Quando le marionette sono arte e avanguardia. La loro storia in mostra a Reggio Emilia


Recensione della mostra “Marionette e Avanguardia. Picasso, Depero, Klee, Sarzi”, a cura di James Bradburne (a Reggio Emilia, Palazzo Magnani, dal 17 novembre 2023 al 17 marzo 2024).

In un’epoca dominata dai social, dalle nuove tecnologie e dalla nascente intelligenza artificiale che già sta creando profondi dibattiti sia sul suo ruolo che sulla necessità o meno della presenza umana in dati ambiti, chissà se le nuove generazioni sentono ancora il fascino per marionette e burattini. Ricordo che da piccola, molto spesso nelle serate estive, accompagnata dai miei genitori, mi trovavo ad assistere a fantastici spettacoli di marionette e burattini che, mossi dalle sapienti mani dei burattinai o dei marionettisti, mettevano in piedi con una baracca e un castelet storie davanti alle quali rimanevo magicamente incantata e rapita. Oggi di questi spettacoli se ne vedono sempre meno, stanno quasi scomparendo, e credo che sia un male per la società del presente, perché si toglie alle nuove generazioni quel senso di magia che anima quel mondo e le si rende sempre più prive di quella buona fantasia e della creatività che fa trasformare anche la più insignificante bottiglia di plastica o un normale sacchetto di carta in un personaggio di una storia fantastica. Una sensibilità che ha mosso la Fondazione Palazzo Magnani a realizzare la mostra Marionette e avanguardia. Picasso, Depero, Klee, Sarzi, in corso fino al 17 marzo 2024, a cura di James M. Bradburne, a Palazzo Magnani di Reggio Emilia. Non deve far ingannare però l’idea che, dato il tema, sia una mostra rivolta solo ai bambini: pur giocosa, colorata, e piacevole da visitare, l’esposizione mette in campo temi come le grandi avanguardie del primo Novecento, i suoi artisti e il teatro. I piccoli visitatori sicuramente si divertiranno a scoprire le più strane creazioni nate dalla fantasia delle artiste e degli artisti e vivranno questa rassegna come una giocosa scoperta; gli adulti percorreranno questa mostra probabilmente con un senso di nostalgia che li riporterà alla loro infanzia ma soprattutto avranno occasione di conoscere la storia di marionette e burattini attraverso il Novecento.

È perciò una mostra capace di affascinare tutti, grandi e piccini. Chi l’ha detto che burattini e marionette sono cose solo da bambini? Basti pensare, ed è questo uno dei principali obiettivi di questa mostra, che gli artisti del primo Novecento, anziché considerare i “fantocci” come semplici giochi infantili, vi hanno visto un grande potenziale, partendo dalla curiosità giovanile, sia per immaginare attraverso le stesse rappresentazioni un mondo migliore sia come strumenti di cambiamento sociale nelle rivoluzioni che segnarono la prima metà del secolo. La riappropriazione delle marionette e dei burattini da parte delle avanguardie europee all’inizio del Novecento è calata perciò nel contesto del periodo storico, nel senso che, ad eccezione delle tradizioni indigene, spesso gli artisti realizzano queste creazioni proprio per presentare la società in cui vivono, con l’intento di spezzare quel confine tra arte e vita; per criticare le condizioni politiche e sociali e magari immaginare un mondo migliore, diffondendo così queste idee attraverso nuove modalità di espressione visiva, come una sorta di gioco creativo che tuttavia portava con sé significati più profondi e attuali.

Percorrendo le sale della mostra e le sue sezioni, scandite nettamente dalle varie sperimentazioni che si susseguirono nel corso dei primi decenni del Novecento e dai suoi protagonisti, si compie in effetti, come dichiarato dal presidente della Fondazione Palazzo Magnani Maurizio Corradini, “un viaggio nel tempo e nello spazio attraverso le sperimentazioni di artisti visionari” e attraverso “le principali tradizioni europee del teatro di figura del Novecento”. Ogni sezione esplora infatti un momento e un luogo specifico dei primi decenni del Novecento, nonché il modo in cui il teatro si trasforma da uno spettacolo dominato dagli attori a una forma d’arte totale creata dai registi d’avanguardia.

