Guardare la pandemia attraverso una copertina. 49 artisti italiani in mostra a Massa


Recensione della mostra “Carta Bianca. Una nuova storia. 49 artisti x 49 copertine” a Massa, Museo Civico Guadagnucci, fino al 29 agosto 2021.

“Le costrizioni del confinamento hanno portato ciascuno di noi a interrogarsi sul proprio stile di vita, sui veri bisogni, sulle proprie aspirazioni, represse in coloro che subiscono una condizione chiusa tra casa e lavoro, dimenticate in coloro che godono di una vita meno asservita, e mascherate in genere dall’alienazione del quotidiano o rimosse nel divertissement pascoliano, che ci distoglie dai veri problemi della nostra condizione umana”. Lo ha scritto Edgar Morin nella prima delle sue 15 lezioni del coronavirus, pubblicate mentre la seconda ondata della pandemia di Covid-19 cominciava a prender forma e a convincere di nuovo i governi di mezzo mondo che rinchiudere più o meno a lungo le persone nelle loro case fosse la soluzione più indicata per fronteggiare il problema. Unprecedented times li chiamano nei paesi anglosassoni: un momento che non ha precedenti. E come accade per tutti i momenti che non hanno precedenti, il flusso d’emozioni che lo attraversa è tempestoso, violento, contraddittorio, inquieto e inquietante, forse ancor più imprevedibile dell’andamento delle ondate dell’epidemia. È un turbine che ha travolto anche l’arte, con almeno un paio di conseguenze positive: ha sprigionato un momento di luminosa e diffusa euforia creativa (com’è tipico dei momenti di crisi, del resto) e s’è configurato come una sorta di rappel à l’ordre, a guisa d’unità di misura concreta, tangibile e immediata con la quale gli artisti son stati costretti a confrontarsi.

Per stabilire se ne usciranno risultati originali e per verificare come il tutto inciderà sul corso della storia dell’arte è presto: al momento probabilmente si può solo far cronaca. Vale per chi scrive d’arte, vale in un certo senso anche per chi produce arte. Ma riportare l’arte contemporanea a una dimensione urgente e pressante è già una conquista: non per documentare, ché l’arte non a questo serve e non per questo è nata. Se l’arte, ricordando Gastone Novelli, è il modo con cui l’essere umano s’orienta nel mondo, allora più che mai serve in situazioni dove un’umanità frastornata e smarrita avverte la necessità di strumenti che le facilitino la navigazione. Va pertanto riconosciuto a Valentina Ciarallo il merito d’aver fabbricato una sorta di piccola bussola che offre, nel piccolo del contributo che le arti visivie possono dare, la possibilità di comprendere verso quali punti cardinali si siano orientati gli artisti italiani nei primi mesi della pandemia. La curatrice romana ha avuto l’idea di far riempire a quarantanove artisti la White Issue di Vogue Italia, ovvero il numero di aprile 2020 uscito con la copertina completamente bianca per dare il senso dello sbigottimento dinnanzi all’insorgere dell’epidemia che ha sconvolto il mondo.

È noto che i lettori dell’edizione italiana di Vogue siano sempre stati abituati a copertine colorate, stravaganti, aggiornate rispetto alle ultime tendenze. Una consuetudine che si ripeteva senza sosta dal 1962: mai una copertina era rimasta vuota in quasi sessant’anni di pubblicazioni. Il vuoto è diventato così allegoria dello smarrimento. Un’allegoria che però Ciarallo, una sorta di cinquantesima artista come han notato in tanti alla presentazione della mostra, ha ribaltato con diligenza e intraprendenza: un vuoto si può anche riempire, un vuoto può rappresentare un principio, uno spazio bianco più o meno circoscritto è quasi sempre l’inizio d’un’opera d’arte. I risultati dell’iniziativa, che ha naturalmente avuto il pieno sostegno di Vogue, si possono osservare alla mostra Carta Bianca. Una nuova storia al Museo Guadagnucci di Massa (benché si sappia già che l’esposizione poi girerà), fino al 29 agosto: le quarantanove copertine sono esposte nelle sale del museo che con questa rassegna, peraltro, inaugura il nuovo corso sotto l’egida della nuova direttrice Cinzia Compalati, capace al primo colpo di riportare arte contemporanea di qualità in un museo pubblico apuano, dopo troppo tempo d’assenza e sconforto. Anche per questo la mostra vale una visita.

