Carlo Levi e Carlo Ludovico Ragghianti, un'amicizia culturale e politica. La mostra di Lucca


Recensione della mostra “Levi e Ragghianti. Un'amicizia fra pittura, politica e letteratura”, a Lucca, Fondazione Ragghianti, dal 17 dicembre 2021 al 20 marzo 2022.

Uno dei meriti meno noti tra i tanti che si possono attribuire a Carlo Ludovico Ragghianti è quello d’esser stato tra i primi, se non il primo, a far uso d’un metodo storiografico per un artista vivente. Accadeva nell’immediato dopoguerra, quando lo storico e critico d’arte lucchese s’accinse a compilare una monografia, pubblicata nel 1948 dalle Edizioni U di Firenze, sull’opera dell’amico Carlo Levi. Non era solo il suggello d’un’amicizia ch’era nata negli anni Trenta, a Roma, dov’entrambi s’erano recati per ragioni che, curiosamente, avevano a che fare col cinema e non con l’arte: entrambi, giovani, lavoravano nel campo, Levi come scenografo e Ragghianti come giovanissimo critico agli esordî (e comunque tra i primi a occuparsi di cinema), ed entrambi cercavano lavoro. Il libro era anche la prima sistemazione critica dell’intera opera di Carlo Levi: Ragghianti aveva pubblicato una sorta di catalogo ragionato che includeva tutto. Dipinti, stampe, disegni, acquerelli per stilare un profilo completo di Carlo Levi coi metodi tipici della storia dell’arte, ventidue anni prima che Filiberto Menna diventasse titolare, a Salerno, della prima cattedra di storia dell’arte contemporanea in Italia. Tracciare le origini e lo sviluppo dell’amicizia tra il critico e il pittore, come si propone di fare la mostra Levi e Ragghianti. Un’amicizia fra pittura, politica e letteratura in corso alla Fondazione Ragghianti di Lucca, significa dunque ripercorrere uno dei più significativi episodî dell’arte italiana del dopoguerra.

Fu pertanto con la monografia su Levi che Ragghianti ebbe modo d’intraprendere un’operazione che Paolo Bolpagni, curatore della mostra lucchese assieme a Daniela Fonti e Antonella Lavorgna, definisce “rivoluzionaria”: “non si trattava più di cronaca, né di praticare eleganti lambiccamenti letterari, ma di considerare che anche le espressioni creative coeve potrevano e dovevano meritare un’analisi ’filologica’, presupposto indispensabile per l’esercizio della critica”. L’amicizia tra Ragghianti e Levi, cementata dalla comune vicenda politica (entrambi antifascisti, entrambi attivi prima nel Partito d’Azione e poi nel Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, di cui il critico fu presidente), non era però il motivo per cui era stata presa la decisione di procedere con una prima storicizzazione dell’opera del pittore torinese. Ragghianti riteneva Levi, per ragioni fondate, uno tra i più interessanti artisti italiani contemporanei. Lo aveva ben spiegato nel dépliant della personale di Levi tenutasi nel 1946 alla Galleria dello Zodiaco di Roma: “il fatto che mi colpì di più nella sua pittura, specie al confronto delle esperienze pittoriche che era dato allora verificare fra i più intelligenti e dotati”, si legge, “fu il modo col quale egli dimostrava di dominare un complesso di esperienze che si identificavano con la ramata formazione del linguaggio pittorico moderno. Era possibile cogliere nei dipinti alcuni riferimenti essenziali all’impressionismo ed al postimpressionismo, tracce di esperienze ulteriori: la pennellata, il taglio delle composizioni, la sintesi cromatica, la sensibilità nella scelta delle apparenze significanti dell’oggetto, alcuni frammenti non esauriti di problemi e di curiosità”. A tutto ciò s’aggiungevano una “vitalità straordinaria, torrenziale”, l’autorità dinnanzi ai maestri, la spontaneità, la libertà, l’originalità di visione, la complessità del tessuto della sua pittura, la grande versatilità.