Allestimenti della mostra Marionette e Avanguardia. Picasso, Depero, Klee, Sarzi
Allestimenti della mostra Marionette e Avanguardia. Picasso, Depero, Klee, Sarzi
Allestimenti della mostra Marionette e Avanguardia. Picasso, Depero, Klee, Sarzi
Allestimenti della mostra Marionette e Avanguardia. Picasso, Depero, Klee, Sarzi
Allestimenti della mostra Marionette e Avanguardia. Picasso, Depero, Klee, Sarzi
Allestimenti della mostra Marionette e Avanguardia. Picasso, Depero, Klee, Sarzi
Allestimenti della mostra Marionette e Avanguardia. Picasso, Depero, Klee, Sarzi
Allestimenti della mostra Marionette e Avanguardia. Picasso, Depero, Klee, Sarzi
Allestimenti della mostra Marionette e Avanguardia. Picasso, Depero, Klee, Sarzi
Allestimenti della mostra Marionette e Avanguardia. Picasso, Depero, Klee, Sarzi

Si parte da quattro costumi a grandezza naturale (tra cui Le prestidigitateur chinois e il Manager américain) disegnati da Pablo Picasso per Parade, un balletto coreografico senza trama, portato in scena dai Ballets russes di Sergej Djagilev a Parigi nel 1917, che costituiva una specie di parata di artisti da fiera che si esibivano dando ciascuno un saggio del proprio numero. Si passa al futurismo degli anni Venti di Fortunato Depero con i suoi Balli plastici, che misero sul palcoscenico forme di legno in movimento accompagnate da musica raffiguranti animali (tra i più famosi, il gatto nero, il gallo, i topi), o personaggi come il pupazzo bianco e il selvaggio rosso, realizzate grazie all’aiuto del suo amico e mecenate Gilbert Clavel, per celebrare il gesto puro del movimento, in piena ottica futurista, con l’eliminazione anche dell’attore. Le marionette di Depero vennero presentate per la prima volta al Teatro Odescalchi di Roma nell’aprile 1918. Quelle originali vennero distrutte dopo qualche anno, ma i disegni dei progetti finirono a Rovereto quando lo stesso Depero nel 1919 aprì nella città trentina la sua Casa d’Arte Futurista. Vennero quindi ricostruite nel 1981 seguendo proprio i progetti dell’artista e ora sono custodite al Mart di Rovereto, da dove provengono quelle esposte in mostra. S’incontrano poi i dieci burattini futuristi di Enrico Prampolini realizzati nel 1922 che rappresentano sia caricature di personaggi che a quel tempo ricoprivano importanti ruoli politici e culturali, come Gabriele d’Annunzio, Giovanni Giolitti, re Vittorio Emanuele III, Benito Mussolini, Dina Galli (unico burattino di genere femminile) sia concetti, come il mondo o il fascismo.

Una sezione è dedicata invece alle classiche marionette giavanesi intagliate su pelle, note come Wayang, del cosiddetto Teatro delle ombre, che venivano utilizzate in occasione di feste di villaggio, rituali comunitari o di passaggio e che quindi occupavano un importante ruolo nella magia divinatoria e nell’oratoria politica. Ancora oggi molto apprezzate, sono apparse in Europa a fine Ottocento grazie a mercanti e viaggiatori sull’onda del gusto per l’oriente; dal 2003 sono protette dall’UNESCO come forma di patrimonio culturale immateriale indonesiana e capolavoro della tradizione orale e immateriale dell’umanità. S’ispirò al principio del movimento delle Wayang, mosse a bastone dal basso (un’asta principale sosteneva la figura, mentre altre aste permettevano il movimento delle altre parti, ad esempio gli arti), il boemo Richard Teschner, considerato uno dei più grandi innovatori del teatro di figura del Novecento, poiché capovolse il tradizionale processo di animazione delle marionette. Il suo teatro delle marionette prese forma intorno alla Wiener Werkstätte: le figure intagliate nel legno erano vestite con tessuti delle Wiener Werkstätte o dipinte con motivi ornamentali come quelli dell’arte popolare dell’Egerland, creando così una simbiosi tra tradizioni culturali dell’oriente e il mondo pittorico europeo. Quello di Teschner è un teatro senza linguaggio, che si riduce alla gestualità, e che cattura lui stesso poichè “la marionetta è una struttura senza vita finché è appesa nella cassa del marionettista, ma non appena questi la prende in mano e la conduce su fili o per mezzo di aste su piccoli e raffinati palcoscenici, essa sperimenta una strana animazione e una vita propria quasi inquietante”. In mostra è possibile vedere alcune delle sue marionette, tra cui la bella Nawang Wulan e le strane creature dalle sembianze quasi aliene Zipzip e il Giallo.