Veduta della mostra Carta Bianca. Una nuova storia
Veduta della mostra Carta Bianca. Una nuova storia. Foto di Serena Rossi


Veduta della mostra Carta Bianca. Una nuova storia
Veduta della mostra Carta Bianca. Una nuova storia


Veduta della mostra Carta Bianca. Una nuova storia
Veduta della mostra Carta Bianca. Una nuova storia


Veduta della mostra Carta Bianca. Una nuova storia
Veduta della mostra Carta Bianca. Una nuova storia


Veduta della mostra Carta Bianca. Una nuova storia
Veduta della mostra Carta Bianca. Una nuova storia

La “nuova storia” cui allude il titolo della mostra è quella che i quarantanove artisti scrivono sulla prima pagina di Vogue: com’è per tutte le collettive, c’è chi interpreta il suo ruolo in modo più appassionato e coinvolgente e c’è chi invece si propone in maniera più stanca o retorica, ma il risultato nel complesso è più che positivo. Ad accogliere il visitatore sono, appaiate, 7,62 x 63 mm di Flavio Favelli e #836 A di Giovanni De Angelis: opera concettualmente più complessa la prima, col rimando a un’altra tragedia (quella di Ustica), e più immediata la seconda che si risolve in un taglio netto al centro della rivista, una linea rossa luminosa ch’è quasi una ferita dalla quale però germoglia la rinascita. La simpatica scimmia di Mauro Di Silvestre (I wanna be like you!) si carica di significati che rimandano agli altri dimenticati (“cosa prova un animale a vivere su questo pianeta e cosa penserebbe lo scimpanzè del nostro progresso”, si domanda l’artista), e introduce a La pittura precede la natura di Matteo Fato, riflessione sull’arte come mímesis sviluppando un pensiero del filologo musicale Gianni Garrera. Si prosegue nella sala successiva dove la copertina senza titolo di Francesco Arena sfrutta la parola “Italia” dentro la scritta “Vogue” per presentare una citazione di Pasolini del 1975, scelta in ragione della sua sconcertante attualità: “L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero”. L’opera di Arena è affiancata da The elegy of whiteness di Mario Airò, che celebra il bianco come forma aperta e simbolo di nascita e morte, e da un collage di Marina Paris, Numero 836, che incolla su di una copertina una foto di gruppo del 1951 probabilmente per sottolineare le differenze tra gli italiani di oggi e quelli degli anni Cinquanta che rifondarono il paese.

Stefano Arienti trafora la pubblicità di Giorgio Armani in quarta di copertina ottenendone una trasfigurazione: non più una modella sicura di sé, ma una donna che pare quasi chiedere aiuto, intrappolata tra le pagine. Linguaggio minimale per Elisabetta Benassi che mette ulteriore bianco su bianco cancellando “VOG” per far rimanere “UE” con uno scontato riferimento all’Unione Europea e al suo ruolo durante la pandemia. Decisamente più interessante il lavoro Allunati di Rä di Martino che inscena sulla copertina di Vogue una riedizione della conquista della luna, un’esperienza che, secondo l’artista, ha raprpesentato (e rappresenta tuttora) la sfida all’ignoto e la supremazia della ragione sul caos, altri temi entrati nel nostro quotidiano. Poco distante, Windows di Patrick Tuttofuoco ragiona sul futuro trasformando la copertina di Vogue in una raffinata scultura e immaginandola come una finestra aperta su di un cielo minaccioso, squarciato però dal fulmine dell’arte, della creatività, dell’immaginazione. Un collage anche per Giuseppe Pietroniro che gioca sulla percezione delle forme attraverso l’illusione ottica, mentre Diego Miguel Mirabella si ispira ai mosaici islamici per mostrare, attraverso aperture sulla copertina, i contenuti della rivista (il rimando è a come guardavamo il mondo durante il confinamento: tramite le nostre finestre, ma anche tramite le strette e opprimenti aperture dei media).