Un percorso costruito con opere provenienti per la più parte dalla Fondazione Carlo Levi di Roma e scandito in sei tappe lungo le sale della Fondazione Ragghianti di Lucca ricostruisce cronologicamente le tappe dell’amicizia tra Ragghianti e Levi, che si possono tuttavia radunare attorno a tre filoni principali (gl’inizî e il terreno comune che portò alla reciproca conoscenza, l’esperienza della guerra e gli anni delle mostre e della ricognizione critica), con alcune, notevoli incursioni tematiche, per esempio il Carlo Levi del cinema.

Sala della mostra Levi e Ragghianti. Un'amicizia fra pittura, politica e letteratura
Sala della mostra Levi e Ragghianti. Un’amicizia fra pittura, politica e letteratura
Sala della mostra Levi e Ragghianti. Un'amicizia fra pittura, politica e letteratura
Sala della mostra Levi e Ragghianti. Un’amicizia fra pittura, politica e letteratura
Sala della mostra Levi e Ragghianti. Un'amicizia fra pittura, politica e letteratura
Sala della mostra Levi e Ragghianti. Un’amicizia fra pittura, politica e letteratura
Sala della mostra Levi e Ragghianti. Un'amicizia fra pittura, politica e letteratura
Sala della mostra Levi e Ragghianti. Un’amicizia fra pittura, politica e letteratura
Sala della mostra Levi e Ragghianti. Un'amicizia fra pittura, politica e letteratura
Sala della mostra Levi e Ragghianti. Un’amicizia fra pittura, politica e letteratura

La prima sezione, introduttiva, è dedicata agli anni della formazione di Carlo Levi, ma le scelte curatoriali s’estendono fino a includere dipinti della prima maturità, opere in cui s’assiste a un cambio piuttosto evidente del linguaggio dell’artista. Non si parte dalle opere più antiche tra quelle presenti in mostra (le più precoci sono nell’ultima sezione), ma al visitatore è comunque data facoltà d’ammirare il Levi giovane che, poco più che ventenne, nel generale clima di rappel à l’ordre dopo la prima guerra mondiale, propone una pittura figurativa che guarda alle avanguardie francesi di fine Ottocento, ma comunque fortemente radicata nella contemporaneità. È una pittura sobria, quella di Carlo Levi: nei dipinti di paesaggio, come Le officine del gas e Le vele, due opere eseguite a poca distanza l’una dall’altra (rispettivamente nel 1926 e nel 1929), il linguaggio dei pittori francesi viene aggiornato con composizioni fondate su rigide partiture, quasi geometriche (lo si vede soprattutto nelle Officine del gas, ma s’intuisce bene anche dal solido squadrato che dà forma alla cabina sul mare nelle Vele), che però non rinunciano a una dimensione intima, quasi contemplativa, e che riesce comunque a non essere nostalgica. È la personale risposta di Carlo Levi a quell’esigenza di rappresentazione della realtà ch’è tipica della metà degli anni Venti. L’artista non rinuncia neppure alla tradizione: il Negro alle Tuileries, uno dei vertici dell’esposizione di Lucca, è fondato su di una cristallina prospettiva neorinascimentale. E poi c’è la ritrattistica, che in quest’avvio di carriera, scrive Daniela Fonti, va da una parte nella direzione di una “resa analitica della realtà quasi neofiamminga, che ha non poche assonanze con la Nuova Oggettività tedesca” (un tratto ch’è tuttavia comune anche ad altri generi praticati dall’artista) e dall’altra in quella di una capacità d’adesione alla realtà “in modo più intimo e diretto”: Il padre a passeggio e La madre e la sorella sono gli esempî più significativi. Con gli anni Trenta e l’assidua frequentazione di Parigi, la grammatica leviana si fa decisamente più libera e sciolta, oltre che radicata, scrive ancora Fonti, “in modo potente nell’autenticità del vissuto esistenziale”. È dal quotidiano che l’artista ha sempre ricavato i soggetti delle sue opere, e questo quotidiano, negli anni della prima maturità, emerge dalla tela in maniera ancor più sentita, con pennellate fluide e spesso nervose. La Gran Madre è veduta della Torino fredda e moderna, il Paesaggio di Alassio è invece la trasfigurazione d’un luogo caro, e il Ritratto di Leone Ginzburg è l’esempio di come questo nuovo espressionismo di Levi investa anche il genere del ritratto.

