Temperatura fuori controllo, umidità, una macchia sospetta: così si conserva un Caravaggio?


I problemi di conservazione che interessano il Seppellimento di santa Lucia di Caravaggio rischiano di farci perdere uno dei capolavori del maestro lombardo?

“Il destino della bellezza è il pericolo, e il danno, se non sono continuamente in azione meccanismi di difesa e protezione efficaci. La perfetta apparenza, creata a edificare la fede del popolo o intrattenere gli occhi dei potenti, è esposta all’alterazione, alla manipolazione, all’annientamento”. Ne Il Caravaggio rubato (Sellerio editore, 2012) Luca Scarlini rinnova il triste scandalo dai colori grigi dell’incuria e dell’abbandono, in cui nella Palermo irredenta e mafiosa del 1969, la notte tra il 17 e il 18 ottobre, la Natività coi santi Francesco e Lorenzo dell’Oratorio di San Lorenzo svanì nel nulla.

Cinquant’anni dopo siamo a domandarci se in Sicilia il rischio di perdita di un Caravaggio possa scandalizzare “solo” se di mezzo c’è la mafia. E se fossero le istituzioni a venire meno a quei “meccanismi di difesa e protezione” sarebbe, forse, meno grave?

Caravaggio, Seppellimento di santa Lucia (1608; olio su tela, 408 x 300 cm; Siracusa, Santa Lucia alla Badia)
Caravaggio, Seppellimento di santa Lucia (1608; olio su tela, 408 x 300 cm; Siracusa, Santa Lucia alla Badia)

Cinquant’anni dopo, un altro Caravaggio in terra di Sicilia è vittima di una ingiustificabile distrazione. Mentre tutti gli occhi a Siracusa sono puntati sul “giallo”, tra assessori che si contraddicono, locandine doppione con variante ad hoc, articoli giornalistici aggiustati in corsa sul web, che accompagna l’inaugurazione della mostra (il 13 aprile) dedicata proprio a un altro dipinto del Maestro, la Crocefissione di Sant’Andrea, della collezione Spier di Londra, ci si prende il lusso di perdere di vista il capolavoro del Caravaggio che Siracusa possiede stabilmente: il Seppellimento di santa Lucia. Opera dell’ultimo periodo, “di una novità pari solo alla semplicità con cui è concepito”, disse Cesare Brandi, in cui il Merisi inventa il peso emotivo del vuoto, un nuovo modo, cioè, di concepire vaste spazialità in cui l’assenza di materia, per contrasto, grava enormemente sulla sfera sensoriale del riguardante, da otto anni è consegnata a un’inaccettabile condizione sia conservativa che espositiva. Era il 2011 quando fu, infatti, trasferito, allora si disse provvisoriamente, nella chiesa di Santa Lucia alla Badia dove oggi si trova, in piazza Duomo, dalla chiesa di Santa Lucia extra moenia, nel quartiere della Borgata, che non offriva adeguati parametri termoigrometrici. Qui, sull’altare maggiore per il quale fu realizzato nel 1608 dal pittore in fuga da Malta, era stato riportato cinque anni prima, cogliendo l’occasione del riallestimento della Galleria regionale di Palazzo Bellomo, che custodiva il dipinto, in comodato d’uso, dal 1983. Solo a distanza di qualche anno si sarebbe appreso, però, che anche la chiesa in cui era stato trasferito, in piazza Duomo, presenta valori di temperatura e umidità relativa che superano il limite ottimale, con percentuali anche del 100%, secondo i dati allarmanti rilevati dal monitoraggio microclimatico effettuato, nell’arco di un anno solare (2014-2015), dal Centro Regionale per la Progettazione e il Restauro (CRPR) di Palermo, in entrambe le chiese. E se è da allora che questi dati sono in possesso degli organi preposta alla tutela, è ormai già da due anni che sono stati resi anche pubblici in occasione della conferenza tenutasi il 18 maggio 2017 presso lo stesso Bellomo, proprio in risposta agli interrogativi che chi scrive poneva allora sullo stato conservativo del dipinto, come pure sulla sua discutibile scelta espositiva.

Per quanto tempo ancora, infatti, si può restare indifferenti alla scandalosa circostanza per cui l’opera si trova addossata alla legittima pala d’altare, il “Martirio di santa Lucia”: un incomprensibile “palinsesto” in sé già deprecabile, per la totale disattesa delle basilari nozioni sulla valorizzazione e fruizione delle opere d’arte, anche se si trattasse di un pittore meno noto e non del polidoresco Deodato Guinaccia, e che diventa ancora più grave per tutta una serie di criticità che potrebbe innescare sotto il profilo conservativo. Le aveva bene evidenziate in quella stessa conferenza del 2017 il restauratore Franco Fazzio, che aveva preso parte alle indagini diagnostiche condotte nel 2006 dal CRPR, in sinergia con il dipartimento di Fisica dell’Università di Palermo. Al restauratore era stato possibile rilevare anche una macchia sospetta sul retro della tela: “il dipinto di Caravaggio”, aveva spiegato Fazzio a Siracusa, “è stato restaurato presso l’ex Icr di Roma tra gli anni 1972-79 e rintelato con la tecnica definita ‘classica’ in quanto basata sull’utilizzo di materiali tradizionali, quasi esclusivamente di natura organica, come gelatine animali e adesivi a base di farine vegetali. Queste, in condizioni microclimatiche ideali costituiscono un perfetto terreno di coltura per lo sviluppo di microrganismi, in particolare da parte di spore fungine. I valori non ottimali rilevati nella chiesa offrono seri spunti per un attacco da agenti biodeteriogeni che avrebbero come terreno di coltura l’opera del Caravaggio e da questo la facile propagazione al dipinto subito dopo retrostante, vittima di un microclima ad effetto serra”.