Mauro Di Silvestre, I WANNA BE LIKE YOU! (2020; olio e nastrini di seta su copertina). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni
Mauro Di Silvestre, I WANNA BE LIKE YOU! (2020; olio e nastrini di seta su copertina). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni


Giovanni De Angelis, #836 A (2020; led luminoso su copertina). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni
Giovanni De Angelis, #836 A (2020; led luminoso su copertina). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni


Francesco Arena, Senza titolo (2020; stampa su adesivo trasparente su copertina). Su gentile concessione dell’artista, foto di Giorgio Benni
Francesco Arena, Senza titolo (2020; stampa su adesivo trasparente su copertina). Su gentile concessione dell’artista, foto di Giorgio Benni


Stefano Arienti, Senza titolo (2020; traforatura su copertina). Courtesy l’artista e Studio SALES di Norberto Ruggeri, Roma. Foto di Giorgio Benni
Stefano Arienti, Senza titolo (2020; traforatura su copertina). Courtesy l’artista e Studio SALES di Norberto Ruggeri, Roma. Foto di Giorgio Benni


Patrick Tuttofuoco, Windows (2020; profilo di acciaio, fotografia adesiva su copertina). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni
Patrick Tuttofuoco, Windows (2020; profilo di acciaio, fotografia adesiva su copertina). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni


Rä di Martino, Allunati (2020; stampa fotografica e ritagli di tela su copertina). Courtesy l’artista Foto di Giorgio Benni
Rä di Martino, Allunati (2020; stampa fotografica e ritagli di tela su copertina). Courtesy l’artista Foto di Giorgio Benni


Matteo Nasini, Stringimi che andiamo (2020; lana acrilica e fili di cotone su Vogue). Courtesy l’artista e Clima Gallery, Milano. Foto di Giorgio Benni
Matteo Nasini, Stringimi che andiamo (2020; lana acrilica e fili di cotone su Vogue). Courtesy l’artista e Clima Gallery, Milano. Foto di Giorgio Benni


Goldschmied & Chiari, All’alba di un tramonto (2020; stampa digitale su copertina, dettaglio dell’opera Untitled Views). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni
Goldschmied & Chiari, All’alba di un tramonto (2020; stampa digitale su copertina, dettaglio dell’opera Untitled Views). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni


Federica Di Carlo, Je suis la Vague (2020; conchiglia fossile francese, morsa in ferro argentata su Vogue). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni
Federica Di Carlo, Je suis la Vague (2020; conchiglia fossile francese, morsa in ferro argentata su Vogue). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni


Riccardo Beretta, Never Say Bullshit (2020; ricamo su velluto dipinto su copertina, sponsorizzato da Anna Monti). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni
Riccardo Beretta, Never Say Bullshit (2020; ricamo su velluto dipinto su copertina, sponsorizzato da Anna Monti). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni

Stringimi che andiamo di Matteo Nasini è una delle interpretazioni più poetiche in mostra: la rivista diventa metafora della realtà ed è arrotolata perché non sappiamo cosa accadrà in futuro, e la speranza di una rinascita è simboleggiata dall’oro abbinato al nero del presente fosco. Di fianco, ecco apparire Saving Time, densa opera di Letizia Cariello alla quale la copertina bianca di Vogue ha ricordato un cielo coperto di nubi, che l’ha condotta a una dimensione onirica espressa attraverso il cerchio di numeri: allusione a un calendario ferito e però ricucito, dacché la natura distrugge e ricostruisce permettendo che il tempo scorra circolare. Chi sogna il mare è Federica Di Carlo, che con Je suis la vague fissa alla copertina di Vogue una conchiglia per mezzo d’una morsa: il suo desiderio durante il confinamento era quello di tornare al mare, un istintivo desiderio di rincongiunzione a un elemento primordiale. Ma anche, sottolinea la curatrice, “una riflessione su come allentare la stretta”, dal momento che “la frenesia globale diventa una morsa da alleggerire per evitare che la conchiglia si sbricioli e con lei anche noi”. Marittima anche l’opera di Salvatore Arancio che propone un’altra conchiglia: un collage che ci trasporta di nuovo alla dimensione della natura. Anche con sensazioni uditive: il podcast che Arancio ha creato per l’opera (ogni artista è stato invitato a produrne uno, per cui c’è chi ha spiegato l’opera, chi ha recitato brani o chi, come Arancio, ha creato ambientazioni sonore per il loro lavoro, e sono tutti scaricabili dal sito del museo) contiene i suoni d’una giornata su di una spiaggia solitaria.

