Tre anni dal sisma del 2016. Delpriori: “ricostruzione lentissima, opere ancora nei depositi. L'ultimo governo? Il nulla più totale”


Intervista ad Alessandro Delpriori, storico dell'arte e sindaco di Matelica dal 2014 al 2019, a tre anni esatti dal 2016: con lui abbiamo fatto il punto della situazione sulla ricostruzione e sulla sistemazione dei beni culturali.

Il 24 agosto del 2016, alle ore 3:36, una scossa di terremoto di magnitudo momento 6.0 colpiva il centro Italia, e in particolare i comuni di Accumoli, Arquata del Tronto e Amatrice, tra i quali si trovava l’epicentro del sisma. L’area è stata poi colpita a più riprese, anche a mesi di distanza: si ricorda in particolare la scossa di magnitudo 6.5 del 30 ottobre 2016, con epicentro tra Norcia e Preci (Perugia), la più forte registrata in Italia dal 1980. Gli effetti del sisma si sono fatti sentire su di un’area vasta a cavallo tra tre regioni, ovvero l’Umbria, il Lazio e le Marche. Un evento che ha avuto pesanti conseguenze sulla vita delle persone e sui beni culturali di una zona ricchissima d’arte e cultura. A tre anni esatti dal sisma, abbiamo raggiunto Alessandro Delpriori, storico dell’arte specialista di arte medievale e, dal 2014 fino a maggio 2019, sindaco di Matelica (Macerata), uno dei comuni del cratere (lì, a seguito delle scosse di ottobre, gli sfollati sono stati 1.500 su di un totale di poco meno di 10.000 abitanti). Con lui abbiamo fatto il punto della situazione sia per quanto riguarda la ricostruzione, sia per ciò che concerne lo stato dei beni culturali delle zone colpite. L’intervista è a cura di Federico Giannini, direttore responsabile di Finestre sull’Arte.

Alessandro Delpriori
Alessandro Delpriori

FG. Dopo tre anni dal sisma che ha colpito l’Italia centrale nel 2016 a che punto siamo con la ricostruzione e con la sistemazione di chi ha perso la casa?
AP. La ricostruzione va lentissima. Ci sono tantissime domande che non sono ancora state evase dall’amministrazione e i problemi sono due: il primo è che la burocrazia è molto complicata, perciò i tecnici privati a cui è demandata la ricostruzione spesso non hanno la struttura per seguire tutte le pratiche. Avrebbero potuto assumere più personale, ma i pagamenti anticipati sono stati negati: questo significa che i professionisti che stanno lavorando alla ricostruzione devono aspettare anni prima di essere pagati per un progetto, e questo comporta, da parte dei tecnici, la mancata possibilità di assumere più personale. Il secondo problema è che la struttura regionale delle Marche, l’USR (Ufficio Speciale Ricostruzione), non ha il personale sufficiente per controllare tutte le procedure, perché il presidente dell’ANAC, Raffaele Cantone, ha stabilito che, per il terremoto, tutte le procedure debbano essere controllate al 100%, perciò i tempi si allungano. Per quanto riguarda la sistemazione degli abitanti, si è trattato di un problema risolto subito: nei primi quattro mesi tutti avevano già un tetto sopra la testa, a parte, ovviamente, qualche caso sporadico. Alcune case, per esempio, sono arrivate con un po’ più di lentezza, però l’emergenza è stata gestita in maniera egregia. È la ricostruzione che va lenta.

A suo avviso chi sono i principali responsabili di questa situazione?
Credo che, in assoluto, la colpa sia soprattutto dei governi che hanno lavorato sul terremoto e hanno avviato un modello di ricostruzione che non funziona. Da sindaco ho seguito molte riunioni, anche con Vito Crimi, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri del governo Conte con delega alle aree sismiche: Crimi ha anche detto che noi siamo parte del problema, poi però per noi non ha fatto nulla.

