La riforma del MiBACT: tutt'altro che rivoluzionaria. Poche idee buone, tanti dubbi


Riflessione di Federico Giannini sulle novità introdotte dalla riforma del MiBACT di Dario Franceschini.

Per commentare la riforma del MiBACT presentata il 16 luglio dal ministro Dario Franceschini, inizierò con una dichiarazione del ministro in persona, fatta nello stesso giorno della presentazione della riforma. Diceva il ministro l’altro giorno: "in Italia abbiamo miniere d’oro dappertutto con i nostri musei, il nostro patrimonio, la nostra bellezza e non le abbiamo sapute usare". Inizio con questa dichiarazione perché se questo è il presupposto che ha partorito la riforma, significa che c’è qualcosa che non va. Lasciamo un attimo da parte la sempre stancante retorica della bellezza e concentriamoci su uno dei punti principali. E questo punto non è, come scriveva su Il Giornale il giornalista Gian Maria De Francesco, il fatto che i musei devono fruttare soldi. I musei non devono produrre soldi, i musei devono produrre cultura: è questa la loro funzione. Se però vogliamo vedere i musei come una attrattiva turistica, è semmai il contesto entro cui è calato il museo quello che deve fruttare soldi. Nel senso che se sul turismo vogliamo puntare, allora dobbiamo rendere l’Italia una meta appetibile, e questo è un obiettivo che esula dalla riforma: servirebbe una politica di indirizzo, che manca sia a livello nazionale, sia, spesso, a livello locale, benché a livello locale ci siano delle ottime realtà. E comunque, dove mancano le istituzioni a livello locale, sono spesso le associazioni o i singoli operatori che provano a dare degli indirizzi. È dunque difficile pensare a sviluppare una seria politica turistica se manca chi sappia dare un indirizzo, mancano spesso reti tra operatori di settore, la tassazione per le imprese è altissima (e questo, ovviamente, influisce notevolmente sui costi per il singolo turista che arriva nel nostro paese, i cui prezzi sono più cari rispetto alla media europea: secondo Coldiretti, siamo la meta più cara del Mediterraneo), sono spesso assenti strategie che definiscano prodotti segmentati (rivolti cioè a determinati target di viaggiatori e turisti), non si combatte l’abusivismo in modo serio, le infrastrutture sono carenti. Il ministro provi a prendere un treno regionale per raggiungere, per esempio, le Cinque Terre dalla Spezia o, ancor peggio, Siena da Firenze: tratte percorse da molti turisti stranieri che sui nostri meravigliosi treni regionali non è che si fanno proprio un bellissimo concetto sul nostro paese. Il turismo in Italia funziona ancora piuttosto bene, pur con tutte le sue carenze e lacune, perché sostanzialmente stiamo vivendo di una rendita costruita nel passato e per la quale noi abbiamo pochissimi meriti (se non nessuno, dato che quella rendita la stiamo facendo crollare pezzo dopo pezzo).