Se il duo Invernomuto piazza un inquietante Terminator sulla copertina di Vogue, più rilassante appare All’alba di un tramonto dell’altro duo in mostra, Goldschmied & Chiari, che propongono una delle loro classiche, coloratissime e apprezzate opere fatte di nubi sprigionate dai fumogeni, con le cromie che qui s’ispirano a quella che Calvino definiva “l’ora in cui perdono la consistenza d’ombra che le ha accompagnate nella notte e riacquistano poco a poco i colori”, il momento dell’alba, “l’ora in cui meno si è sicuri dell’esistenza del mondo”. Si termina la visita al primo piano con Never Say Bullshit di Riccardo Beretta (un curioso e ben riuscito incontro tra Alighiero Boetti e Maurizio Cattelan), con l’intelligenza artificiale di V.I.P. (Vogue Intelligent Pro) di Donato Piccolo che, per mezzo d’un software, analizza i contenuti di Vogue per crearne segni da proiettare sul muro aprendo dunque a nuove percezioni ma senza perdere il contatto con una realtà incarnata dalla copertina ancora incartata (una realtà che è però pronta a generare nuova vita), e con il terzo duo, Vedovamazzei, che in un’operazione concettuale chiude Vogue con un lucchetto.

Si scende al piano inferiore dove s’incontra per primo Eugenio Tibaldi e la sua See Beyond che rielabora le illustrazioni degli anni Cinquanta per riflettere su di un popolare gadget del tempo, gli occhiali a raggi X, che nessuno acquistava (chi mai pensava che avrebbero funzionato?) ma che, in una contemporaneità in cui tutti s’illudono di sapere, diventano il mezzo per ricondurci alla realtà (provare la scottatura della vergogna dopo aver verificato l’infondatezza delle proprie teorie è una specie di buona prassi educativa, sembra suggerire l’artista). Di educazione parla anche Giuseppe Stampone con Global Education, un disegno a penna che intende sottolineare la necessità di tornare a “un impegno etico ancor prima che estetico, all’attivismo politico nel quotidiano e all’urgente bisogno di costruire strutture connettive, cognitive, tattili e globali”, scrive Ciarallo. A fianco, Lamberto Teotino usa una vecchia foto recuperata dal web per meditare sul valore del concetto di “famiglia”, mentre Giovanni Kronenberg applica una foglia d’oro alla linguetta inferiore della copertina di Vogue per darle una dimensione scultorea e aprirla dunque all’esterno. Tra i lavori migliori della mostra, The shadow of the soul di Fabrizio Cotognini trasforma Vogue in un libro antico utilizzando la foglia oro, e inserendo nell’opera anche incisioni originali del XIX secolo che raffigurano personaggi e animali mostruosi per comporre una sorta d’allegoria del tempo presente con mezzi espressivi che si rifanno alla tradizione. Gianni Politi copre Vogue con una vernice metallica per creare una scritta dove afferma di sentirsi sempre in quarantena (I have always been in quarantine), e vicino a lui Jacopo Benassi tramuta Vogue in un altro magazine, Brutal Casual, che raccoglie la “brutalità quotidiana” dell’artista, tra cene a base di junk food, sesso, serate alcoliche e tanti altri momenti dei quali tutti o quasi abbiam sentito la nostalgia durante i vari confinamenti. Il campionario del lockdown è rievocato da Marco Raparelli che in List for reboot elenca una serie d’oggetti che lo hanno aiutato ad affrontare la segregazione forzata: computer, penne, matite, musica, libri, cervello, cuore, occhi. A fianco, Stanislao Di Giugno, con Sfregio #9, incide la copertina per ricercare nuove forme e nuovi colori nella profondità della rivista.

Eugenio Tibaldi, See beyond (2020; pennarello permanente su copertina). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni
Eugenio Tibaldi, See beyond (2020; pennarello permanente su copertina). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni


Jacopo Benassi, Brutal Casual vs Vogue (2020; tecnica mista su copertina). Courtesy l’artista e Galleria Francesca Minini, Milano. Foto di Giorgio Benni
Jacopo Benassi, Brutal Casual vs Vogue (2020; tecnica mista su copertina). Courtesy l’artista e Galleria Francesca Minini, Milano. Foto di Giorgio Benni


Fabrizio Cotognini, The shadow of the soul (2020; foglia oro, inchiostro, mylar e incisione originale del XIX secolo su copertina). Courtesy l’artista e Prometeo Gallery di Ida Pisani, Milano. Foto di Giorgio Benni
Fabrizio Cotognini, The shadow of the soul (2020; foglia oro, inchiostro, mylar e incisione originale del XIX secolo su copertina). Courtesy l’artista e Prometeo Gallery di Ida Pisani, Milano. Foto di Giorgio Benni


Sissi, Ritratto in fiore (2020; ricamo su copertina, filo di cotone). Courtesy l’artista e Galleria Tiziana Di Caro, Napoli. Foto di Giorgio Benni
Sissi, Ritratto in fiore (2020; ricamo su copertina, filo di cotone). Courtesy l’artista e Galleria Tiziana Di Caro, Napoli. Foto di Giorgio Benni