Un caso probabilmente unico in tutta Italia, in cui si rischia di danneggiare in un colpo solo non una, ma due opere d’arte contemporaneamente.

L'opera del Caravaggio nella chiesa della Badia
L’opera del Caravaggio nella chiesa della Badia


L'opera del Caravaggio nella chiesa della Badia
L’opera del Caravaggio nella chiesa della Badia


La chiesa di Santa Lucia extra Moenia a Siracusa
La chiesa di Santa Lucia extra Moenia a Siracusa


L'opera del Caravaggio alla Borgata
L’opera del Caravaggio alla Borgata

I soggetti interpellati dalla questione Caravaggio: Soprintendenza, Fec, Comune, CRPR, ISCR, Consiglio Regionale BBCC

Ad essere chiamata in causa, intendiamoci, non è solo la Soprintendenza. Come, e forse anche più delle altre opere del Caravaggio, nella chiesa di San Luigi dei Francesi, in Santa Maria del Popolo, in Sant’Agostino a Roma o nella Cattedrale di San Giovanni alla Valletta, il Seppellimento di santa Lucia è intimamente legato al luogo per il quale fu dipinto, del quale condivide l’atmosfera, la luce, la storia e la dimensione devozionale. L’esperienza della restituzione, tra il 2006 e il 2011, alla chiesa originaria si è, però, rivelata fallimentare, non solo, come allora si disse, per le proibitive condizioni termoigrometriche dell’ambiente, ma anche a causa della mancanza di quell’azione di concerto che sarebbe auspicabile che venga adesso raggiunga tra Regione (Soprintendenza), Fec, proprietario del dipinto (e di entrambe le chiese), e Comune, per la riqualificazione del quartiere della Borgata e la dotazione dei servizi necessari, ad oggi inesistenti. Indispensabile, poi, coinvolgere, per gli aspetti tecnici, il CRPR e l’Istituto Superiore Conservazione e Restauro di Roma. A esprimere un parere dovrebbe essere chiamato anche il Consiglio Regionale dei Beni culturali, corrispettivo (con sostanziali differenze, però) del Consiglio Superiore del MiBAC, se non fosse che quest’organo reinsediato dall’ex governatore Rosario Crocetta nel 2017, dopo quasi due lustri di assenza, poi parcheggiato dal presidente Nello Musumeci, salvo ricordarsene qualche mese fa per tentare di sbrogliare la caotica istituzione dei parchi archeologici siciliani, non solo presenta una discutibile composizione, ma, nel caso di nostro interesse, ben poco potrebbe dire, dato che al suo interno non è presente uno storico dell’arte e/o un restauratore.

Malgrado le indagini del CRPR sul dipinto e le due chiese, e un convegno dedicato, la questione Caravaggio è ancora all’anno zero

Abbiamo chiesto alla soprintendente di Siracusa Donatella Aprile, che ha ereditato la spinosa faccenda (è in carica dal settembre scorso) quali soluzioni intenda mettere in campo. L’orientamento è quello di dare concretezza al proposito di riportare la tela nella chiesa di appartenenza originaria, rispolverando il vecchio progetto di una teca microclimatizzata per ovviare all’inadeguatezza dell’ambiente. Ormai datato, però. Approntato dal CRPR, risale a tredici anni fa. “In atto abbiamo interlocuzioni col Fec, che ha dei fondi a disposizione” ci ha pure detto la soprintendente. Ma non è chiaro cosa bisognerebbe finanziare senza un progetto. “Bisogna anche accertare le attuali condizioni conservative del dipinto”, ha precisato. Si ha, in generale, l’impressione di essere tornati al punto di partenza: la Soprintendente si impegna a recuperare l’esito delle indagini sul dipinto e quelle sulle due chiese, e “ad acquisire il parere dei tecnici del CRPR e dell’ISCR”. Resta anche da riconsiderare un riallestimento più consono per un capolavoro che richiederebbe anche la costituzione di un Comitato scientifico. Mentre per mettere insieme tutti gli attori di cui sopra servirebbe convocare un tavolo operativo interistituzionale. La Aprile sembra, comunque, convinta che non sia ulteriormente rinviabile la permanenza dell’opera nell’attuale chiesa di Santa Lucia alla Badia e sta pensando anche a una soluzione temporanea. Sperando che tale non resti per altri otto anni!

Al dipinto serve un nuovo intervento conservativo?

