Com'era una Wunderkammer del Seicento: la Galleria delle Metamorfosi dei Gonzaga


A Mantova, a Palazzo Ducale, da aprile 2022 ha aperto un nuovo allestimento che rievoca, nella Galleria delle Metamorfosi, la Wunderkammer dei Gonzaga, la camera delle meraviglie che qui era conservata. Ecco i Naturalia e i Mirabilia che la corte di Mantova esponeva e mostrava.

Fu Vincenzo I Gonzaga, nel 1595, a iniziare la Galleria delle Metamorfosi, destinata a diventare pochi anni più tardi uno degli ambienti più sorprendenti del Palazzo Ducale di Mantova, sede della biblioteca ducale e di una raccolta di oggetti da tutto il globo, varia ed eclettica. Una sorta di Wunderkammer, di “camera delle meraviglie”, che avrebbe accolto pezzi bizzarri, stravaganti, curiosi e rari dal mondo naturale. Tuttavia solo nel 1612, sotto il ducato di Ferdinando Gonzaga (1612-1626), l’architetto e pittore Antonio Maria Viani, cui fu affidato il progetto, concludeva i lavori con la decorazione del soffitto. E fu proprio sotto Ferdinando che la Galleria fu allestita a sede della raccolta di oggetti naturali della corte gonzaghesca.

Chi avesse visitato la Galleria delle Metamorfosi fino a prima dell’aprile del 2022 (fatta naturalmente eccezione per il lungo periodo di chiusura, di quasi dieci anni, dovuto ai danni sofferti nel sisma dell’Emilia del 2012), l’avrebbe trovata inesorabilmente vuota. Certo, i soffitti conservano ancora le decorazioni a stucco e parte dei dipinti, molto lodati nella guida di Giovanni Cadioli del 1763 (“Il fine per cui propriamente vi ho qui condotto, passegger gentile”, scriveva l’erudito rivolgendosi direttamente al lettore, “si è che ne osserviate la fabbrica, ripartita come in quattro stanze colle rispettive lor volte tutte lavorate a medaglie, ornate a stucchi, ed espertamente dipinte”), ma gli ambienti erano completamente spogli: soltanto i riquadri sulle pareti segnalavano al visitatore le antiche presenze che affollavano questa successione di quattro sale. Adesso però, da aprile 2022, la Galleria delle Metamorfosi si presenta del tutto rinnovata: in questi locali, il direttore di Palazzo Ducale, Stefano L’Occaso, ha voluto far sistemare una raccolta di oggetti che rievocano la Wunderkammer dei Gonzaga. È il progetto Naturalia e Mirabilia. Scienze alla corte dei Gonzaga, una mostra permanente che non intende ricostruire in maniera filologica la congerie d’inusuali oggetti che abitava queste quattro salette, ma suggerire l’atmosfera, mostrare al pubblico quello che gli ospiti dei Gonzaga potevano trovare nella Galleria, sollevare la sua curiosità e trasmettere il fascino che la camera delle meraviglie ispirava ai suoi antichi visitatori. Un traguardo importante per il museo, ha dichiarato L’Occaso: l’idea è quella di arricchire il percorso di visita di Palazzo Ducale “facendo luce su un aspetto del collezionismo eclettico dei Gonzaga”, con una nuova sezione che “permetterà ancora di più di lavorare con le scuole e con un pubblico nuovo, che magari non ha ancora visitato il palazzo ed è in cerca di un’esperienza più divertente e insolita”.

L'allestimento Naturalia e Mirabilia nella Galleria delle Metamorfosi di Palazzo Ducale, Mantova. Foto di Palazzo Ducale
L’allestimento Naturalia e Mirabilia nella Galleria delle Metamorfosi di Palazzo Ducale, Mantova. Foto di Palazzo Ducale
L'allestimento Naturalia e Mirabilia nella Galleria delle Metamorfosi di Palazzo Ducale, Mantova. Foto di Palazzo Ducale
L’allestimento Naturalia e Mirabilia nella Galleria delle Metamorfosi di Palazzo Ducale, Mantova. Foto di Palazzo Ducale
L'allestimento Naturalia e Mirabilia nella Galleria delle Metamorfosi di Palazzo Ducale, Mantova. Foto di Palazzo Ducale
L’allestimento Naturalia e Mirabilia nella Galleria delle Metamorfosi di Palazzo Ducale, Mantova. Foto di Palazzo Ducale