Guglielmo Castelli, Tomorrow (2020; olio su copertina). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni
Guglielmo Castelli, Tomorrow (2020; olio su copertina). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni


Simone Berti, Zebra con Louboutin (2020; tecnica mista su carta e copertina). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni
Simone Berti, Zebra con Louboutin (2020; tecnica mista su carta e copertina). Courtesy l’artista. Foto di Giorgio Benni

Un ritratto femminile, Arianna, campeggia sulla copertina di Silvia Celeste Calcagno, mentre un piatto rotto (Un solco, una strada) rimanda alla dimensione della quotidianità da confinamento di Silvia Camporesi ma allude anche alle fratture che la pandemia ha provocato sulle nostre vite. Giulia Andreani immagina invece un Monde d’après in cui una ragazza abbatte il patriarcato, e Romina Bassu, con un dipinto ad acrilico, rinvia a una dimensione di ansia e inconsuetudine (la sigaretta tenuta da due piedi femminili). Il Ritratto in fiore di Sissi chiude questa parentesi tutta al femminile con un delicato “sguardo che fiorisce sul nuovo”, per usare le parole della curatrice. Sulle grandi manifestazioni di piazza ragionano invece Pietro Ruffo e la più giovane artista in mostra, la trentenne Bea Bonafini: Ruffo si limita a un ritratto con banale slogan da corteo (There is no planet B), Bonafini crea un collage a intaglio immaginando un didascalico bacio tra bianco e nero sull’onda di Black Lives Matter. Alessandro Piangiamore abbandona i suoi linguaggi consueti per schiaffare sulla copertina di Vogue la ricetta del lievito madre, mentre Guglielmo Castelli, uno dei più interessanti giovani pittori che ci siano al momento in Italia, popola la sua copertina di creature sognanti e vulnerabili, un po’ come tutti noi in questo periodo. Ancora pittura con il rassicurante Vaso di fiori di Vincenzo Simone, mentre Marco Basta affida al pennarello il suo sconforto per il periodo che stiamo vivendo: I don’t want to feel this way anymore. In A-Bee-C, Alice Schivardi riassume il suo confinamento con una bocca e un’ape, e lo stesso meccanismo governa la Giacchetta affettuosa di Ludovica Gioscia che cosparge la copertina di Vogue con stoffa, foglie, lana, erba e financo peli di gatto per creare un involucro estraibile. La mostra si chiude con la bizzarra Zebra con Louboutin di Simone Berti (un’atmosfera dove la natura “sembra costringere e immobilizzare la zebra, espressione della stasi a cui questo periodo ci impone”, scrive Ciarallo), l’opera di Davide Monaldi che ha ritenuto la White Issue così significativa da non doverla riempire (e l’ha pertanto riprodotta in ceramica smaltata), la rilettura della michelangiolesca creazione di Adamo da parte di Manfredi Beninati, il porcospino esistenzialista di Corinna Gosmaro (We don’t know yet) e l’evocativo autoritratto di Maria Crispal che si raffigura vestita di bianco, in piedi sul bollino della rivista che le ricorda il globo terrestre, a trasmettere, spiega la curatrice, “un concetto di rinascita globale e di unione nella forza della vita”.

Certo, non ci sono guizzi saettanti perché gli artisti in mostra hanno quasi tutti lavorato secondo i loro moduli consueti, ma l’obiettivo della mostra non era quello d’aprire strade mai battute: è un progetto di riflessione sul passato recente, un “racconto corale animato da varietà e diversità di linguaggi”, come lo definisce Ciarallo, teso a instaurare un dialogo vivo col pubblico, e che si cala bene nel contesto d’un museo che si sta rinnovando e ambisce a diventare un punto di riferimento per la sua comunità. Scoprire il valore dell’arte per la comunità, per il territorio, per le persone: questo è l’invito che Carta Bianca sembra rivolgere, con una rosa d’artisti che percorre tutti i possibili sentimenti generati dalla pandemia, con opere che affrontano il tema ora con ironia, ora con malinconia, ora con forza, talvolta frugando nella realtà, talaltra immergendosi nei sogni. Dopo la rassegna Ti Bergamo dello scorso autunno, Carta Bianca è probabilmente la più interessante risposta corale degli artisti contemporanei italiani alla pandemia. Ed è anche la dimostrazione che l’arte italiana, checché se ne voglia dire, c’è ed è vitale.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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