Il Labirinto di Arnaldo Pomodoro: un viaggio attraverso la storia e la psiche umana


A Milano si trova un luogo particolare, il Labirinto creato da Arnaldo Pomodoro: percorrerlo è come compiere un viaggio attraverso la storia dell’arte e la psiche umana.

“Il mio ingresso nel labirinto è un invito nei meandri di un percorso, dove il tempo è trasformato in spazio e lo spazio a sua volta diventa tempo”. Queste sono le parole dello stesso artista Arnaldo Pomodoro quando ci si trova all’interno della sua opera d’arte, del suo Labirinto.

Quello di Pomodoro è un dedalo strano, differente a ciò cui siamo solitamente abituati, a partire dal suo ingresso che si trova nei sotterranei dello showroom della maison di moda Fendi a Milano per proseguire poi alla scoperta di un luogo buio e senza alcuna visione verdeggiante. Nato nel Monferrato nel 1926, l’artista trascorse tutta la sua infanzia a Pesaro, ma dal 1954 stabilì la sua residenza e il suo atelier a Milano. Nei suoi lavori degli anni Cinquanta emergeva una peculiare scrittura scultorea caratterizzata da altorilievi che suscitarono sempre varie interpretazioni da parte dei critici d’arte. “Ho sempre subito un grande fascino per tutti i segni, soprattutto quelli arcaici”, affermava l’artista in un’intervista al critico Sandro Parmiggiani. “Anche la scrittura mi ha attratto, dai segni primordiali nelle grotte, alle tavolette degli Ittiti e dei Sumeri, tanto che ho dedicato una mia opera, Ingresso nel labirinto, a Gilgamesh, che è il primo (2000 a.c. circa) grande testo poetico e allegorico sull’esperienza umana. Le impronte che scavo, irregolari o fitte, nella materia artistica, i cunei, le trafitture, i fili, gli strappi, mi vengono inizialmente da certe civiltà arcaiche”. Un’arte mista a scrittura che presenta un carattere plastico, evocatore di un passato condiviso di cui la precisa origine si è ormai perduta nel tempo. È una lingua dimenticata, sconosciuta, che tuttavia trasmette inconsciamente un senso di strana e antica familiarità che trascina lo spettatore in un’epoca indefinita.

Il labirinto di Arnaldo Pomodoro. Foto: Fondazione Arnaldo Pomodoro
Il labirinto di Arnaldo Pomodoro. Foto: Fondazione Arnaldo Pomodoro
Il labirinto di Arnaldo Pomodoro. Foto: Fondazione Arnaldo Pomodoro
Il labirinto di Arnaldo Pomodoro. Foto: Fondazione Arnaldo Pomodoro
Il labirinto di Arnaldo Pomodoro. Foto: Fondazione Arnaldo Pomodoro
Il labirinto di Arnaldo Pomodoro. Foto: Fondazione Arnaldo Pomodoro

Anche Giulio Carlo Argan, nel suo saggio Arnaldo Pomodoro: il tempo e la memoria scrisse: “Dei segni plastici di Pomodoro è stato anche detto che sono come un alfabeto cuneiforme. Sono piuttosto un codice di cui è perduta la cifra o che si riferisce ad una lingua sconosciuta di cui peraltro, nei documenti epigrafici che ci vengono dati, possiamo dalla frequenza e dalla distribuzione dei segni ricostruire il ritmo. La pura visività, perfino la tangibilità dei messaggi sembrano suggellare il loro mutismo”. E infatti, l’artista, si dedicava costantemente a quella feroce, e allo stesso tempo delicatissima, tridimensionalità della materia approfondendo la ricerca sulle forme solide. Le sue opere presentavano sfere, dischi, piramidi, coni, colonne e cubi realizzati in bronzo lucido, spesso squarciati, corrosi e scavati al loro interno. La sua incessante ricerca di spezzare la perfezione delle forme geometriche al fine di rivelare il mistero intrinseco in esse si trasformò in un elemento fondamentale della sua produzione artistica.