Fortunato Depero, Gallina, Marionette dei Balli Plastici (1918, ricostruzione del 1980; legno, 62 x 56 x 13 cm; Rovereto; Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto - Fondo Depero) Foto © Archivio fotografico e Mediateca Mart
Fortunato Depero, Gallina, Marionette dei Balli Plastici (1918, ricostruzione del 1980; legno, 62 x 56 x 13 cm; Rovereto; Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto - Fondo Depero) Foto © Archivio fotografico e Mediateca Mart
Fortunato Depero, Gatto, Marionette dei Balli Plastici (1918, ricostruzione del 1980; legno; Rovereto; Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto - Fondo Depero)
Fortunato Depero, Gatto, Marionette dei Balli Plastici (1918, ricostruzione del 1980; legno; Rovereto; Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto - Fondo Depero)
Enrico Prampolini, Dieci burattini futuristi (Gabriele D'Annunzio; Benito Mussolini ; don Sturzo; Dina Galli; Re Vittorio Emanuele III; Il diavolo; Il fascismo; Il Mondo; Giovanni Giolitti; Francesco Saverio Nitti) (1922; legno dipinto e tessuto, dimesioni varie; Collezione privata)
Enrico Prampolini, Dieci burattini futuristi (Gabriele D’Annunzio; Benito Mussolini ; don Sturzo; Dina Galli; Re Vittorio Emanuele III; Il diavolo; Il fascismo; Il Mondo; Giovanni Giolitti; Francesco Saverio Nitti) (1922; legno dipinto e tessuto, dimesioni varie; Collezione privata)
Wayang Kulit, Marionette per il “Teatro delle ombre” (XIX secolo, Giava; arti superiori snodati, pigmenti naturali su pelle, aste in corno di bufalo bollito, intagliato e sagomato, altezza 46 cm; Varese, Casa Museo Lodovico Pogliaghi)
Wayang Kulit, Marionette per il “Teatro delle ombre” (XIX secolo, Giava; arti superiori snodati, pigmenti naturali su pelle, aste in corno di bufalo bollito, intagliato e sagomato, altezza 46 cm; Varese, Casa Museo Lodovico Pogliaghi)
Richard Teschner, Nachtstück (diavolo di pelliccia) e numerosi piccoli disegni per varie figure (1913; acquarello, pittura opaca e matita su cartoncino; Vienna, Museo del Teatro)
Richard Teschner, Nachtstück (diavolo di pelliccia) e numerosi piccoli disegni per varie figure (1913; acquarello, pittura opaca e matita su cartoncino; Vienna, Museo del Teatro)
Richard Teschner, Nawang Wulan (1912; marionetta a bastone, riferimento allo spettacolo di Nawang Wulan; Legno di tiglio tornito, intagliato e incastonato, tessuto metallico con filo d'oro, seta, vetro, perle finte, pietre di vetro in cornici di plastica; meccanica: canna Tonkin, cuoio, corde in budello, altezza 44 cm; Vienna, Museo del Teatro) © KHM-Museumsverband, Theatermuseum
Richard Teschner, Nawang Wulan (1912; marionetta a bastone, riferimento allo spettacolo di Nawang Wulan; Legno di tiglio tornito, intagliato e incastonato, tessuto metallico con filo d’oro, seta, vetro, perle finte, pietre di vetro in cornici di plastica; meccanica: canna Tonkin, cuoio, corde in budello, altezza 44 cm; Vienna, Museo del Teatro) © KHM-Museumsverband, Theatermuseum

Ed ecco poi le marionette della svizzera Sophie Taeuber, moglie dell’artista franco-tedesco Jean Arp: nel 1918 le venne chiesto di disegnare le marionette e le scenografie per il testo della commedia dell’arte Re Cervo di Carlo Gozzi adattata da Werner Wolff e René Morax che questi ultimi trasformarono in una parodia della psicanalisi di Freud. Ci sono quindi le marionette “sonanti” di Re Deramo, delle Guardie, del Cervo, del Dr. Komplex, del Pappagallo, che vengono anche presentate in movimento in una produzione video visibile nella stessa sezione della mostra.

Ci si inoltra poi nel Bauhaus della Weimar degli anni Venti, di cui protagonisti nell’impiego di figurine-marionette (influenzati dalla riscoperta dell’opera di Heinrich von Kleist, Il teatro delle marionette del 1810) sono Lothar Schreyer, primo direttore del laboratorio teatrale del Bauhaus (dal 1921 al 1923) e il suo successore, Oscar Schlemmer (dal 1923 al 1929). Figure geometriche come la Donna lussuriosa, l’Uomo lussurioso e l’Angelo della nascita per lo spettacolo di marionette Geburt di Schreyer, di cui si conservano i progetti, come possiamo vedere in esposizione, e il Balletto triadico di Schlemmer rappresentato per la prima volta come evento culminante delle celebrazioni della settimana del Bauhaus nell’agosto del 1923, con costumi scultorei a corpo intero che trasformavano i ballerini in marionette stilizzate. Si trattava in realtà di un anti-balletto, una danza sinfonica senza trama divisa in tre sezioni, dall’allegro al serio.