Poiché si tratta di una rievocazione e non di una ricostruzione, fin dal primo pannello viene spiegato ai visitatori che il materiale dispiegato nella Galleria è frutto di acquisti recenti, tutti risalenti al 2020, al 2021 e al 2022. Molti sono oggetti d’epoca, altri sono invece oggetti recenti (vale, per esempio, per la raccolta di conchiglie) che però, per tipologia, potevano benissimo esser apprezzati e acquistati anche da chi frequentava una corte del Seicento. E sono stati sistemati in un allestimento moderno, progettato dall’architetto Massimo Ferrari del Politecnico di Milano, che richiama le quadrature affrescate sulle pareti delle sale (e quindi si rifà in parte a quel che è sopravvissuto dall’antico), ma che si presenta agli occhi dei visitatori come un organismo “volutamente non convenzionale, leggero e godibile”, dichiara Palazzo Ducale, “pensato anche per piacere alle scuole ma non per questo privo di quel rigore filologico su cui si fondava la memorabile mostra del 1979 intitolata La Scienza a Corte, che fu occasione per esplorare gli approcci scientifici tra Cinque e Seicento, rivelando uso e funzione di questi e altri spazi in Palazzo Ducale”.

La Galleria prende il nome dalle decorazioni sui soffitti, dedicate a soggetti tratti dalle Metamorfosi di Ovidio, libro idealmente collegato alla Wunderkammer: le trasformazioni della materia, evocate dagli oggetti esposti in queste sale, erano a loro volta richiamate dalle mutazioni che subivano i protagonisti delle favole mitologiche del poeta antico. Non sappiamo tuttavia chi sia stato l’esecutore dei dipinti delle volte, nell’ambito del progetto di Viani: l’unico artista citato è Ippolito Andreasi, che si impegna a dipingere alcune “tavole” per la stanza, che pertanto non ci sono arrivate dal momento che gli interi arredi sono andati perduti (o forse non furono mai realizzate), e anche buona parte delle tele incastonate nei soffitti non ci sono arrivate. Nella prima stanza della galleria sono rimaste solo le cornici vuote, mentre nella seconda sopravvivono alcuni episodi: Coronide e Ischi, la metamorfosi di Atteone in cervo, Latona che trasforma in rane i pastori della Licia, Callisto e Arcade, la metamorfosi di Cornacchia e quella di Siringa. Nella terza è vuota la cornice ottagonale centrale, mentre attorno osserviamo la trasformazione di Atlante in montagna, Trittolemo e Linco, Mercurio e Aglauro, la metamorfosi di Biblide, Cadmo e Armonia, Apollo e Pitone, Ermafrodite e Salmace. Infine, nella quarta stanza, quella più integra, vediamo al centro l’Apoteosi di Ercole attorniata da numerosi episodi, tra cui alcune imprese di Ercole (le lotte contro Anteo, Acheloo e Nesso, l’uccisione di Lica) e storie mitologiche (Cerere derisa da Ascalabo, Ulisse che acceca Polifemo, Teseo e Arianna, la metamorfosi di PErnice, Circe e Pico, Circe che trasforma i compagni di Ulisse, la trasformazione delle muse in Uccelli, Aurora che chiede a Giove di onorare Memnone, la metamorfosi di Esculapio in serpente, quella di Giulio Cesare in cometa, Glauco e Scilla, Venere ed Enea, il giudizio di Mida, il ratto di Proserpina, Euritione e Ippodamia, la metamorfosi dei compagni di Diomede in uccelli).

La Wunderkammer dei Gonzaga era divisa in quattro sezioni: nella prima stanza erano sistemati minerali e fossili, nella seconda prodotti del mare come coralli e conchiglie, nella terza si trovavano gli oggetti in arrivo dalle Americhe, e infine nell’ultima si potevano ammirare bizzarrie dal mondo animale. Questa scansione ha fatto supporre che ogni stanza fosse dedicata ai quattro elementi: rispettivamente, la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco. Abbiamo attestazioni di visitatori che già nei primi anni percorsero queste sale. Il più noto è sicuramente Federico Zuccari, il grande pittore che qui soggiornò, ospite di Vincenzo I Gonzaga, tra il 1604 e il 1605: l’artista racconta nel suo Passaggio per l’Italia che le “stanze dei giardini” (così chiamate in quanto si affacciano sul Giardino dei Semplici) componevano un “vero gratoso appartamento di mirabile vaghezza”, ornato “di soffitte nobilissime”. Come detto, all’epoca queste stanze ancora non contenevano i naturalia e i mirabilia della collezione gonzaghesca: la prima descrizione della camera delle meraviglie risale al 1622, ed è contenuta nella Praefatio del Musaeum Franciscii Calceolarii iunioris Veronensis di Benedetto Ceruti e Andrea Chiocco, opera che descriveva lo straordinario museo privato del naturalista veronese Francesco Calzolari. Il testo in latino celebra l’“exaggeratissimum conclavium” di Ferdinando Gonzaga, che “risplende di una gran varietà di colori con le sue immagini eccellenti e gradevolissime agli occhi di chi le guarda”, e dove “ovunque ci si giri, ci s’imbatte in qualcosa in cui potersi ristorare interiormente ed esteriormente”. È la Praefatio di Ceruti e Chiocco che ci informa della divisione in quattro “classi” della camera delle meraviglie dei Gonzaga, e ci descrive dettagliatamente gli oggetti che la popolavano.

