L'Aquila, scoperto importante ciclo di affreschi del Cinquecento durante un restauro


All’Aquila, nella chiesa della Misericordia, è riemerso un importante ciclo di affreschi del Cinquecento, il più rilevante della città assieme a quello del Monastero della Beata Antonia. Le pitture, del 1538, si devono a Francesco da Montereale e alla sua bottega.

Lo scorso fine settimana, durante le Giornate Europee del Patrimonio 2023, è stata presentata una importante scoperta all’Aquila: nella chiesa di Santa Maria della Misericordia, situata nel Quarto di Santa Maria, uno dei quartieri del capoluogo dell’Abruzzo, vicino alla chiesa di San Silvestro, è stato infatti scoperto un notevole ciclo di affreschi del Cinquecento. Il ciclo è stato rivenuto nel corso dei lavori di restauro della chiesa (per la precisione nel secondo lotto dei lavori) iniziati nell’autunno del 2021, ed è emerso sotto l’apparato decorativo tardo-barocco.

I restauri servivano per riparare i danni subiti dagli altari della navata: quando sono state rimosse le parti lesionate della struttura settecentesca, si è subito arrivati alla scoperta di una serie di affreschi che si considerava perduta, apparsa invece, secondo gli esperti del Segretariato Regionale dell’Abruzzo del Ministero della Cultura, chiaramente leggibile e molto ben conservata. Ulteriori verifiche hanno quindi consentito di recuperare altre due opere in controfacciata, coperte dalle porte lignee di accesso alla cantoria. Sulla parete destra si possono adesso ammirare un Compianto sul Cristo morto e un San Girolamo penitente; in corrispondenza, nelle nicchie della parete opposta, ecco invece Gesù e la Samaritana al pozzo e un raffinato Sposalizio mistico di Santa Caterina. In controfacciata, invece, si trovano un’Allegoria dell’Immacolata Concezione e un Sant’Agostino (in corso di restauro) e un intenso Sant’Antonio da Padova con scene della sua vita. Ai piedi del Santo una data: MCCCCCXXXVIII (1538). Questi sono gli elementi che compongono il ciclo pittorico che, grazie alle fonti storiche, viene attribuito a Francesco da Montereale (Montereale, 1466 o 1475 – L’Aquila, 1541) e alla sua bottega (opera del pittore anche la Natività della Vergine, pala d’altare proveniente proprio dalla Misericordia e conservata al Museo Nazionale d’Abruzzo).

La chiesa della Misericordia prima del 2009
La chiesa della Misericordia prima del 2009
Il cantiere della chiesa della Misericordia
Il cantiere della chiesa della Misericordia
La chiesa dopo il restauro
La chiesa dopo il restauro
Interno della chiesa prima del restauro
Interno della chiesa prima del restauro

La lettura degli affreschi può cominciare dalla scena con Sant’Agostino e l’Immacolata Concezione, ambientata in una campagna aperta sul mare (con tanto di città portuale sullo sfondo). Agostino mostra il libro con la scritta “CONCEP/TA EST/ SINE M/ACVLA” riferita ovviamente alla Madonna, e sulla destra la Vergine inginocchiata in preghiera. In alto doveva trovarsi la figura del Padreterno con gli angeli, andata distrutta per far posto alla scala della cantoria. La presenza di questa particolare iconografia richiama un tema messo in discussione dalla Riforma avviata da Lutero con le 95 tesi di Wittenberg nel 1517. Il tema iconografico della nascita senza peccato della Vergine Maria (verso il quale anche l’imperatore Carlo V mostrava grande interesse anche per arrivare ad una soluzione dei conflitti politici tra i cattolici dell’Impero e i principi tedeschi) è qui accompagnato dalla figura di Sant’Agostino che doveva rappresentare l’esempio da seguire in quanto, oltre ad essere il primo teologo che parla della natura perfetta e speciale di Maria, si fece veicolo di precisi contenuti dottrinari che ebbero lo scopo di confutare le tesi eterodosse diffuse ai suoi tempi. Sant’Agostino, infatti, ribadì ripetutamente e con chiarezza i concetti della maternità fisica e insieme divina di Maria nonché la sua verginità, che ne fanno il simbolo della Chiesa, nello spirito vergine, per integrità e pietà, e madre nella carità.

All’interno della nicchia alla destra, uscendo della porta principale, si trova invece il Sant’Antonio da Padova con quattro episodi miracolosi della sua vita (il miracolo del piede riattaccato, quello del neonato che parla, quello del cuore dell’usuraio e quello della mula affamata: le storie fanno riferimento ai più famosi miracoli attribuiti al Santo e offrono oltre ad un campionario di peccati come la gelosia, l’avarizia, l’eresia, anche scorci di vita quotidiana). La figura del santo è incorniciata da due colonne classiche sopra le quali campeggia la scritta “ORA PRO NOBIS BEATE ANTONI” (“Beato Antonio, prega per noi”). Sul piedistallo alla base è ben in evidenza la data 1538. La presenza dell’affresco con sant’Antonio da Padova, pendant del Sant’Agostino con l’Immacolata, è da mettere in rapporto con il ruolo del santo, assertore del dogma dell’assunzione della Vergine, quale predicatore contro le eresie catara in Italia e albigese in Francia, tanto da prendere il soprannome di “Martello degli eretici”.