L’artista scoprì lo spazio per accogliere il labirinto durante la ricerca di un capannone che fosse adatto per la costruzione del modello della sua scultura Novecento che venne successivamente collocata a Roma all’Eur. Si trattava della sede dismessa delle acciaierie Riva Calzoni, sita in Via Solari a Milano, celebre per le sue turbine idrauliche progettate sotto la guida di Guido Ucelli di Nemi. L’artista intravide immediatamente il potenziale di tale luogo e decise di iniziare vari lavori di ristrutturazione che portarono all’apertura al pubblico nel 2005, trasformandolo in un vivacissimo centro culturale.  Al suo interno fece creare una specie di teatro e proprio da questo spazio buio e lontano dal mondo, Pomodoro riprese il progetto del suo personale dedalo, che era rimasto in sospeso troppo a lungo e, con grande passione iniziò a lavorare sempre più intensamente, affermando: “Sono immerso così profondamente in questo labirinto che ho l’impressione di aver trovato un valido sistema per continuare a lavorare fino a quando potrò”.

Il labirinto di Arnaldo Pomodoro. Foto: Fondazione Arnaldo Pomodoro
Il labirinto di Arnaldo Pomodoro. Foto: Fondazione Arnaldo Pomodoro
Il labirinto di Arnaldo Pomodoro. Foto: Fondazione Arnaldo Pomodoro
Il labirinto di Arnaldo Pomodoro. Foto: Fondazione Arnaldo Pomodoro
Il labirinto di Arnaldo Pomodoro. Foto: Fondazione Arnaldo Pomodoro
Il labirinto di Arnaldo Pomodoro. Foto: Fondazione Arnaldo Pomodoro

Forse è proprio per questo che il suo percorso si rivela come un labirinto atipico, fatto di silenzi e senza visioni paradisiache e verdeggianti, ma che riflette puntualmente sulla naturale paura dell’uomo verso il mistero dell’esistenza ed esprime quel timore di ciò che le pietre potrebbero rivelare di noi stessi. Si inizia un viaggio tra lastre di rame flebilmente illuminate e si procede così, un passo avanti all’altro, nella penombra. Per accedervi, il pellegrino deve attraversare una maestosa porta d’ingresso realizzata in vetroresina con elementi di rame e piombo, ornata dai caratteristici motivi grafici dell’artista, che richiamano costantemente quelle suggestioni di mondi antichi e tensioni contemporanee tanto amate dallo scultore. Successivamente, ormai arrivati all’interno della rete di corridoi, si incontra un grande rullo inciso con antichi codici che rivela essere un omaggio alle antiche civiltà mesopotamiche e alla scrittura cuneiforme dei sumeri, attraverso la quale fu tramandata proprio l’Epopea di Gilgamesh. Essa è un antichissimo ciclo di poemi la cui prima versione conosciuta fu scritta in accadico nella Babilonia nel XIX secolo a.C. e la sua storia ruota attorno alle vicende del quinto re di Uruk: un semidio alla ricerca di un pari in temperamento, battaglia e amore. Lungo il percorso si passa poi dall’arte assiro-babilonese ai volumi di Brancusi, dalla fretta febbrile del futurismo, a forme arcaiche di scrittura e si inizia a perdere, stanza dopo stanza, ogni cognizione spazio-temporale. Una volta trovato il suo centro, ci si imbatte in una specie di mausoleo dedicato al conte di Cagliostro che era noto per le sue doti di avventuriero, mago e alchimista, nonché per il suo impegno a favore della libertà di pensiero. È un luogo, questo, che sembra evocare l’oppressione e il sacrificio che egli subì durante la sua prigionia nel forte di San Leo, simboleggiando la lotta per la libertà e la tolleranza.

Ci si trova soli, immersi in uno spazio che in quel momento diventa un mondo distopico a sé stante, dove la vita al di fuori sembra un ricordo lontano e ovattato. L’opera di Pomodoro si porge allo spettatore come un viaggio attraverso la storia e la psiche umana, un’esperienza che trasforma il tempo in spazio e lo spazio in tempo, come afferma lo stesso artista, dove ogni stanza e ogni dettaglio rappresentano un’indagine nell’animo dell’uomo e nell’universo dell’arte, offrendo un’esperienza unica e coinvolgente.


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