La Pinacoteca “diversamente smembrata”, e il soprintendente che apostrofa chi protesta legittimamente


Le opere della Pinacoteca Nazionale di Siena sono di tutti. Malgrado il soprintendente dia dello sciocco a chi si oppone al fatto che la collezione sarà divisa.

Smembramento. [smem-bra-mén-to]. “s.m. 1. Azione dello smembrare. 2 fig. Divisione, disgregazione di ciò che costituisce un tutto organico e naturale”. Questa la definizione del termine smembramento secondo il Grande Dizionario Hoepli Italiano di Aldo Gabrielli. Oppure, possiamo vedere quella del Sabatini Coletti: “Disgregazione, scomposizione di un tutto in vari elementi”. E ancora, se vogliamo scendere nel dettaglio, possiamo prendere la definizione che troviamo sul sito della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte: “per smembramento si intende l’atto di separazione di una parte di collezione, serie e raccolta dall’intero”.

Di certo, non si può dire che la semantica non stia dalla parte di chi, a Siena (e anche altrove), protesta contro quello che è a tutti gli effetti uno smembramento: quello della Pinacoteca Nazionale di Siena. Diverse opere, appartenenti al corpus seicentesco, verranno infatti separate dal resto della raccolta della Pinacoteca e saranno destinate ad altri ambienti. Nella fattispecie, quelli di Palazzo Chigi Piccolomini alla Postierla, in via del Capitano: ovvero, la sede della Soprintendenza di Siena. Ma guai a definire questa operazione uno smembramento! Il rischio è quello di incorrere negli strali del soprintendente Mario Scalini, che così si è pronunciato: “non è uno smembramento come qualche sciocco ha scritto, ma una ricomposizione”. Ironia del lessico: lo stesso Sabatini Coletti definisce il termine “ricomposizione” come “ricostituzione di qualcosa nella sua integrità”. Il Gabrielli si limita a parlare di “azione del ricomporre”. Dove ricomporre significa “comporre di nuovo, ricostruire mettendo insieme”. Insomma, l’esatto opposto di quello che si vuol fare a Siena.

Eppure, chi prova ad avanzare il dubbio che la Soprintendenza stia smembrando una collezione, non solo non viene ascoltato (e ci arriveremo tra poco), ma addirittura viene apostrofato come sciocco. Sembra incredibile, e soprattutto sembra un comportamento del tutto fuori luogo per un soprintendente, ma è quanto Scalini ha realmente dichiarato al Corriere Fiorentino, in un virgolettato riportato in un articolo del 19 novembre. Bel modo di dialogare! Insomma: l’invito è a non immischiarsi e a lasciar lavorare il Soprintendente. Altrimenti si ricevono insulti. Proveremo a dire che la Pinacoteca sarà diversamente smembrata: che suona veramente male, ma almeno non si incorrerà da una parte in una contraddizione semantica, e dall’altra (forse) nelle esternazioni di Mario Scalini.

Piazza Postierla, Siena
Una vecchia foto di piazza Postierla a Siena con il palazzo attuale sede della Soprintendenza sullo sfondo

E cosa dire delle argomentazioni opposte dal soprintendente? Il trasferimento “doveva essere un regalo alla città per Natale, ci hanno rovinato la sorpresa”. Già, come sono cattivi questi ignobili personaggi che si oppongono a quel gioioso presente natalizio che consiste nella divisione di una collezione che ha una storia illustre. Ma non finisce qui: sempre con la ormai consueta abitudine dell’utilizzo di termini completamente fuori posto, Scalini ha bollato le ragioni della protesta come “bufala e inutile polverone”. Ancora il Sabatini Coletti definisce una bufala come una “notizia clamorosamente infondata”: ci piacerebbe dunque sapere cosa c’è di infondato nel fatto che la collezione della Pinacoteca sarà divisa. Il trasferimento nell’attuale sede della Soprintendenza è già stato avviato! Dunque tutto ciò suona davvero come una presa in giro.

Tuttavia, evidentemente accortosi di quanto fossero labili le sue argomentazioni, Mario Scalini ha preferito correggere il tiro: apprendiamo così dalle pagine della Nazione di Siena, che “l’operazione di riordino della raccolta della Pinacoteca Nazionale era programmata da un triennio” e soprattutto che l’obiettivo sarebbe “rendere chiarezza sulle stratificazioni delle collezioni” e “dar modo di verificare le potenzialità espositive del palazzo che oggi ospita la sede” della Soprintendenza. Scalini ci spiegherà come sarà possibile verificare le potenzialità espositive dando modo di vedere le opere solo il sabato e la domenica, in ambienti ora destinati perlopiù a uffici. E i turisti che rimangono in città solo in mezzo alla settimana? E i ragazzi delle scuole? Tutti al sabato? Senza contare poi che, sempre dall’articolo, apprendiamo che gli spazi destinati a ospitare le opere “non sono a tutti gli effetti espositivi né aperti alla fruizione di eventuali visitatori o studiosi interessati a quella parte della collezione. Lo diventeranno, forse, se sarà ritenuto pertinente e possibile”. Dunque cosa dobbiamo immaginarci? Cosa significa che gli spazi “non sono a tutti gli effetti espositivi”? Che al sabato e alla domenica vedremo Rutilio Manetti e Bernardino Mei tra faldoni, scrivanie e penne bic?

Ma non ancora è tutto. Esattamente una settimana fa, sul nostro sito avevamo pubblicato una lettera aperta, scritta da un gruppo di laureati e laureandi dell’Università di Siena, in cui semplicemente si chiedeva alla Soprintendenza di fare chiarezza sulla situazione. I firmatari hanno, a più riprese, affermato di non essere stati ascoltati e di non aver ricevuto neppure una risposta. C’è però una inquietantissima consolazione: neppure il Comune di Siena è stato ascoltato. In una dichiarazione rilasciata il 18 dicembre dal sindaco della città, Bruno Valentini, il primo cittadino affermava che “le decisioni della Soprintendenza in merito ad eventuali trasferimenti di opere dalla Pinacoteca Nazionale di Siena, sono state assunte al di fuori della discussione aperta nel tavolo di lavoro interistituzionale coordinato dal Comune di Siena”. Cosa ne può essere del patrimonio artistico, se chi è preposto alla sua cura né ascolta le ragioni di chi quel patrimonio lo studia, lo ama e vorrebbe proteggerlo, né prende decisioni in accordo con gli enti che amministrano il territorio?

Giova ricordare che le opere della Pinacoteca Nazionale di Siena non appartengono alla Soprintendenza, né a Mario Scalini, dunque la Soprintendenza non può farne ciò che vuole: quelle opere appartengono alla collettività, sono patrimonio di tutti i cittadini ed è quindi dovere della Soprintendenza dar almeno ascolto a tutte le voci e dialogare sia con la base che con le istituzioni. Quest’estate abbiamo a lungo parlato della riforma del MiBACT che, in caso di approvazione, comporterà uno scollamento dei musei dal territorio: sarebbe bello se si evitasse di anticiparne le conseguenze.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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