Si osserva poi la scena raffigurante l’incontro di Gesù con la Samaritana presso il pozzo di Sicar, narrato nel Vangelo di Giovanni. La scena sacra raffigurata in primo piano con Cristo, la giovane donna e il pozzo al centro, risulta quasi un pretesto per raccontare la vita al di fuori delle mura di una grande città. Alle spalle dei protagonisti si apre una larga visuale tra una ricca pianura con sullo sfondo un gruppo di alte vette montuose. La vera del pozzo in primo piano è il fulcro della composizione e si caratterizza per una dettagliata descrizione degli elementi decorativi, tratti dal repertorio classico antico, dove festoni floreali sono intervallati da teste di ariete.

Immacolata Concezione e sant'Agostino
Immacolata Concezione e sant’Agostino
Immacolata Concezione e sant'Agostino
Immacolata Concezione e sant’Agostino
Sant'Antonio da Padova
Sant’Antonio da Padova
Sant'Antonio da Padova
Sant’Antonio da Padova
Gesù e la samaritana al pozzo
Gesù e la samaritana al pozzo
San Girolamo penitente
San Girolamo penitente

Allo stesso artista della scena della Samaritana al pozzo, sul lato opposto della navata della chiesa, si deve anche l’affresco raffigurante la penitenza di San Girolamo. La scena descrive in un paesaggio roccioso, il santo, raffigurato come da tradizione nelle vesti di eremita mentre si percuote il petto con una pietra, è in ginocchio ed è rivolto verso un crocifisso fissato sul terreno brullo; ai suoi piedi si vedono gli abiti e il cappello da cardinale, simbolo della rinnegazione degli onori terreni. Sopra il protagonista si apre un ampio paesaggio, nel quale oltre alla scena del leone (al quale il santo estrae una spina dalla zampa e che da quel momento diventa suo compagno inseparabile), si vedono alcune scenette il cui significato, secondo gli studiosi che hanno avuto modo di osservare l’opera, non è particolarmente chiaro. Sulla sinistra alcuni marinai scendono da imbarcazioni per accendere un fuoco su una spiaggia deserta, mentre sulla destra, sopra un rilievo si distingue una forca dalla quale pendono due malcapitati, ai piedi dei quali delle figure a cavallo sembrano dialogare con un pellegrino.

L’affresco nella nicchia del secondo altare cinquecentesco a destra della navata raffigura invece il Compianto sul Cristo morto. Il corpo di Gesù, deposto dalla croce, giace su una roccia sorretto da San Giovanni, con attorno le figure della Madonna, della Maddalena e di altre due donne, e all’interno del sepolcro si possono notare Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo. La scena si svolge ancora una volta sullo sfondo di un largo paesaggio tra le montagne, dominato da una grande città cinta da mura. Grazie all’atto notarile stipulato dal notaio Grascia dell’Aquila il 14 marzo 1536, sappiamo che l’affresco venne commissionato da un certo Giovan Battista di Cristoforo al pittore Marin Pietro di Giovanni Marino Ciccarone, artista molto probabilmente formatosi nella bottega di Francesco da Montereale.

La scena dello Sposalizio mistico di santa Caterina vede i tre protagonisti del tema iconografico (la Madonna, Gesù Bambino e santa Caterina: secondo un testo medievale, Caterina, dopo esser stata battezzata, ebbe la visione della Madonna con in grembo il bambino Gesù che le infilò al dito un anello, facendola sua sposa) affiancati da altri santi, in questo caso san Giacomo maggiore con il bordone, il cappello da pellegrino e un libro aperto. Alle spalle della scena principale un pesante panneggio occupa la parte destra, mentre a sinistra si apre un rigoglioso paesaggio sovrastato da una città e una rocca cinte da mura con torrioni, nel quale si svolge la scena del battesimo di Cristo. Particolarmente ben conservato, l’affresco si caratterizza per la vivacità dei colori ma soprattutto per la tecnica molto raffinata nella resa delle figure, attribuibili alle abilità pittoriche di Francesco da Montereale, attivo in questo cantiere nel 1538. Interessanti e pressoché integre sono anche le decorazioni a grottesche che incorniciano la nicchia. Un particolare tipo di decorazione pittorica parietale, che affonda le sue radici nella pittura romana di epoca augustea e che fu riscoperto e reso popolare a partire dalla fine del Quattrocento. La decorazione a grottesca è caratterizzata dalla raffigurazione di esseri ibridi e mostruosi, chimere, spesso ritratti quali figurine esili ed estrose, che si fondono in decorazioni geometriche e naturalistiche, strutturate in maniera simmetrica, su uno sfondo in genere bianco o comunque monocromo.