Questa premessa è doverosa in quanto è la stessa riforma che vorrebbe integrare i due ambiti di intervento del Ministero, ovvero cultura e turismo. Il che è concettualmente sbagliato (ed è un errore che ci portiamo dietro anche a causa dell’abolizione, anni fa, del ministero preposto al turismo). Primo, perché non esiste solo un turismo culturale in Italia. Secondo, perché gli ambiti di intervento sono diversi: non si può pensare alla cultura con le stesse logiche con cui si pensa al turismo. Leggasi: non è possibile pensare di far fruttare i musei. Lo ha scritto anche Anna Somers Cocks su The Art Newspaper il 15 luglio, in un articolo che Ilaria Baratta ha tradotto per Finestre sull’Arte: anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, i musei non producono profitti. Terzo, perché ci piacerebbe sapere se nel MiBACT esiste un personale adeguatamente formato nel settore del turismo. Con la riforma, le direzioni regionali del Ministero (che, per inciso, saranno di fatto abolite in quanto trasformate in uffici di coordinamento amministrativo: ma chi è che si occuperà di svolgere le loro funzioni direttamente sul territorio?) e le direzioni generali centrali competenti per i beni culturali, saranno dotate di funzioni per il turismo: e dunque, come intende attuare questa fusione il ministro Franceschini? Il personale delle direzioni è adeguatamente formato, o è da formare in materia di turismo? E quanto tempo ci vorrà? Oppure: si darà il via a nuove assunzioni per arricchire il ministero di giovani qualificati in materia di turismo? Ho i miei dubbi, e sono più propenso a credere che si tratterà del solito accrocchio all’italiana. Con tutto il rispetto, ma francamente non riesco a figurarmi dei compassati archeologi di mezza età, che fino a oggi si interessavano solo di scavi e reperti, mentre progettano campagne di marketing per il turismo o discutono di strategie per promuovere un complesso archeologico sui social network. Peraltro, molto simpaticamente, sul sito della Direzione Generale per le Antichità, vicino alla scritta “Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo” c’è un grosso asterisco che rimanda a una nota dove si dice che fino al 26 giugno 2013, l’istituzione si chiamava “Ministero per i beni e le attività culturali”. Sembra quasi che si voglia dire: “guardate che noi con quella roba che inizia con la T non c’entriamo niente e ci è stata solo imposta da una circolare”. Rimane dunque la domanda: chi si occuperà di turismo alle direzioni regionali e generali? Gli stessi che per tutta la vità si sono occupati solo (per esempio) di scavi e restauri? O saranno assunti giovani, magari specializzati (perché no?) in archeologia o storia dell’arte ma con delle ottime e solide basi in materia di turismo? Domande forse retoriche.

Arrivando invece all’ambito della cultura tout court, cosa dire della proposta per un sistema museale italiano? La riforma prevede che venti musei avranno la qualifica di ufficio dirigenziale e i loro direttori potranno essere scelti tramite selezione pubblica tra interni o esterni all’amministrazione, anche stranieri. E qui la domanda è: chi è che valuterà i curricula dei direttori? Da chi saranno formate le commissioni? Il fatto di aprire la selezione anche agli esterni garantirà maggior qualità o rischierà di trasformare il tutto nell’ennesima italianata con la partitocrazia che farà pressioni sulle commissioni per porre a capo dei musei manager riciclati, o peggio ancora politici a cui è necessario dare una poltrona o, perché no, fidanzate di amici dei potenti? E ancora: ma era davvero necessario? A dirigere i venti musei inclusi nella lista della riforma abbiamo già persone molto competenti: si pensi solo ad Antonio Natali agli Uffizi. Un direttore-storico dell’arte a cui va anche il merito di aver ben saldato il museo al suo territorio, con (tra le altre cose) un progetto come La città degli Uffizi. Se c’è infatti una cosa buona nel sistema museale italiano (quello che c’è stato finora, non quello che verrà dopo la riforma e che non si sa come sarà) consiste proprio nel legame stretto tra musei e territorio. Questo legame continuerà a esistere con quelli che i commentatori già chiamano “direttori-manager” e, soprattutto, con la creazione dei cosiddetti poli museali regionali che saranno istituiti per slegare i musei dalle loro soprintendenze? Per quanto riguarda la misura della selezione dei direttori, possiamo dire che appare piuttosto inutile: i problemi dei musei italiani non stanno certo nelle persone che li dirigono. I problemi sono a monte: mancanza cronica di fondi per tutte le attività (restauri, rinnovamento degli apparati didascalici, straordinari dei dipendenti, eccesso di burocrazia, aggiornamento dei siti web, e chi più ne ha più ne metta...), mancanza di turnover con giovani che stanno da anni alla porta, scarso appeal per il pubblico, mancanza di una comunicazione efficace, e via dicendo. Sono tutti problemi che la riforma si guarda bene dal risolvere: non è che se a un supermanager diamo un monopattino portato già ai suoi limiti naturali, il supermanager lo trasformerà in un’auto di lusso. Rimarrà sempre un monopattino che non potrà andare oltre i suoi limiti. Per quanto riguarda invece la misura della creazione di poli museali regionali, istituiti per ovviare a quello che sul comunicato del ministero è definito “un punto dolente”, e cioè il fatto che i musei siano tutti “articolazioni delle soprintendenze”, c’è da dire che il legame tra museo e soprintendenze ha consentito di mantenere sempre saldi i legami tra museo e territorio: un modello tutto italiano che non ha eguali altrove. C’è da domandarsi cosa ne sarà di questo modello e se i musei continueranno a essere legati ai loro territori. La riforma si concentra principalmente sui musei maggiori: quali ricadute ci saranno per i musei più piccoli?