L’accostamento all’arte dei fauves si fa più stringente negli anni del conflitto mondiale, sui quali interviene la seconda sezione, che comincia anche a sviluppare il tema dell’amicizia tra Ragghianti e Levi entrando nel merito della lotta politica, della clandestinità, della comune permanenza dei due a Firenze. Levi, negli anni prima e subito dopo il conflitto, avverte la viva necessità di opporsi al regime anche col tramite dell’arte: “se da una parte”, scrive Francesco Tetro, “l’artista fa proprie le posizioni di Piero Gobetti e di Edoardo Persico sul tema dell’unità e continuità ideale tra le arti e della libertà intellettuale contro il nazionalismo di regime, si fa strada l’idea fondativa della pittura come luogo di autonomia critica, di impegno etico e di superamento delle cause della marginalità dell’arte italiana”. Levi è colpito dalle leggi razziali, è costretto a recarsi per qualche tempo in Francia (e non può tornare neppure quando viene colto dalla notizia della morte del padre, nel 1939), e torna in Italia solo a guerra già iniziata: in questi anni si dedica con prevalenza al ritratto (in mostra è presente un bel ritratto della moglie Paola, inedito, del 1937), e la sua pittura, anche in questo genere, diventa quasi impulsiva, irrefrenabile, ancor più materica e densa (inquietanti i Tre nudi del 1938), mentre le poche opere che si discostano dal principale filone seguito da Levi in questi anni trasmettono l’idea della tragicità della contingenza storica. Non solo dove gli episodî della guerra vengono narrati direttamente, come in Fucilazione o nell’ancor più atroce Guerra partigiana, ma anche nelle tante nature morte (come quelle che rappresentano Funghi) dove gli elementi richiamano alla mente i campi di battaglia. Un approfondimento tematico è dedicato agli anni del confino in Lucania, dal quale sarebbe scaturito il libro Cristo si è fermato a Eboli, l’opera più nota di Carlo Levi: sono dipinti realizzati in quegli anni (principalmente ritratti, ma anche vedute delle silenziose e aspre vallate lucane) ma anche lavori nati a distanza di molto tempo, per accompagnare la pubblicazione del libro.

Carlo Levi, Le officine del gas (1926; olio su cartone incollato su compensato, 40 x 47 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Le officine del gas (1926; olio su cartone incollato su compensato, 40 x 47 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, La madre e la sorella (1926; olio su tavola, 119 x 98 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, La madre e la sorella (1926; olio su tavola, 119 x 98 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Il padre a passeggio (1928; olio su tavola, 150 x 100 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Il padre a passeggio (1928; olio su tavola, 150 x 100 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Il negro alle Tuileries (1928; olio su tela, 55 x 38 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Il negro alle Tuileries (1928; olio su tela, 55 x 38 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Le vele (1929; olio su tela, 50 x 61 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Le vele (1929; olio su tela, 50 x 61 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Leone Ginzburg (1933; olio su tela, 46 x 38,5 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Leone Ginzburg (1933; olio su tela, 46 x 38,5 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, La Gran Madre (1933; olio su tela, 50 x 65 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, La Gran Madre a Torino (1933; olio su tela, 50 x 65 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Paesaggio di Alassio (1934; olio su tela, 73 x 92 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Paesaggio di Alassio (1934; olio su tela, 73 x 92 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Paola dormiente (1937; olio su tela, 50 x 60,5 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Paola dormiente (1937; olio su tela, 50 x 60,5 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Tre nudi (1938; olio su tela, 96,5 x 146 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Tre nudi (1938; olio su tela, 96,5 x 146 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, La guerra partigiana (1944; olio su tela, 73 x 100 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, La guerra partigiana (1944; olio su tela, 73 x 100 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)