Lei è stato sindaco di Matelica, uno dei comuni del cratere, durante le fasi dell’emergenza e dopo. In questi anni si sono avvicendati tre governi. A Suo avviso come sono state gestite le varie fasi, prima dell’emergenza e poi della ricostruzione, dai diversi governi?
Erano fasi differenti e quindi differenti sono stati gli approcci. Il primo è stato il governo Renzi: Matteo Renzi si è recato da noi sindaci chiedendoci di cosa avessimo bisogno e proponendo di lavorare assieme. Devo dire che tutto sommato, benché per noi abbiano scelto lo stesso modello dell’Emilia-Romagna (sbagliando, perché l’Emilia-Romagna non è le Marche e le Marche non sono l’Emilia-Romagna, e quel modello per noi era sbagliato), almeno c’è stato un confronto. Con il governo Gentiloni e con Paola De Micheli (il secondo commissario straordinario dopo Vasco Errani) i rapporti erano orientati più verso il futuro e verso una strategia: si pensava cioè a cosa fare dopo. In poche parole, mentre Renzi ed Errani si sono occupati dell’emergenza in sé (anche se nominare Vasco Errani come commissario per la ricostruzione fu un errore: la ricostruzione, allora, non poteva partire, perché eravamo ancora nelle fasi di emergenza, e lì bisognava trovare un tetto a tutti i cittadini, un problema della Protezione Civile, pertanto ci siamo trovati con due capi, uno era Errani e l’altro Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile, e peraltro i due, tra loro, si parlavano anche poco), Gentiloni e De Micheli parlavano di una strategia. Certo, una strategia lunghissima, lenta e anche poco attuabile sotto certi punti di vista, ma almeno c’era una visione. L’ultimo governo invece non ha fatto assolutamente nulla. Non hanno fatto neanche le passerelle. Prima almeno si facevano vedere. Adesso è il nulla più totale.

Danni alla basilica di San Benedetto a Norcia subito dopo il sisma del 2016
Danni alla basilica di San Benedetto a Norcia subito dopo il sisma del 2016


La basilica di San Benedetto messa in sicurezza
La basilica di San Benedetto messa in sicurezza


Danni nel centro storico di Camerino nei primi giorni del sisma del 2016 (foto Vigili del Fuoco)
Danni nel centro storico di Camerino nei primi giorni del sisma del 2016 (foto Vigili del Fuoco)


Danni alla chiesa di San Filippo a Camerino subito dopo il sisma (foto Vigili del Fuoco)
Danni nel centro storico di Camerino subito dopo il sisma (foto Vigili del Fuoco)

Oltre che sindaco Lei è storico dell’arte. Da questo punto di vista a che punto siamo con la ricostruzione degli edifici che sono stati lesionati, e con la sistemazione delle opere d’arte? Quanta parte del patrimonio è ancora nei depositi in attesa di tornare a casa?
Credo che un 95% delle opere sia ancora nei depositi. Penso che giacciano ancora nei depositi circa 18.000 oggetti spostati dalle loro sedi. Qualche deposito è stato reso fruibile, per esempio a Camerino, Amandola, a Matelica (qui da noi sono state aperte alcune sale del Museo Piersanti per mostrare in rotazione alcune delle opere che si possono vedere). La gran parte degli oggetti è però ancora chiusa. Qui manca del tutto una strategia a lungo termine: la ricostruzione degli edifici storici è lentissima, addirittura penso che non sia partito nessuno dei cantieri del secondo piano dei beni culturali, quello che riguarda la maggior parte dei siti e che è stato approvato da pochissimo. Per quanto invece riguarda il primo piano dei beni culturali, era stata restaurata una chiesa per ogni città, e questi edifici sono stati effettivamente riaperti (le cattedrali soprattutto). Occorre però ribadire che, sui beni culturali, l’obiettivo non dev’essere la ricostruzione fine a se stessa: bisogna che si dia vita a un modello, anche di fruizione, dei beni culturali. Non possiamo lasciare che le meraviglie dei nostri luoghi al prossimo terremoto si chiudano e si ricominci daccapo: ci dev’essere una strategia totale. Quello che più spaventa è che i danni al patrimonio sono talmente grandi e talmente diffusi che si comincia a sentire, nei meandri delle soprintendenze e del ministero, che occorre fare delle scelte, ovvero che ci sarà qualcosa che non sarà restaurato. Credo che non ce lo possiamo permettere: bisogna lavorare in maniera seria. Ovvero, si comincia a lavorare dai cantieri più grandi e più importanti, e poi via via si restaura tutto, mettendo il tutto a sistema. Ma in un sistema che però funzioni.

