Stefano Bardini, il “principe degli antiquarî” che donò a Firenze il suo... universo


Stefano Bardini fu uno dei più grandi e noti antiquarî che vissero tra Ottocento e Novecento. La Biennale dell'Antiquariato di Firenze lo celebra quest'anno con la mostra “Universo Bardini”

L’antiquario, collezionista fiorentino, nonché storico italiano Alberto Bruschi (Firenze, 1944) definì nel 1993 all’interno del libro Epoca il celebre collezionista d’arte Stefano Bardini (Pieve Santo Stefano, 1836 – Firenze, 1922), colui che negli anni Ottanta dell’Ottocento decise di crearsi un museo personale, oggi noto come Museo Stefano Bardini a Firenze, con queste parole: “lui è stato il principe degli antiquari e nello stesso tempo l’antiquario dei principi”. In effetti, Bardini è comunemente considerato nella maggior parte degli scritti il “principe degli antiquari” ed è per questa ragione che quest’anno, in occasione della 31° edizione della Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, che si terrà dal 21 al 29 settembre come di consueto a Palazzo Corsini, viene proposta al pubblico la mostra Universo Bardini, interamente dedicata a questa significativa figura per la storia e per l’arte fiorentina. Collocata nell’alcova del primo piano dello storico palazzo, la rassegna curata da David Lucidi intende raccontare il principe degli antiquari nei suoi vari aspetti: non solo mero mercante-collezionista, ma soprattutto come protagonista delle vicende del collezionismo d’arte tra Ottocento e Novecento.

Stefano Bardini ritratto in una fotografia dell'epoca
Stefano Bardini ritratto in una fotografia dell’epoca

Grazie ai rapporti giusti con alcune personalità di spicco dell’epoca, Bardini fu in grado di favorire la nascita di collezioni internazionali oggi considerate fondamentali per musei come il Bode Museum di Berlino, il Musée Jacquemart-André di Parigi, l’Isabella Stuart Gardner Museum di Boston.

Di origini aretine, nato precisamente a Pieve Santo Stefano nel 1836, Stefano Bardini frequentò la città di Firenze fin da giovane, prima come studente di pittura all’Accademia di Belle Arti, dove fece il suo primo incontro con l’arte antica, e successivamente come habitué dei circoli dei Macchiaioli. Avvezzo oramai all’arte, sia antica che contemporanea, cominciò nel 1866 a compiere l’attività di restauratore di dipinti e di commerciante di opere d’arte: questo mestiere fu favorito dalla scelta di Firenze come luogo della sua esistenza, sia dal punto di vista abitativo che dal punto di vista lavorativo, poiché la città toscana era nota per il suo mercato d’antichità che poteva comprendere i più disparati oggetti d’uso e d’arte, dai fondi oro alle terrecotte quattrocentesche. La sua passione per l’arte e la sua abilità nel commerciare lo condussero a intessere relazioni con i più importanti musei e collezionisti italiani e stranieri, oltre che con archeologi e storici dell’arte, tra cui Bernard Berenson (Butrimonys, 1865 – Fiesole, 1959), Frederick Mason Perkins (Plymouth, 1874 – Assisi, 1955) e Wilhelm von Bode (Calvörde, 1845 – Berlino, 1929), quest’ultimo divenuto direttore generale dei musei di Berlino dal 1906 al 1920 e fondatore nel 1904 del Kaiser-Friedrich-Museum, sotto l’influsso dello stesso Bardini. Tra i collezionisti con cui venne in contatto si ricordino John Pierpont Morgan (Hartford, 1837 – Roma, 1913), Henry Clay Frick (West Overton, 1849 – New York, 1919), Isabella Stewart Gardner (New York, 1840 – 1924), Robert Lehman (New York, 1891 – 1969), Madame André, la cui collezione è oggi conosciuta come Musée Jacquemart-André, il principe Giovanni di Liechtenstein, Figdor di Vienna, le cui collezioni sono oggi ben note e rinomate.

Un altro degli aspetti peculiari di Stefano Bardini come collezionista era la particolare cura nell’allestimento: egli credeva nella necessità di ricontestualizzare le opere d’arte (dipinti o sculture che fossero) staccate dal loro originale contesto. Fu proprio attraverso questa idea di allestimento che il mito dell’Italia e della Firenze rinascimentale venne diffuso oltreoceano. Come si legge nel catalogo della mostra Ospiti inattesi. Opere inedite o poco note dalla Raccolta Statale Bardini, tenutasi a Bologna dal settembre 2006 al gennaio 2007, a cura di Mario Scalini e Giampiero Cammarota: “la linea vincente per imporre il gusto rinascimentale oltre oceano fu quella di propugnare l’arredo in stile, più che la valorizzazione di capolavori di meno noti ambiti del fare artistico. Fu senza dubbio la forza d’impatto della ricontestualizzazione, come quella operata a Palazzo Davanzati, a persuadere, a colpo d’occhio, della possibilità di offrire comfort e decoro, secondo schemi dell’alta borghesia ottocentesca, facendo ricorso ad arredi antichi. Si rendevano dunque necessarî imponenti depositi di materiale, inteso nel senso più bruto del termine, lavorato ma anche rilavorabile e ricomponibile secondo le esigenze e le richieste di una clientela che si avvicinava all’oggetto antico con in tasca il centimetro, per valutare se e in che modo questo si potesse incastonare nel contesto cui lo si voleva destinare”.

