Tagli sulla cultura per spendere in assistenzialismo? Un rischio da scongiurare


Nel dopo-virus c'è già chi sta pensando di tagliare sulla cultura per fare assistenzialismo, sullo stile dei 600 euro ai professionisti o dei buoni spesa. Ma in realtà il modo migliore per aiutare i lavoratori è... farli lavorare. Soprattutto nel nostro settore.

Mentre l’Italia s’appresta a uscire dall’emergenza coronavirus e si discute sulle proposte di rilancio, in Trentino è in corso di dibattito un ddl che verrà votato domani e che rischia di creare un pericoloso precedente: si tratta del ddl Fugatti-Spinelli, che garantisce una serie di aiuti (tra i quali anche misure di puro assistenzialismo, per esempio contributi a fondo perduto per i lavoratori stagionali, buoni spesa, trattamenti straordinari di 600 euro mensili per imprenditori e professionisti che dichiarano cessata attività), ma al contempo infligge pesantissimi tagli alla cultura. Si tratta di oltre 2 milioni di euro che penalizzano diverse strutture, a cominciare dal Mart di Trento e Rovereto (che perde 900mila euro), dal sistema bibliotecario del Trentino (400mila euro in meno), dalle scuole musicali (200mila euro in meno).

L’amministrazione del Trentino rischia dunque d’inaugurare un modello poco efficiente per il rilancio dell’Italia afflitta dalla crisi causata dal coronavirus: tagli alla cultura per finanziare l’assistenzialismo. Una strada che, al momento, stanno seguendo alcune piccole realtà del territorio: è diventata un caso nazionale, ad esempio, la vicenda del Comune di Deruta, dove si sta cercando il direttore dei due musei locali, senza che sia prevista la dovuta e giusta retribuzione, perché l’amministrazione, ha spiegato il sindaco, deve ora affrontare le spese per la gestione della crisi. E sempre in Umbria, a Bastia Umbra, il Comune ha raddoppiato i fondi per i buoni spesa andando però a fare economia, per ammissione stessa del primo cittadino, sui settori della cultura, della scuola e del sociale.

Già da tempi non sospetti su queste pagine andiamo ripetendo che gli aiuti diretti dovevano essere limitati al solo periodo dell’emergenza, e che il modo migliore per far ripartire il paese è investire sul lavoro e incentivare la domanda. Il tutto agendo su una doppia direttrice, se pensiamo al nostro settore: quella dei servizi e quella dell’offerta culturale, due comparti che in questo momento sono in forte sofferenza. Lo stiamo vedendo, in questi giorni, nel settore dei musei e soprattutto in quello delle biblioteche, che al momento sembra essere il più colpito: a Firenze, per esempio, i lavoratori del settore ieri sono scesi in piazza per denunciare con sconforto una situazione tutt’altro che rosea, e che vede biblioteche chiuse (solo a Firenze, ci sono ancora porte sbarrate in otto biblioteche civiche su tredici, e le cinque che rimangono aperte non garantiscono tutti i servizi, e operano in regime di orario ridotto) e i lavoratori precari che rischiano di essere lasciati a casa. Viene dunque normale domandarsi se abbia senso fare come si sta facendo in Trentino, dove si risparmia sulle biblioteche col rischio di far cessare i contratti dei precari che avrebbero lavorato con quei fondi che adesso serviranno a dar loro soccorso mentre rimarranno a casa a far niente, o tutt’al più seguiranno corsi d’aggiornamento obbligatori.

S’obietterà dicendo che i tagli servono a garantire aiuti a una vasta pletora di professionisti e imprese in difficoltà a causa delle conseguenze del coronavirus. Ma, anche volendo tralasciare approfondimenti sul ruolo sociale della cultura e ragionando soltanto in termini di mero sviluppo economico, si può altrettanto facilmente replicare affermando che gli investimenti in cultura sono uno straordinario moltiplicatore economico: possono essere sufficienti tre motivi per argomentare questa posizione. Primo: un investimento in cultura è un investimento di lunga durata, come ha efficacemente spiegato su queste pagine Francesca Velani, direttrice di LuBeC, facendo l’esempio di Parma Capitale Italiana della Cultura, evento per il quale sono state investite risorse importanti anche nell’ottica di migliorare le strutture della città. Secondo: disinvestire significa prolungare la crisi del settore, e una crisi troppo lunga significa, per adoperare le parole di Alessandro Bollo, “mettere fuori dal mercato molte delle competenze e delle persone che mandano avanti le tante piccole realtà culturali e che collaborano e gravitano più o meno stabilmente attorno alle medie e grandi istituzioni il danno sarebbe enorme”. Questo significa che, al momento della ripartenza, sarà tutto molto più complicato, senza considerare che l’Italia rischierà anche di perdere competitività internazionale. Si pensi anche solo al settore del turismo (durante l’emergenza abbiamo sentito ripetere fino allo sfinimento che il Pil dell’Italia dipende dal turismo per il 13%): tagli alla cultura significano strutture e città meno attraenti per i viaggiatori. Terzo: la cultura genera un ricchissimo indotto: si vedano a tal proposito i rapporti annuali della Fondazione Symbola sugli effetti di ogni euro investito in cultura, che ne fa guadagnare almeno il doppio in altri settori.