Anche Paul Klee, insegnante al Bauhaus, realizzò una serie di burattini e un teatro-baracca per suo figlio Felix. Klee portò suo figlio allora di otto anni al teatro delle marionette del mercato delle pulci Auer Dult di Monaco: qui quest’ultimo rimase affascinato dal personaggio dispettoso e combattivo di Kasperl a tal punto che suo padre come regalo di compleanno gli creò una serie di marionette realizzate a mano dei personaggi dello spettacolo che avevano visto insieme e addirittura per la famiglia, gli amici e gli ospiti Felix metteva in scena vere rappresentazioni domestiche.

Si prosegue con l’avanguardia russa: artisti come El Lissitzky e Nina Efimova trovarono nelle marionette e nei burattini la libertà che era spesso assente nei mezzi di comunicazione più convenzionali. Lissitzky progettava le sue figure principalmente per presentare il radioso futuro del proletariato internazionale, trasmettendo un’idea della nuova società e della nuova arte attraverso immagini astratte. Sono figure composte di vari pezzi che assumono l’aspetto di macchine in movimento anziché di corpi umani, e ogni personaggio ha la forma del lavoro che svolge, ad esempio l’Annunciatore include un megafono che emette i rumori delle stazioni ferroviarie, lo scroscio delle cascate del Niagara e il martellamento delle acciaierie; il Giramondo ha un corpo a forma di elica, che simboleggia l’aereo su cui viaggia. I corpi dei Becchini sono bare astratte con sopra delle croci. Ma è l’Uomo nuovo a incarnare pienamente un messaggio politico, diffondendo l’idea che il futuro uomo sia comunista, come la sua visione (l’occhio sinistro è formato dalla stella rossa sovietica); lo stesso Lissitzky sosteneva che “il sistema comunista di vita sociale sta creando un uomo nuovo: da una piccola e insignificante ruota di una macchina, egli ne è diventato capitano”.

Schizzi, manifesti e proiezioni omaggiano infine una delle pioniere del teatro sperimentale per bambini: la pittrice e burattinaia Nina Efimova. Nel neonato Stato sovietico guidato da Lenin e da sua moglie, le marionette diventarono un ottimo strumento per combattere il diffuso analfabetismo e per formare il nuovo cittadino sovietico e in quest’ottica artisti come la Efimova utilizzarono le marionette come mezzo di propaganda per coinvolgere le masse partendo proprio dall’infanzia. I personaggi erano quindi stereotipati e facilmente identificabili ed incarnavano spesso tipologie politiche e sociali. Tra le sue creazioni più famose si conta il burattino russo Petruška (lo vediamo in mostra seduto su una panchina ad aspettare compagnia): Nina lo ha portato dappertutto, nelle numerose esibizioni che teneva in giro per le fabbriche, le scuole, i circoli operai, per le strade di Mosca insieme al marito Ivan (con gli Efimov la popolarità delle marionette da fiera crebbe moltissimo).