L'allestimento Naturalia e Mirabilia nella Galleria delle Metamorfosi di Palazzo Ducale, Mantova. Foto di Palazzo Ducale
L’allestimento Naturalia e Mirabilia nella Galleria delle Metamorfosi di Palazzo Ducale, Mantova. Foto di Palazzo Ducale
L'allestimento Naturalia e Mirabilia nella Galleria delle Metamorfosi di Palazzo Ducale, Mantova. Foto di Palazzo Ducale
L’allestimento Naturalia e Mirabilia nella Galleria delle Metamorfosi di Palazzo Ducale, Mantova. Foto di Palazzo Ducale
Il soffitto della stanza con l'Apoteosi di Ercole
Il soffitto della stanza con l’Apoteosi di Ercole

Nella prima stanza ecco allora i minerali (oro, argento, rame, azzurrite, pirite, melanterite, zolfo... ), e poi le gemme, diamanti, rubini, zaffiri, ametisti. Nella seconda, riservata agli oggetti del mare, comparivano coralli di tutte le forme e di tutti i colori (rossi, bianchi e neri), varie piante marine, alcune delle quali provenienti dalle isole americane, molte conchiglie e “innumerevoli perle”. Per quanto riguarda la classe dei “fructus Americani”, gli oggetti provenienti dal Nuovo Mondo, spiccavano tronchi e rami di piante esotiche, tra cui quella che nel testo viene chiamata “lythoxilla”, cioè “pianta-pietra”, ovvero una qualche essenza andata incontro a un processo di silicizzazione e quindi fossilizzata. Nella stessa sala erano stati sistemati poi quattro “cocci Maldivae”, ovvero i frutti del coco de mer o “cocco di mare”, una pianta delle arecacee tipica delle Seychelles, che produce particolarissime noci che ricordano la forma dei glutei femminili, tanto che nelle prime classificazioni botaniche quest’essenza era detta “Lodoicea callypige”. Infine, tra gli oggetti del mondo animale, ecco “denti, artigli, code, crini, peli e simili”, e soprattutto, notavano Ceruti e Chiocco, diversi animali impagliati, tra i quali “l’unico armadillo che si trovi in Italia”. Tra i pezzi rari, la Praefatio, oltre all’armadillo, nomina anche un bezoar, una particolare concrezione che si forma nell’apparato digerente dei ruminanti alla quale in antico si attribuiva anche un certo potere curativo, in particolare come antidoto contro i veleni. La galleria conteneva inoltre alcuni oggetti raccapriccianti, e dimostrò un certo gusto per queste stranezze il viaggiatore tedesco Josef Fürttenbach, che visitò nel 1626 Palazzo Ducale e descrisse con vivissima curiosità il suo passaggio nella Galleria delle Metamorfosi in un dettagliato resoconto: Fürttenbach parla di “cinque coccodrilli scorticati”, di “un’idra o un drago con sette teste e altrettanti colli”, e poi ancora “un feto, o aborto, con una grande testa e quattro occhi e due bocche”.