Il Museo Piersanti di Matelica, interno
Il Museo Piersanti di Matelica, interno


La chiesa di San Salvatore a Campi prima e dopo il sisma. Ph. Credit Silvio Sorcini
La chiesa di San Salvatore a Campi prima e dopo il sisma. Ph. Credit Silvio Sorcini


Il Monastero di San Liberatore a Castelsantangelo sul Nera prima e dopo il sisma
Il Monastero di San Liberatore a Castelsantangelo sul Nera prima e dopo il sisma

Secondo Lei che effetti ha prodotto la riforma del Ministero del 2014 sulle aree colpite dal sisma?
È stata un po’ devastante soprattutto perché ha tolto personale ai territorî. Quando Dario Franceschini [ministro dei beni culturali dal 2014 al 2018, ndr] è venuto a Matelica ho parlato a lungo con lui. Lui mi ha direttamente chiesto cosa pensassi della riforma. E io devo dire che i poli museali mi piacciono anche, ma per farli sono stati svuotati i territorî, che sono stati privati di molti funzionarî. Franceschini mi disse che la riforma era a metà e che occorreva ripartire restituendo personale anche ai territorî. Ora nelle Marche ci sono soltanto due funzionarî storici dell’arte, di cui uno in realtà prima faceva l’archivista, quindi è prestato alla storia dell’arte, l’altro invece è stato da poco assunto a seguito del concorsone del ministero del 2016. E, per un territorio come il nostro, come è possibile che ci siano soltanto uno storico dell’arte e un funzionario che si è prestato a fare lo storico dell’arte? Questo è un frutto della riforma.

In questi giorni è stata anche approvata e pubblicata una nuova riforma del Ministero, quella del ministro Bonisoli. Ovviamente è ancora presto per vederla operativa, ma Lei si è fatto un’idea sulle conseguenze che potrà avere sui territorî colpiti dal terremoto?
Purtroppo Bonisoli non ha capito che noi abbiamo bisogno di una soprintendenza speciale. Non possiamo continuare ad accentrare a Roma. La ratio di questa riforma è quella di ottimizzare le spese, quindi le regioni considerate piccole vengono accorpate (da qui i segretariati regionali di Umbria e Marche che diventano uno solo). Poi Bonisoli non ha capito che nell’Appennino la quantità, la qualità e soprattutto la diffusione capillare dei beni culturali sono così vaste e così importanti che non possiamo fare così: qui ci vuole una soprintendenza speciale per il sisma, come è già stata anche fatta (ma senza personale, con un soprintendente che soprintende se stesso). Quella di Bonisoli è una controriforma probabilmente peggiorativa.

A Suo giudizio, di cosa c’è bisogno più urgente sul territorio, sia per quanto riguarda la ricostruzione, sia per quanto riguarda la tutela dei beni culturali colpiti, danneggiati o semplicemente spostati perché gli edifici nei quali erano contenuti non sono più agibili?
Intanto sbloccare i cantieri privati, e questo significa anche far ripartire il lavoro, perché per i cantieri privati servirà manodopera (falegnami, carpentieri, ingegneri, idraulici, architetti, muratori). Il lavoro del resto è la prima cosa che manca al nostro territorio. Quindi, intanto, la ricostruzione privata è fondamentale. Successivamente manca una strategia di ricostruzione per i beni culturali. Se è vero, come tutti dicono, che cultura e turismo diventeranno uno dei volani della ripresa anche economica del nostro territorio, bisogna fare una ricostruzione condotta con criterio, ma per farlo ci vuole una strategia che adesso manca. Bisogna partire dai luoghi più importanti, quelli che possono da soli e da subito fare da volano per il turismo e per la cultura (penso per esempio ai centri storici di Camerino e San Severino Marche, al cappellone di San Nicola a Tolentino, al Museo della Castellina di Norcia che è fondamentale, e poi scegliere qualche grande complesso importante, come San Salvatore a Campi, San Liberatore a Castelsantangelo sul Nera o Santa Maria in Castellare a Nocelleto: luoghi che sono diventati anche simbolici e che possono portare persone in queste terre). E poi, da qui, fare una scala di priorità. Ricominciando a pensare a turismo, cultura e lavoro.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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1. Jessica Consalvi in data 25/08/2019, 15:35:11

Non ha senso ricostruire in zone sismiche.
Il popolo italiano ha fame.
Non si sprecano soldi così.
Lasciamo le macerie e se ci saranno donazioni per ricostruire ben venga.
Vi consiglio nel frattempo di evacuare.
Il terremoto può tornare sempre.
Che senso ha ricostruire, finanziare, se poi si distrugge tutto di nuovo da solo?
Se siete tanto affezionati a vivere lì, allora dovete pagare solo che voi.



2. Graziella in data 26/08/2019, 23:03:28

Invece il Governo prima ha fatto molto, vero??







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