Per un ritorno alla comunità e alla bellezza. Ripartire da cultura e fiducia nei giovani


Come sarà la ripartenza dalla pandemia? L'incontro con l'altro/a e l'amore per l'altro/a sono il nostro ossigeno. E per non farcelo mancare, dovremo affidarci a giovani e cultura.

La storia d’Italia insegna che dopo un evento collettivo negativo si suole ripartire in comunità. Insieme. Con coraggio, intraprendenza, voglia di dimostrare che il male non ci ha abbattuti. Che siamo pronti e capaci di rialzarci. Guardandoci di nuovo negli occhi, gli uni di fronte agli altri, per infonderci coraggio, solidarietà, forza, convinzione. Per sentirci vivi.

Questa esperienza è oggi, di nuovo, assolutamente fondamentale. D’altronde, dopo oltre sessanta giorni di confinamento in cui abbiamo assistito, in termini sociologici, a una diffusione esponenziale di emozioni negative (paura, tristezza, dolore) è fondamentale ritornare a vedersi di persona e ritrovare le proprie attività pratiche per generare e diffondere le emozioni positive sopracitate. Ne va della tenuta della società.

Dopo una crisi come quella attuale, la storia magistra vitae insegna che si riparte con una maggiore attenzione a due elementi principali: la comunità e l’ambiente. Nel primo caso, si tratta di prendere coscienza delle reti sociali, amicali e professionali sulle quali prima, soprattutto nelle medie e grandi città, non si faceva grande affidamento presi come eravamo da un’irrefrenabile globalizzazione (che ha trasformato in merci perfino le nostre emozioni). I due mesi di confinamento hanno permesso a molti la possibilità di “fermarsi e pensare”. Guardarsi dentro. Fare il punto sulla propria esistenza. Provare a immaginare un nuovo futuro. In questo senso, l’attenzione all’ambiente può giocare un ruolo preponderante nella costruzione di un (nuovo) futuro.

Giovani al Museo Bardini di Firenze
Giovani al Museo Bardini di Firenze. Ph. Credit Mus.e Firenze

Per diversi altri mesi, infatti, molto difficilmente si potrà tornare a viaggiare con la frequenza caratteristica del pre-epidemia (soprattutto all’estero). Dunque ci sarà la possibilità di riscoprire territori locali, scrigni d’arte racchiusi a pochi chilometri da casa propria, che magari prima venivano ignorati a favore del consumismo turistico extra regionale o nazionale. Si potrebbe dunque verificare un ritorno alla natura generato da una necessità di rallentamento delle proprie abitudini, legata anche all’impulso esistenziale di ritrovare l’altro/a fisicamente. Penso in particolare ai giovani o alle persone single, che hanno trascorso oltre sessanta giorni in solitudine. Vi è necessità di tornare a incontrarsi, percepirsi, odorarsi. E vi è il diritto di ritrovare l’amore. Come diceva Antigone, “non sono nata per l’odio, ma per l’amore”. Siamo esseri umani e sociali. L’incontro con l’altro/a e l’amore per l’altro/a sono il nostro ossigeno esistenziale.

Da qui nascono due riflessioni inerenti al ruolo dei giovani e a quello della cultura: 1) I giovani sono il nostro futuro. Non avere fiducia nei loro comportamenti sarebbe il primo passo per ucciderlo il futuro. Per dare ragione a quei profeti di sventura che in queste settimane si affrettano a fare previsioni fosche su una società che diventerebbe sempre più incattivita, violenta, selvaggia. Mi dispiace molto ascoltare previsioni del genere. Mi piacerebbe che ai fenomeni odierni di videodipendenza e protagonismo individuale, si sostituissero la ponderatezza, la riflessività, la calma civile, la speranza. Diamo fiducia ai giovani, non verremo traditi. Può essere questo il momento storico per “svecchiare” la nostra società, per conferire ai giovani ruoli di responsabilità, di fiducia, spazi istituzionali e potere. 2) Il ruolo della cultura è fondamentale nei momenti di crisi collettiva. Per questo motivo, ad esempio, le librerie e i musei non andavano chiusi. Mai. Perché sono i luoghi che aiutano a non perdere la memoria storica. A capire come si viene fuori dalle difficoltà. A non lasciarsi travolgere dalle notizie false. Perché sono spazi di diffusione della bellezza. Che proprio in periodi come questi può aiutarci a salvare il mondo.


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Massimo Cerulo

L'autore di questo articolo: Massimo Cerulo

Massimo Cerulo, sociologo, è professore associato di sociologia all'Università di Perugia e chercheur associé del laboratorio CERLIS - Centre de Recherche sur les Liens Sociaux (Università di Paris Descartes, Università Paris 3 Sorbonne Nouvelle, Centre National de la Recherche Scientifique).


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1. Gianluca in data 03/05/2020, 22:50:14

Esimio Professore, concordo col Suo pensiero ma, mi conceda un pensiero. Sono un Operatore museale e, mi creda, non so come sarebbe andata a finire se i Musei fossero rimasti aperti, calcolando che ancora ad oggi, quindi a pochi giorni dalle riaperture, abbiamo si i DPI, ma non ci sono ancora protocolli in merito. In prima fila non ci sono le “alte sfere” , ma tutti noi, troppo spesso lasciati soli con noi stessi. La fame di cultura dei nostri Visitatori non ci avrebbe certo salvato da eventuali contagi. Loro avranno ancora modo di ammirare tutte le bellezze dei nostri Musei, nel contempo noi abbiamo “salvato la pelle”.
Distinti saluti,
Gianluca M.







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