L’oggetto che però lo stupì di più fu sicuramente l’ippopotamo tassidermizzato: è l’unico pezzo originale che sia sopravvissuto della Galleria delle Metamorfosi, e oggi è conservato presso il Museo Kosmos di Storia Naturale dell’Università di Pavia, che lo ha però concesso in prestito temporaneo a Palazzo Ducale. Non sappiamo con sicurezza da dove provenisse il pachiderma: si tratta forse di uno dei due ippopotami che arrivarono a Mantova, nel 1603, cacciati in Egitto dal medico Federigo Zerenghi, almeno stando a ciò che nel Settecento riferiva l’abate Gian Girolamo Carli. Quel che è certo, è che si tratta di una delle più antiche tassidermie a noi note: scampò in qualche modo al sacco di Mantova nel 1630 e confluì nel Settecento nelle collezioni dell’Accademia Nazionale Virgiliana, per poi essere conservato, almeno dal 1783, all’Università di Pavia. La particolarità di questo ippopotamo sta nel fatto che i Gonzaga vi avevano messo a cavalcioni la mummia di Rinaldo dei Bonacolsi, detto “Passerino”, il signore di Mantova cacciato nel 1328 da Luigi I Gonzaga (il primo signore della dinastia) e ucciso durante lo scontro finale per la presa del potere cittadino. La notizia della presenza del macabro trofeo sull’ippopotamo è confermata da un altro testimone, lo scrittore tedesco Martin Zeiler, che vide la mummia nel 1630. A causa dell’orrida presenza, la Galleria delle Metamorfosi era detta anche “Galleria di Passerino”. Parlando dell’ippopotamo, Fürttenbach scriveva di “un vitello marino grande quanto un bue, ma non così alto [...]. Questa bestia è messa come fosse viva, è completamente imbottita, la pelle ha lo spessore di un pollice. Su di essa sta completamente eretto il cadavere di Passerino Bonacolsi ricoperto da una cortina: fu ucciso molto tempo fa da un mantovano e si può ancora vedere sul cranio una ferita molto estesa; si dissanguò in modo che tutto il corpo superficialmente, come si presenta ora, si disseccò proprio come una mummia. Da una parte fu aperto, così è possibile vedere anche parte delle viscere, cosa da meravigliarsene non poco”. Non sappiamo che fine abbia fatto la mummia: la leggenda vuole che sia stata gettata nelle acque del Mincio dall’ultima duchessa di Mantova, Susanna Enrichetta di Lorena. Tuttavia, secondo una profezia i Gonzaga avrebbero perso il potere se si fossero sbarazzati della mummia di Passerino: così, nel 1707, il marito di Susanna Enrichetta, Ferdinando Carlo Gonzaga, sconfitto in guerra e accusato di fellonia, fu costretto a lasciare Mantova, venne dichiarato decaduto dalla dieta di Ratisbona, morì a Padova l’anno successivo, e la famiglia perse definitivamente la città.

Fortunatamente il nuovo allestimento non propone rievocazioni della mummia: ci sono però elementi ben più interessanti. L’ippopotamo campeggia nella prima sala, sebbene la sua presenza sia temporanea, e introduce alla seconda sala, dove sono state sistemate le curiosità del mondo animale e quelle del mondo marino, che popolano le vetrine allestite con scomparti che richiamano i riquadri delle pareti: vi si ammirano l’armadillo di cui parlava la Praefatio (non si tratta ovviamente dell’animale presente nel Seicento: nessun oggetto di quelli esposti proviene dalla raccolta gonzaghesca), un coco de mer, il bezoar, una zanna di Gomphotherium (un gigantesco elefante preistorico che aveva la particolarità di avere quattro zanne), un coccodrillo appeso al soffitto (a testa in giù secondo un uso attestato al tempo), un paio di crani di Bison priscus, ovvero di bisonti della steppa, trovati a Rivalta sul Mincio (questi enormi bisonti preistorici, che potevano essere alti fino a due metri al garrese, popolavano anche l’Europa). Tra gli oggetti dal mondo marino, ecco un rostro di pesce sega e, a breve, anche un dente di narvalo (lo si riteneva di unicorno: quello presente nell’antica Wunderkammer veniva dalle collezioni di Isabella d’Este), una mascella di squalo, due costole di cetaceo e un curioso pesce chitarra, un rinopristiforme (la stessa famiglia delle razze) che in antico veniva essiccato e poi sapientemente intagliato per fargli assumere l’aspetto di un diavolo, un mostro: veniva esposto per stupire gli ospiti. È interessante notare, come ben spiegano i pannelli di sala, che il collezionismo di ossa di animali era una pratica in voga fin dall’antichità (secondo Svetonio, anche l’imperatore Augusto era un collezionista di questo tipo di reperti), e che l’interesse per questi oggetti favorì anche il loro studio: se nel Cinquecento alcuni scienziati come Leonardo da Vinci, Torello Saraina e Girolamo Fracastoro avevano intuito che i fossili avevano origine organica, fu nel Seicento che s’intensificò il dibattito scientifico attorno a questi oggetti a lungo ritenuti pietre che, per qualche strana ragione, assumevano forme organiche (e proprio nel XVII secolo, grazie allo studio dei denti di squalo, si comprese il fenomeno della fossilizzazione).