Dario Franceschini

Sembra invece buona l’idea di prevedere un’apposita direzione generale per l’arte contemporanea, sperando che serva a innalzare il livello qualitativo di quello che viene attualmente proposto anche dai maggiori musei: del resto, promuovere la qualità del contemporaneo è uno degli obiettivi che questa riforma, esplicitamente, si propone di raggiungere. Un’altra idea intelligente è quella che prevede un’ulteriore direzione generale, questa volta per l’educazione e la ricerca, per creare le condizioni per una collaborazione tra il ministero dei Beni Culturali, il ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, il CNR e altri enti, oltre che le università e le scuole: si avvertiva da un pezzo l’esigenza di conferire alla cultura quel valore educativo che, per quanto non sia l’unico valore della cultura, da un po’ di tempo si era perso di vista. La riforma si propone anche di attivare convenzioni con gli enti di ricerca e gli istituti di formazione, di far crescere professionalmente il personale interno del ministero, aggiornare le competenze, potenziare la digitalizzazione, la raccolta delle informazioni e la trasparenza. Tuttavia, la domanda è: sono tutti solo buoni propositi? Il ministero ha idea di come raggiungere questi obiettivi, che non sarà possibile raggiungere a costo zero? Staremo a vedere: sarà fondamentale che Franceschini riesca a ottenere, per il suo ministero, degli stanziamenti che tornino a essere quanto meno accettabili, e adesso non lo sono. Il ministero dei Beni Culturali deve svolgere le sue attività con un bilancio di circa un miliardo e mezzo di euro.

E infine, cosa dire dell’accorpamento delle soprintendeze dei beni storico-artistici con quelle dei beni architettonici? Gli effetti si stanno già facendo sentire, per esempio, a Mantova, che a seguito dell’entrata in vigore della riforma rischierà di perdere la propria soprintendenza ai beni storico-artistici, che verrà accorpata a quella dei beni architettonici con sede a Brescia. Siamo proprio sicuri che questo accorpamento porterà solo benefici? Oppure una città ricca di cultura come Mantova (e come tante altre... ) rischierà di essere penalizzata? E soprattutto: chi è che detterà le linee guida delle soprintendenze? Gli architetti, o gli storici dell’arte?

Franceschini ha presentato la sua riforma come una grande rivoluzione. Purtroppo non mi sento in grado di dargli ragione. Anzi: a parte qualche buona idea, come la creazione di due direzioni generali, una per l’arte contemporanea e una per l’educazione, tutto il resto sembra porre le premesse per una rivoluzione, sì, ma in senso negativo. Sono molti i rischi di questa riforma: potremo vedere distrutto il legame tra musei e territorio. Potremo trovarci degli incompetenti alla guida dei musei più importanti del paese. Le deleghe turistiche senza competenze adeguate probabilmente produrranno più danni che benefici. E la tutela del paesaggio potrebbe subire un duro colpo a causa di una riforma essenzialmente centralista. Un duro colpo che ne segue un altro ricevuto il 1° luglio, con un emendamento al cosiddetto Decreto Cultura che istituisce le “Commissioni di garanzia per la tutela del patrimonio culturale” che, su segnalazione, potranno riesaminare i pareri sui beni culturali e sui beni paesaggistici rilasciati dagli organi periferici del ministero. E si parla già di modifica che “commissaria” le Soprintendenze e che, secondo Italia Nostra, mette “i ceppi ai polsi ai Soprintendenti e ai funzionari coraggiosi che non hanno paura di opporsi ai poteri forti”. L’unica cosa che per ora si può dire è: vedremo cosa succederà. Anche perché il testo della riforma non è ancora uscito. Era successa la stessa cosa per il Decreto Cultura: sembra che ora vada di moda rilasciare comunicati stampa al posto dei testi delle leggi.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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