Una sala di Palazzo Davanzati a Firenze. Ph. Credit I musei di Firenze
Una sala di Palazzo Davanzati a Firenze. Ph. Credit I musei di Firenze


Cassone fiorentino del XV secolo della bottega del Pollaiolo. Ph. Credit Francesco Bini
Cassone fiorentino del XV secolo della bottega del Pollaiolo. Ph. Credit Francesco Bini

Palazzo Davanzati venne acquistato nel 1904 da Elia Volpi (Città di Castello, 1858 – Firenze, 1938), amico di Stefano Bardini, e siccome, secondo i loro intenti, il palazzo doveva divenire un museo privato dedicato agli interni fiorentini del Rinascimento, i due pensarono di arredarlo con mobilia e oggetti rinascimentali: tutto doveva rispecchiare il gusto rinascimentale, dai soffitti alle porte, ai caminetti. Acquistarono inoltre opere d’arte e oggetti che rimandassero a quell’epoca, in particolare i cassoni nuziali, che nel corso del Novecento erano molto diffusi nel mercato d’arte. Volpi restaurò gli interni di Palazzo Davanzati creando autentici spazi domestici all’interno di esso. In questo fu fondamentale l’influenza di Bardini, che a sua volta ispirò le collezioni di Isabella Stewart Gardner e di Nelie Jacquemart (Parigi, 1841 – 1912): entrambe acquistarono infatti dal celebre mercante-collezionista vari cassoni rinascimentali.

Bardini, nel corso della sua attività, progettò scenografie emozionali dentro le quali collocare le sculture, le pitture e le arti decorative da esporre al pubblico. Fotografie d’epoca ritraggono alcuni di questi accurati allestimenti di palazzo Bardini: veniva letteralmente creato un dialogo tra architettura, arredo, cornici e opere esposte. In occasione della mostra dedicata nella Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze saranno presenti alcune opere collocate sullo sfondo delle grandi riproduzioni; queste, tutte provenienti dalle raccolte Bardini, sono state scelte in base a tre criteri: quelle più fotografate negli allestimenti d’epoca, quelle che rappresentano maggiormente l’estetica allestitiva di Bardini e quelle ancora oggi poco conosciute, sia ai visitatori che agli studi, provenienti dai depositi del museo.

La Sala delle Madonne nel Museo Stefano Bardini. Ph. Credit VisitFlorence
La Sala delle Madonne nel Museo Stefano Bardini. Ph. Credit VisitFlorence


Interno del Museo Stefano Bardini. Ph. Credit Francesco Bini
Interno del Museo Stefano Bardini. Ph. Credit Francesco Bini

Riguardo ancora al tema dell’importanza del dialogo tra opera d’arte e spazio espositivo e dell’attenzione per una scenografia emozionale, è in corso un’epoca in cui le più importanti gallerie, seguendo un cambiamento a livello internazionale del gusto collezionistico, sono sempre più portate a uniformarsi alle tendenze più moderne dell’architettura, del design d’interni e dell’arte contemporanea. Nell’ottica di creare un museo personale, Bardini acquistò la chiesa e il convento di San Gregorio della Pace e li restaurò realizzando un palazzo di gusto neoclassico: alcuni altari di una chiesa pistoiese vennero reimpiegati nelle finestre del primo piano del palazzo; per i soffitti a cassettoni e per le architravi delle porte vennero utilizzati cimeli storico-artistici del collezionista e le pareti vennero dipinte di una particolare tonalità di blu, rinominata Blu Bardini.

Stefano Bardini, con il suo testamento datato 10 settembre 1922, ha dato prova d’affetto per Firenze donandole il suo palazzo e un ricco importante museo, a dimostrazione del culto ch’egli aveva sempre nutrito per la sua storia artistica. Grazie a questo gesto d’affetto per la sua città d’adozione, è oggi possibile accedere all’odierna sede del Museo Bardini, e ammirare le oltre tremila opere custodite al suo interno, tra dipinti, sculture, armature, strumenti musicali, ceramiche, medaglie, monete e arredi antichi. E quest’anno la Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze ha desiderato omaggiare il “principe degli antiquarî” per far conoscere ai visitatori, non solo i più belli oggetti d’arte sul mercato odierno dell’antiquariato, ma anche la storia di uno dei protagonisti che lasciò un’eredità indelebile a Firenze e a tutto ciò che entrò nel suo mondo.


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Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Sono co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. Sono nata a Carrara nel 1987 e mi sono laureata a Pisa. Sono caporedattrice di Finestre sull'Arte.

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1. Mario Scalini in data 11/09/2019, 18:36:35

Senza dubbio attenta alle fonti possibili, buona parte delle opere che i Bardini UGO e Stefano hanno 'lasciato' allo Stato sono alla Villa Medici di Cerreto Guidi - oltre 500 pezzi restaurati ed in mostra da anni, tutti catalogati e pubblicati.







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