Varrà la pena concentrarsi su quest’ultimo punto sottolineando un esempio lampante, quello dei festival culturali, che dipendono in gran parte dalle sovvenzioni delle amministrazioni locali, ma che spesso ottengono l’effetto di far scaturire importanti ritorni dagli investimenti e che generano lavoro diretto (quello dei professionisti e delle maestranze coinvolti a vario titolo nell’organizzazione delle manifestazioni) e indiretto (strutture ricettive che ospitano i turisti, bar e ristoranti, il commercio al dettaglio). Basti pensare che, a Pordenone, dove si tiene uno dei festival letterari più importanti del paese (Pordenonelegge), i commercianti sono stati tra i primi a gioire della notizia della conferma dell’edizione 2020, dal momento che la manifestazione garantisce un’importante mole di lavoro, in città, per il settore. I festival culturali non sono soltanto importanti momenti di riflessione (un punto su cui s’è tanto discusso e si continua a discutere, con posizioni più o meno critiche), ma rappresentano anche un’importante voce per lo sviluppo dei territori di riferimento, anche attirando turismo e facendo crescere la reputazione delle città che li ospitano: un rapporto di Confcommercio spiega che anche le manifestazioni di dimensioni ridotte comportano diversi benefici economici (investimenti da parte degli organizzatori per lo sviluppo, l’organizzazione, la gestione, la promozione e la comunicazione della manifestazione, con la conseguenza che si fornisce un maggior contributo al settore dei servizi su scala locale e regionale, ricadute che rimangono sul territorio, coinvolgimento del tessuto economico locale, dall’abbigliamento all’artigianato passando per l’enogastronomia). E di conseguenza non sono poche le città (succede, per esempio, a Pordenone e a Carrara) che già in queste settimane vedono le associazioni di categoria spingere per progettare eventi per l’estate che avranno anche l’effetto di sostenere il commercio.

Un momento del festival Convivere a Carrara
Un momento del festival Convivere a Carrara

In diverse città d’Italia è stato compreso il fondamentale ruolo economico della cultura. Mantova ha confermato pochi giorni fa l’edizione 2020 del Festivaletteratura, lo stesso accade a Sarzana dove si farà anche quest’anno il Festival della Mente e a Carrara dove è di oggi la notizia che la situazione contingente non impedirà di organizzare la quindicesima edizione del festival Convivere, per non parlare delle tante mostre allestite in giro per l’Italia, che sono state confermate o prorogate. E ci sono anche luoghi dove i musei sono tornati a funzionare a regime normale. Al momento, il settore più in affanno è quello delle biblioteche e degli archivi, che ha la sfortuna d’essere gravato da pesanti norme anti-contagio che riguardano le superfici e gli oggetti, e che per esempio impongono la quarantena anche ai libri: ma i lavoratori e le associazioni di categoria si stanno già attivando per chiedere una revisione delle regole sulla base delle ultime acquisizioni scientifiche in materia di permanenza del virus sulle superfici. L’unica discriminante per riaperture e programmazione sul breve e medio termine sarà, naturalmente, il rispetto delle misure anti-contagio che saranno in vigore al momento dell’evento o della riapertura. Ma possiamo affermare che la cultura, da questo punto di vista, non ha di che temere.

Non si vuol dire che le misure di aiuto alle classi meno avvantaggiate non siano utili: anzi, è proprio in momenti come questi che è necessario ridurre il divario sociale. Ma uno dei migliori mezzi per farlo è incentivare il lavoro piuttosto che assistere a casa chi potrebbe essere in grado di lavorare se solo gli investimenti venissero ben indirizzati e se si pensasse che la cultura non è un peso di cui far strage con tagli indiscriminati, ma è un settore su cui investire se vogliamo garantire un futuro a chi ha patito le conseguenze della crisi. E il rischio che si disinvesta nella cultura per fare mero assistenzialismo dovrà essere il più possibile scongiurato.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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