sebbene si trovi in posizione minoritaria rispetto al resto della critica (chi propende per una datazione più tarda avanza come argomenti, per esempio, la disponibilità dell’agata sardonica, che benché nota e utilizzata si diffuse nel Mediterraneo solo a partire dal I secolo avanti Cristo, oppure la raffigurazione della gorgone, che non somiglia alle Meduse ellenistiche ma è molto più somigliante a quelle raffigurate nelle gemme di età imperiale). Una datazione più tarda necessita però anche di una rilettura iconografica: è stato così proposto di interpretarla come un’allegoria dell’Impero romano e delle sue caratteristiche.

Qual era, infine, la funzione di questo singolare oggetto? Anche in questo caso, si entra in un campo problematico: non ci sono infatti oggetti simili di produzione ellenistica che siano sopravvissuti per poter fare un confronto. È un oggetto dalla forma strana, avendo una faccia concava che poggia su di una base convessa. La studiosa Dorothy Burr Thompson (che tuttavia propone per la Tazza Farnese una datazione di età augustea) ritiene che il termine di paragone più vicino sia un phiale persiana, ovvero un piccolo piatto per libagioni rituali: non veniva appoggiato, ma veniva tenuto in mano finché non era svuotato del contenuto, dopodiché veniva appeso in modo che entrambe le superfici decorate potessero essere viste. Questa, forse, la sua funzione più probabile in origine. Poi, nei secoli, la Tazza Farnese è divenuta uno splendido oggetto da collezione, un vanto per chi lo possedeva, un pezzo degno della raccolta di un re. E oggi, capolavoro tra i massimi e più belli che si possano ammirare al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Bibliografia essenziale

  • Valeria Sampaolo, Luigi Spina, Tazza Farnese, 5 Continents Editions, 2018
  • Maria Giulia Barberini, Matilde De Angelis d’Ossat (a cura di), La storia del Palazzo di Venezia. Dalle collezioni Barbo e Grimani a sede dell’ambasciata veneta e austriaca, Gangemi, 2015
  • Marina Belozerskaya, Medusa’s gaze. The extraordinary journey of the Tazza Farnese, Oxford University Press, 2012
  • Carlo Gasparri (a cura di), Le gemme Farnese, Electa, 1994
  • Eugenio La Rocca, L’Età d’oro di Cleopatra. Indagine sulla Tazza Farnese, L’Erma di Bretschneider, 1984

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