La vicinanza tra Levi e Ragghianti negli anni della guerra viene poi particolarmente approfondita nella sezione dedicata ai “disegni del tempo di guerra”, con fogli in arrivo da collezioni private e dal Gabinetto Viesseux: viene da Firenze, in particolare, il bozzetto per l’emblema del Partito d’Azione, il movimento fondato nel 1942 a Roma e sciolto cinque anni dopo, nel quale sarebbe poi confluito Giustizia e Libertà. Alla fondazione del Partito d’Azione partecipò lo stesso Ragghianti, che collaborò anche alla stesura dei punti del programma: nel catalogo, un approfondito saggio di Roberto Balzani ricostruisce in maniera molto dettagliata le idee politiche di Levi e Ragghianti e le loro esperienze al tempo della seconda guerra mondiale. Comune a entrambi fu poi la passione per il cinema, cui è dedicata un’altra sala: all’inizio degli anni Trenta, Levi infatti aveva cominciato a lavorare come scenografo, e tra le migliori esperienze legate al cinema è possibile annoverare la sua partecipazione al film Pietro Micca del 1938. Il lungometraggio è oggi perduto (rimane soltanto un rullo di cinque minuti: in mostra vengono proiettati), ma rimangono trenta fogli di Levi, tra disegni, bozzetti e acquerelli, tutti conservati Museo Magi ’900 di Pieve di Cento, che testimoniano il ruolo di Levi come scenografo e costumista per il film. Ne sono esposti alcuni in mostra, assieme ad altre opere legate al cinema, tra cui ritratti di attrici e alcuni disegni degli anni Sessanta tracciati di carta su giornale, in continuità con le ricerche verbo-visive del tempo: questi fogli rappresentano il massimo avvicinamento di Levi a queste modalità espressive.

Un impegnativo lavoro d’archivio, di cui nel catalogo dà conto Antonella Lavorgna, è alla base dell’ultima sezione, dedicata a Carlo Levi visto attraverso gli occhi di Carlo Ragghianti. La scelta dei curatori ha cercato di ricostruire il percorso critico che Carlo Ludovico Ragghianti immaginò nel dopoguerra per collocare l’opera di Carlo Levi: si va quindi dalle opere giovanili (è presente anche una Natura morta degli anni Venti, l’opera più antica tra quelle presenti in mostra), passando per i lavori degli anni Trenta, tra cui il celebre Autoritratto in bianco e nero, fino ai capolavori della maturità, con una sala che dà conto di tutte le fasi della pittura di Carlo Levi, incluse le esperienze degli anni Cinquanta e Sessanta, periodo durante il quale il linguaggio espressionistico di Carlo Levi si assesta su forme non dissimili rispetto a quelle che avevano caratterizzato le sue opere degli anni Trenta, sebbene si attenui quel senso di tragedia incombente che permeava le opere degli anni della guerra ed emerga invece qua e là una vena onirica (si veda per esempio L’iceberg e il naufragio). Tornano poi i temi cari all’artista, come i nudi e i paesaggi familiari: in mostra sono anche due monumentali dipinti che raffigurano i carrubi, gli alberi che Levi vedeva ad Alassio dove trascorreva frequenti soggiorni di piacere. A chiudere il discorso, ecco infine il ritratto di Carlo Ludovico Ragghianti del 1969. Sarebbe stato proprio il critico lucchese, scrive Francesco Tetro in catalogo, “a sottolineare come i ritratti di Carlo Levi, se meditati dal punto di vista sociologico, rappresentino gli elementi meglio costitutivi della sua biografia; perché l’artista, scrutando l’umanità che incontra, se ne appropria, vi si riconosce per raccontare se stesso, in un interesse che riconduce sempre al ritratto”.