Sophie Taeuber-Arp, Pappagallo, Marionetta per Il Re Cervo (1918, riproduzione del 1993; legno tornito e verniciato, lamiera di ottone; Zurigo, Università delle Arti di Zurigo, Museo del Design di Zurigo, Collezione di arti applicate)
Sophie Taeuber-Arp, Pappagallo, Marionetta per Il Re Cervo (1918, riproduzione del 1993; legno tornito e verniciato, lamiera di ottone; Zurigo, Università delle Arti di Zurigo, Museo del Design di Zurigo, Collezione di arti applicate)
Sophie Taeuber-Arp, Cervo, Marionetta per Il Re Cervo (1918, riproduzione del 1993; legno tornito e verniciato, lamiera di ottone; Zurigo, Università delle Arti di Zurigo, Museo del Design di Zurigo, Collezione di arti applicate)
Sophie Taeuber-Arp, Cervo, Marionetta per Il Re Cervo (1918, riproduzione del 1993; legno tornito e verniciato, lamiera di ottone; Zurigo, Università delle Arti di Zurigo, Museo del Design di Zurigo, Collezione di arti applicate)
Lothar Schreyer, Figura di donna lussuriosa, figura per l'opera teatrale di marionette Geburt ("La Nascita") (1923; litografia;, 39,4 x 29,8 cm; Colonia, Università di Colonia, Collezione di studi teatrali)
Lothar Schreyer, Figura di donna lussuriosa, figura per l’opera teatrale di marionette Geburt (“La Nascita”) (1923; litografia;, 39,4 x 29,8 cm; Colonia, Università di Colonia, Collezione di studi teatrali)
Paul Klee, Senza titolo (Breitohrclow - Clown dalle orecchie larghe) (1925; burattino, replica 9705 - ceramica fusa, dipinta, lino, altezza 48 cm; Svizzera, Collezione privata, in deposito permanente al Zentrum Paul Klee, Berna)
Paul Klee, Senza titolo (Breitohrclow - Clown dalle orecchie larghe) (1925; burattino, replica 9705 - ceramica fusa, dipinta, lino, altezza 48 cm; Svizzera, Collezione privata, in deposito permanente al Zentrum Paul Klee, Berna)
El Lissitzky (da), I Becchini (1923, riproduzione del 2009; legno, metallo, plexiglass e acrilico; Eindhoven, Van Abbemuseum)
El Lissitzky (da), I Becchini (1923, riproduzione del 2009; legno, metallo, plexiglass e acrilico; Eindhoven, Van Abbemuseum)
Aleksandra Aleksandrovna Ekster, Colombine (1926, marionetta, produzione 2017; PLA stampata, legno verniciato, metalli, ottone, tessuto dipinto, plastica, colore acrilico; Zurigo, Università delle Arti di Zurigo, Museo del Design di Zurigo, Collezione di arti applicate)
Aleksandra Aleksandrovna Ekster, Colombine (1926, marionetta, produzione 2017; PLA stampata, legno verniciato, metalli, ottone, tessuto dipinto, plastica, colore acrilico; Zurigo, Università delle Arti di Zurigo, Museo del Design di Zurigo, Collezione di arti applicate)
Otello Sarzi, Angoscia (1968; burattino a stecca per Quello che penso ti dico; Reggio Emilia, Fondazione Famiglia Sarzi)
Otello Sarzi, Angoscia (1968; burattino a stecca per Quello che penso ti dico; Reggio Emilia, Fondazione Famiglia Sarzi)

La mostra si conclude celebrando con una sezione dedicata il burattinaio reggiano Otello Sarzi (Vigasio, 1922 - Reggio Emilia, 2001). Prima giovane aiutante nella compagnia itinerante di famiglia, negli anni Cinquanta iniziò una collaborazione con Gianni Rodari costruendo maschere per i bambini protagonisti dei personaggi delle storie dello scrittore. Da allora Sarzi si dedicò esclusivamente al teatro dei burattini, drammatizzando Alfred Jarry, Samuel Beckett e Bertolt Brecht, e realizzando figure di grandi dimensioni con tecniche innovative e materiali di recupero come gommapiuma, bottiglie d’acqua, lattine e spago. Fondò poi nel 1957 a Roma il T.S.B.M. – Teatro Stabile di Burattini e Marionette. Nel 1969 si trasferì con alcuni componenti della compagnia a Reggio Emilia e, nello stesso anno, Sarzi e i collaboratori del suo T.S.B cominciarono il lavoro nelle Scuole dell’infanzia con Gianni Rodari, Loris Malaguzzi e le insegnanti, collaborando al progetto di una nuova pedagogia per l’infanzia. Sono esposti in mostra molti dei suoi burattini, tra cui anche Angoscia, personaggio che che si esprimeva con una gestualità espressionista e che rappresentava l’angoscia dell’uomo contemporaneo nella società industriale. Questo tributo finale è in realtà uno dei principali intenti della mostra, che si poneva di valorizzare al meglio il lascito del teatro sperimentale di Otello Sarzi facendolo dialogare con le principali tradizioni europee del teatro di figura del Novecento, come si è illustrato finora.

Bella e singolare l’idea di accompagnare l’esposizione con performance della Compagnia marionettistica Carlo Colla di Milano e dell’Associazione 5T di Reggio Emilia, per far vivere ai visitatori un momento di spettacolo di teatro di figura. Una mostra quindi da visitare per ritrovare quel fascino oggi purtroppo quasi perduto per il mondo di marionette e burattini e per conoscerne la storia lungo l’arco del XX secolo.


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Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Giornalista, sono co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. Sono nata a Carrara nel 1987 e mi sono laureata a Pisa. Sono responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.




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