Compianto sul Cristo morto
Compianto sul Cristo morto
Sposalizio mistico di santa Caterina (prima del restauro)
Sposalizio mistico di santa Caterina (prima del restauro)
Sposalizio mistico di santa Caterina (prima del restauro)
Sposalizio mistico di santa Caterina (prima del restauro)
Sposalizio mistico di santa Caterina (dopo il restauro)
Sposalizio mistico di santa Caterina (dopo il restauro)
Sposalizio mistico di santa Caterina (dopo il restauro)
Sposalizio mistico di santa Caterina (dopo il restauro)

L’ottimo stato di conservazione delle opere, la data di quasi 500 anni fa nell’affresco di sant’Antonio, la raffinatezza di alcuni volti, la pienezza dei colori e la ricchezza dei particolari (riscontrabile negli sfondi come nei gruppi in primo piano) rendono questo ritrovamento, secondo il Segretariato Regionale, “sicuramente uno dei più affascinanti, tra i tanti che la città ha visto in questi lunghi anni di ricomposizione post-sisma”. Inoltre si tratta a oggi della più completa e complessa testimonianza del Cinquecento aquilano situata nel centro storico della città, insieme al ciclo di affreschi del Monastero della Beata Antonia.

Fino al 2009, nella chiesa della Misericordia erano rimasti visibili soltanto gli affreschi che decoravano i pennacchi della volta del coro e quelli delle due cappelle poligonali, alla fine della navata. I rifacimenti settecenteschi, che datano a dopo il terremoto del 1703, avevano tamponato la comunicazione di queste cappelle con l’aula centrale per fare in modo di realizzare la terza coppia di altari, posti simmetricamente in prossimità del coro, che completava la sequenza di quelli della navata. Le operazioni avevano portato alla copertura degli affreschi cinquecenteschi. Il terremoto del 2009 aveva tuttavia provocato importanti danni che avevano condizionato la struttura, che all’epoca era già degradata. I danni maggiori vennero subiti da campanile e cella campanaria, ma anche l’interno della chiesa ebbe conseguenze notevoli dopo il sisma.

La scelta progettuale, dopo il ritrovamento, è stata quella di integrare le opere rinvenute nel contesto tardo barocco della Chiesa, mantenendone l’equilibrio ed aprendo delle finestre sul passato dove possibile. Per questo è stato ritenuto opportuno mostrare queste opere uniche proprio nelle giornate dedicate al Patrimonio, alla sua tutela e alla sua valorizzazione, per dare un senso concreto al tema di questa edizione: il “Patrimonio inVita”, quello dei mestieri e dei saperi che si tramandano e si condividono per mantenere e trasmettere alle future generazioni la ricchezza artistica e culturale che è summa della nostra identità.

Il restauro della Misericordia si completerà poi con l’intervento (in corso di progettazione) sulle cappelle laterali all’abside, che non saranno visibili nel corso dell’apertura straordinaria per le GEP e che raffigurano Dio Padre con gli Evangelisti e i santi e L’incoronazione della Vergine e scene della sua vita. Questo lungo ed articolato percorso ha reso la Misericordia (di proprietà dell’Azienda di Servizi alla Persona ASP n.1 della Provincia di L’Aquila) uno dei principali beni artistici del territorio. La piccola chiesa, che dalla fine del Cinquecento ha fatto parte del complesso del Conservatorio della Misericordia ed in epoca recente (cioè fino agli anni Novanta) ha ospitato concerti di musica classica, mentre prima del 2009 è stata utilizzata per celebrare messe in latino, oggi ha riconquistato la sua antica preziosità.

“Certamente la scoperta”, ha scritto la studiosa Rossana Torlontano, “sarà oggetto in futuro di una più attenta riflessione, anche in relazione a quanto questa data peserà sul giudizio complessivo di tutti gli affreschi e sulla ricerca delle diverse mani dei maestri coinvolti”. Al momento si ritiene che la data del 1538 “possa essere interpretata come il termine post quem dopo il quale Francesco da Montereale si fosse allontanato dalla chiesa, lasciando ai suoi collaboratori il compito di concludere la realizzazione del programma pittorico che aveva intrapreso. I lavori forse dovettero conoscere un rallentamento, se non una vera battuta d’arresto, giacché ritroviamo citato il nome di Pierfrancesco da Montereale, figlio di Francesco, coinvolto il 26 novembre 1551 in una convenzione che era stata stipulata per dipingere una cappella della nostra chiesa per conto della nobildonna Giulia Franchi 17, appartenente alla nobile famiglia aquilana per la quale aveva già lavorato il padre Francesco nel 1510, in occasione delle nozze del conte Giovan Francesco Franchi”.


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