In attesa, dunque, di dare concretezza al progetto di riportare la tela nella chiesa di appartenenza originaria, una soluzione potrebbe essere quella di una nuova musealizzazione del dipinto presso lo stesso Bellomo. L’ambiente adatto ci sarebbe. Si tratta della sala al piano terra, attualmente destinata alle conferenze, già climatizzata e, ovviamente, dotata di sistema antifurto, alla quale il dipinto potrebbe comodamente accedere dal cortile. La soluzione, già dotata di validità sia sotto il profilo conservativo che espositivo, potrebbe essere ulteriormente convalidata dal proposito di trasformarla in un’occasione per rivedere lo storico restauro eseguito dall’allora Icr, da cui sono trascorsi ben quarant’anni. La Soprintendente ci dice di voler valutare la questione che abbiamo sollevato. Le indagini non distruttive eseguite sul dipinto dal Crpr di Palermo nel 2006 avevano, infatti, anche consentito di rilevare, per la prima volta, un errore in un restauro (diretto da Alma Maria Mignosi Tantillo e Michele Cordaro, condotto da Laura e Paolo Mora) che pure ha fatto giurisprudenza. “Durante la campagna di indagini del 2006, la fluorescenza in ultravioletto”, aveva spiegato Fazzio sempre a Siracusa, “ha consentito la lettura delle stesure dei vari strati di vernici applicate sulla superficie pittorica del dipinto del Caravaggio. Il risultato sorprendente metteva in luce la notevole disomogeneità di questo film protettivo fatto di grossi scompensi, discontinuità e ossidazioni a varie intensità, con disturbo, nel visibile, della giusta lettura dell’intera superficie pittorica”. Ma non è tutto. “Altro aspetto significativo è che la stesura delle vernici è avvenuta col dipinto non posto in piano orizzontale, come prassi richiede, ma disposto e posizionato di fianco e/o di taglio, oltretutto orizzontalmente rispetto alla verticalità della scena. Tutto ciò, come operazione, sarebbe poco discutibile se non si notasse, in più parti della superficie, la maldestra stesura con pennellate abbondanti, tali da aver prodotto vistose percolature”.

E ancora. Se nel 2006 lo stato diagnostico offriva “un quadro clinico non disperante”, “un discreto stato conservativo”, nessun distacco della pellicola pittorica o allentamento del tensionamento della tela, insomma, una condizione di stabilità conservativa del dipinto, e se ancora Maurizio Marini nel catalogo della mostra del Caravaggio a Trapani tra il 2007 e il 2008 parlava di “condizioni conservative accettabili”, è forse lecito domandarsi oggi, alla luce di tutte le criticità conservative su esposte, a che punto sia quella macchia sospetta sul retro della tela, derivante, a parere di Fazzio, dalla “probabile alterazione della colla di pasta adesiva utilizzata per far aderire la tela nuova (che risale al restauro del 1979 presso l’ex Icr, Ndc) a quella originaria”. Il restauratore non ha dubbi: “servirebbe una nuova indagine biologica”.

La sala che accoglierebbe il Caravaggio potrebbe, dunque, essere trasformata in un laboratorio-vetrina aperta al pubblico, col coinvolgimento dell’ISCR di Roma e del CRPR di Palermo, che rafforzerebbe ulteriormente i profili conservativi dell’operazione.

In considerazione, invece, della destinazione finale che riporterà il dipinto nella chiesa alla Borgata, chi scrive ha già proposto di affiancare ai canali di finanziamento pubblico (fondi del Fec, somme a disposizione dell’Assessorato BB.CC.IS., sponsorizzazione), un crowdfunding (il primo in Sicilia). I visitatori del Bellomo, ma anche gli stessi cittadini, sarebbero invitati all’acquisto di “Un’Azione per il Caravaggio”, come quelle su cui si investe in Borsa. Investire anche così sul patrimonio per sostenerlo significa accedere a una quota-parte di esso, nella convinzione che la riappropriazione dei beni collettivi passi anche attraverso queste forme di protagonismo sociale. Un atto d’interpello alla società civile affinché tenda una mano a Santa Lucia, per rimettere in piedi un capolavoro prostrato più di quanto non sia quel giovane corpo esanime sul nudo suolo, a metà tra una latomia e una catacomba.


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1. Nicoletta Riva in data 08/04/2019, 15:04:46

Tutti gli anni a giugno soggiorno in ortigia ed ho visto il dipinto in tutte le sedi che lo hanno ospitato. Concordo con l'articolo, ogni volta sono scandalizzata! Tra l'altro la collocazione attuale lo rende molto poco fruibile: si vede poco, ma, soprattutto, gli orari di apertura sono, ad essere gentili, assai bizzarri...Al Bellomo era invece godibilissimo, (ricordo scolaresche sedute davanti al dipinto in un bello spazio) e gli orari erano CERTI e degni di un paese civile ed evoluto. Perché non riportarlo lì? Mi sembrerebbe la soluzione meno costosa, più praticabile, più veloce e, forse quella con maggiori garanzie in tutti i sensi. NICOLETTA RIVA







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