Carlo Levi, Bozzetto per emblema del Partito d'Azione (1944-1945; matita, inchiostro, matita verde, tempera su carta, 264 x 190 mm; Firenze, Gabinetto G.P. Viesseux)
Carlo Levi, Bozzetto per emblema del Partito d’Azione (1944-1945; matita, inchiostro, matita verde, tempera su carta, 264 x 190 mm; Firenze, Gabinetto G.P. Viesseux)
Carlo Levi, Valle delle grotte (1936; olio su tela, 73 x 92 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Valle delle grotte (1936; olio su tela, 73 x 92 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Alcuni bozzetti per il film Pietro Micca
Alcuni bozzetti per il film Pietro Micca
Carlo Levi, Natura morta (1922-1924; olio su tavola, 53,5 x 35,5 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Natura morta (1922-1924; olio su tavola, 53,5 x 35,5 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Autoritratto in bianco e nero (1930 circa; olio su tela, 101 x 72 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Autoritratto in bianco e nero (1930 circa; olio su tela, 101 x 72 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Nudo piccolo (Paola) (1933; olio su tela, 75 x 95 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Nudo piccolo (Paola) (1933; olio su tela, 75 x 95 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, L'iceberg e il naufragio (1973; acrilico su tela, 49,5 x 65 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, L’iceberg e il naufragio (1973; acrilico su tela, 49,5 x 65 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Il carrubo crocifisso (1969; acrilico su tela, 218 x 100 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Il carrubo crocifisso (1969; acrilico su tela, 218 x 100 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Carlo Ludovico Ragghianti (1969; olio su tela, 46 x 38 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)
Carlo Levi, Carlo Ludovico Ragghianti (1969; olio su tela, 46 x 38 cm; Roma, Fondazione Carlo Levi)

L’ultima sala include anche un’appendice documentaria: lettere, documenti e testi restituiscono anche con le parole, e segnatamente con gli scambi tra pittore e critico, anche quelli di carattere più ordinario, il rapporto che legò i due. Un’appendice utile per far emergere, anche con la forza delle vicissitudini della quotidianità oltre che con quella della pittura, l’umanità e la forza del legame tra Carlo Levi e Carlo Ludovico Ragghianti. Mostra di ricerca, dunque, che interviene su di un tema inedito per una rassegna espositiva, allargandolo la vista al contesto delle vicende storiche e culturali dell’Italia tra il primo e il secondo dopoguerra. E mostra che assomma circa un centinaio di opere: la quantità dei lavori radunati consente pertanto di leggere l’itinerario anche secondo piani di lettura differenti. Narrazione d’un legame tra due grandi intellettuali del Novecento e ricostruzione dell’intera vicenda di uno dei maggiori artisti italiani attivi nella metà del secolo. Affondo sulla metodologia della storia dell’arte contemporanea e focus sui rapporti tra arte e cinema, tra arte e grafica, tra arte e vita.

Rassegna, infine, squisitamente e inevitabilmente politica, com’è naturale che sia per un artista che considerava l’impegno connaturato alla propria arte e per un critico la cui attività difficilmente può essere scissa dalla passione politica. Anche perché le lotte d’entrambi seguitarono ben oltre la guerra: i due si trovarono anche negli anni Sessanta “fianco a fianco in una battaglia che aveva per scopo [...] l’affermazione del valore e dell’autonomia della cultura in sé, contro il primato di uno sviluppo senza apparente disegno al di fuori del consumo e della costruzione di una ’società affluente’, come si diceva all’epoca”, scrive Balzani in catalogo. L’impegno di Levi sarebbe stato rammentato da Ragghianti anche nel 1977, in occasione della prima mostra postuma dell’artista torinese, tenutasi a Torino: nel testo introduttivo, Ragghianti sottolineava fin dalle prime battute come Levi fosse “uomo di straordinaria cultura umanistica e di impegnata cultura etico-politica, che polarizzava la sua personalità nella pittura”. Una personalità che la mostra ben ricostruisce, nel segno di un fecondo sodalizio.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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