Il coccodrillo
Il coccodrillo
L'armadillo
L’armadillo
Gli oggetti marini
Gli oggetti marini
Il coco de mer
Il coco de mer
Il pesce chitarra
Il pesce chitarra
L'ippopotamo
L’ippopotamo

Si prosegue verso la terza sala guidati da un uovo di struzzo, presente anche nella descrizione della Wunderkammer gonzaghesca secondo la Praefatio: non era un oggetto inusuale nel Cinquecento, dal momento che per la simbologia cristiana alludeva sia all’Immacolata Concezione sia alla Resurrezione, pertanto si potevano trovare uova di struzzo anche nelle chiese. Tra i pezzi più interessanti delle terza sala spiccano i tre coralli (rosso, bianco e nero), che dunque ripropongono in maniera fedele ciò che Ceruti e Chiocco avevano visto nel 1622, e che avevano un importante significato religioso in quanto allusione al sangue versato da Cristo sulla croce. Nella stessa sala, ecco poi le conchiglie: come s’è visto sopra, i Gonzaga ne possedevano in gran numero, e servivano anche come mezzo per sottolineare il prestigio internazionale della corte, dal momento che provenivano dai luoghi più disparati, ed erano quindi segno di capillari e diffuse relazioni con altri Stati.

Infine, l’ultima sala è dedicata agli oggetti del mondo dei minerali e del mondo vegetale: i due grandi protagonisti di questa sezione sono il geòde di ametista e il tronco fossile, entrambi descritti nella Praefatio. Il geòde è una formazione rocciosa rivestita di cristalli, in questo caso di ametista: si tratta di un oggetto talmente singolare che nel 1622 fu anche illustrato in una stampa (erano pochi gli oggetti della Wunderkammer dei Gonzaga cui era toccato questo onore). Il tronco fossile richiama invece la “lythoxilla” descritta da Ceruti e Chiocco: in antico si pensava che, per qualche motivo, ci fossero piante in grado di trasformarsi in pietre, e quest’oggetto è particolarmente esemplificativo delle qualità che s’attribuivano un tempo alla materia, e che spiegano dunque anche il perché della scelta delle Metamorfosi di Ovidio per le decorazioni.

Rimane un’ultima curiosità da soddisfare: quale fu il destino della collezione di naturalia e mirabilia dei Gonzaga? La camera delle meraviglie durò molto poco, e il destino degli oggetti qui conservati, tolte alcune eccezioni, seguì quello della Celeste Galeria, la favolosa raccolta dei dipinti della famiglia: le collezioni d’arte furono in parte alienate nel 1627 da Vincenzo II Gonzaga, che vendette molti oggetti, a prezzi irrisori, a Carlo I d’Inghilterra, e il resto fu razziato durante il Sacco di Mantova del 1630, quando durante la guerra di successione di Mantova e del Monferrato, che sancì il passaggio del ducato ai Gonzaga-Nevers, la città, assediata, all’entrata delle truppe imperiali nel luglio di quell’anno fu brutalmente saccheggiata e devastata (dell’episodio, lo sappiamo da una lettera, si dolse profondamente anche Pieter Paul Rubens, che aveva lavorato per i Gonzaga). L’esercito si accanì sui cittadini e non risparmiò Palazzo Ducale: quello che rimaneva della collezione gonzaghesca fu rubato o distrutto. È soprattutto a causa di questo evento che nella reggia dei Gonzaga sono sopravvissute poche opere che precedono quella data: tra queste si sono fortunosamente salvate le poche pitture rimaste tra quelle che decoravano il soffitto della Galleria delle Metamorfosi. E in qualche modo riuscì a scampare le devastazioni anche l’ippopotamo oggi conservato a Pavia, anche se risulta già assente dall’inventario del Palazzo redatto nel 1714, quindi è lecito supporre che l’animale tassidermizzato fosse uscito pochi anni prima.

Oggi, nelle sale della Galleria delle Metamorfosi è stato allestito un vero museo di scienze naturali, che trasmette al visitatore il gusto per il meraviglioso che, alla fine del Cinquecento, dominò nelle corti europee, e che, con un progetto che non ha eguali in Italia, attraverso un allestimento moderno, fondato su criteri di grande rigore scientifico e chiarezza espositiva, e con una scelta di oggetti fedele alla prima descrizione della Wunderkammer, rievoca una straordinaria camera delle meraviglie seicentesca dalla sorte sfortunata.


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Gli autori di questo articolo: Federico Giannini e Ilaria Baratta

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