Arte giottesca nel nord Italia


La diffusione del linguaggio giottesco nel nord Italia, dalla Lombardia al Veneto: artisti, opere, stile, sviluppi.

Pressoché tutta la pittura del XIV secolo in Italia si trova a dover fare i conti con la lezione giottesca: Giotto infatti si era reso responsabile di una autentica rivoluzione che, da Firenze, Assisi e Padova, ovvero i maggiori centri dove l’artista fiorentino lavorò, si irradiò in diverse zone d’Italia, soprattutto al nord.

Tuttavia, i principali artisti non proposero semplici imitazioni del dettato giottesco, ma ognuno declinò lo stile del maestro secondo il proprio gusto, il proprio sostrato culturale, la propria inclinazione personale. Operarono in questo senso anche i principali giotteschi che lavorarono nella Firenze del Trecento, dove le personalità di spicco furono quelle di Taddeo Gaddi (1300 circa - 1366), Bernardo Daddi (Firenze, 1290 circa - 1348 circa) e Maso di Banco (Firenze, notizie dal 1341 al 1346). Il primo fu l’artista di più stretta osservanza giottesca, ma declinò lo stile di Giotto in senso più elegante, con forme gotiche caratterizzate da figure allungate e un vivo gusto per la narrazione che assumeva quasi i connotati della fiaba cortese (Apparizione dell’angelo ai pastori, 1338, Firenze, Santa Croce). La stessa spinta verso un giottismo più elegante connotò l’arte di Bernardo Daddi, che dimostrò di conoscere l’arte senese del Trecento e di esserne influenzato, mentre Maso di Banco fornì una personale interpretazione della spazialità giottesca in termini di più astratta geometria e di un colorismo molto vivace e con cromatismi spesso contrastanti (affreschi della cappella di San Silvestro, 1340 circa, Firenze, Santa Croce).

Taddeo Gaddi, Apparizione dell'angelo ai pastori (1338; affresco; Firenze, Santa Croce)
Taddeo Gaddi, Apparizione dell’angelo ai pastori (1338; affresco; Firenze, Santa Croce)
Maso di Banco, Miracolo di San Silvestro (1340 circa; affresco; Firenze, Santa Croce)
Maso di Banco, Miracolo di San Silvestro (1340 circa; affresco; Firenze, Santa Croce)

Arte giottesca in Lombardia e in Emilia

In Lombardia il dettato stilistico di Giotto, che peraltro lavorò a Milano, dove fu chiamato nel 1335 da Azzone Visconti (ma le sue opere milanesi sono tutte andate perdute), fu diffuso da Giovanni da Milano (notizie dal 1346 al 1369): attivo tra Firenze e Milano, declinò il linguaggio giottesco con un gusto per la luminosità e la delicatezza e un interesse per la viva descrizione naturalistica (come nella Nascita della Vergine della cappella Rinuccini, 1365, Firenze, Santa Croce) che lo resero un importante anticipatore del gotico internazionale.

Un’altra regione che conobbe una profonda influenza del linguaggio giottesco fu l’Emilia, dove la personalità di spicco fu quella di Vitale degli Equi, noto anche come Vitale da Bologna (notizie dal 1330 al 1359): in una città, Bologna, dove era attiva una feconda e vivace scuola di miniatori, Vitale da Bologna seppe fondere assieme le volumetrie giottesche, la raffinatezza della miniatura bolognese e una certa dose di naturalismo che connotò il suo stile (l’esempio più tipico è quello del suo più famoso capolavoro, San Giorgio e il drago, 1330-1335 circa, Bologna, Pinacoteca Nazionale). Tutto questo anche alla luce di quanto in precedenza si era prodotto in Romagna: a Rimini, dove mancava una tradizione artistica di spessore, si formò una scuola che rifletté i dettami giotteschi e si riunì attorno alle due personalità di Giovanni da Rimini (Rimini, notizie dal 1292 al 1309) e Giuliano da Rimini (notizie dal 1307 al 1324). Con ricorsi a una più antica tradizione bizantineggiante, i pittori riminesi furono tra i primissimi a recepire il linguaggio giottesco e a permetterne la diffusione. Sempre in Emilia, più tardi, fu attivo Tommaso da Modena (Modena, 1326 - 1379), un autore che al senso plastico di Giotto seppe unire un attentissimo studio fisiognomico nella resa delle espressioni dei personaggi delle sue opere (evidentissimo nel ciclo dei domenicani illustri, 1352, Treviso, Sala del capitolo.

Giovanni da Milano, Nascita della Vergine (1365; affresco; Firenze, Santa Croce)
Giovanni da Milano, Nascita della Vergine (1365; affresco; Firenze, Santa Croce)
Vitale da Bologna, San Giorgio e il drago (1330-1335; tempera su tavola, 86 x 70,5 cm; Bologna, Pinacoteca Nazionale)
Vitale da Bologna, San Giorgio e il drago (1330-1335; tempera su tavola, 86 x 70,5 cm; Bologna, Pinacoteca Nazionale)
Tommaso da Modena, Il cardinale Nicholas di Rouen, dal ciclo dei domenicani illustri (1352; affresco; Treviso, Sala del capitolo)
Tommaso da Modena, Il cardinale Nicholas di Rouen, dal ciclo dei domenicani illustri (1352; affresco; Treviso, Sala del capitolo)

Arte giottesca in Veneto

Infine, la diffusione del linguaggio giottesco non poté non interessare il Veneto, in quanto Giotto, come anticipato, fu attivo anche a Padova. Anzi, fu proprio il Veneto una delle regioni dove il dettato stilistico di Giotto trovò il terreno più fecondo. Nel Veneto, prima di Giotto, si produceva un’arte fortemente bizantineggiante, dati anche i rapporti di Venezia con l’Oriente. Il primo artista di spicco a tentare un rinnovamento fu Paolo Veneziano (notizie dal 1333 al 1358), che operò una sintesi tra Giotto e arte bizantina, ma furono soprattutto gli artisti della generazione successiva i migliori interpreti della lezione giottesca. Il primo di questi fu Guariento di Arpo (notizie dal 1338 al 1370): anche lui partì dall’arte bizantineggiante del Veneto del tempo rileggendola alla luce dei risultati ottenuti da Giotto a Padova (Guariento infatti era originario delle zone attorno a Padova).

Ancora più innovativi furono però Giusto de’ Menabuoi (Firenze, 1320/30 - Padova, 1390) e Altichiero da Zevio (Zevio, 1330 circa - Verona, 1393 circa). Il primo, fiorentino, si trasferì ben presto a Padova ma fu attivo anche in Lombardia, così che la sua arte risulta un insieme delle caratteristiche tipiche delle tre zone d’Italia in cui operò: questa singolare fusione diede luogo a una pittura originalissima, dotata di grande solidità, non certo priva di raffinatezza, ma anche di un interessante naturalismo e di un gusto per la descrizione, pur con qualche richiamo alla ieraticità bizantina. Tutte caratteristiche che si riscontrano nei suoi affreschi del battistero di Padova, realizzati tra il 1375 e il 1378: sono tra i più grandi capolavori dell’arte del Trecento. Come Giusto de’ Menabuoi, anche Altichiero da Zevio lavorò a Padova dove conobbe gli affreschi di Giotto. La produzione di Altichiero si distinse per la sua carica innovativa perché conferì alle sue scene un realismo e una vivacità narrativa mai visti prima, con minuziose descrizioni dei dettagli all’apparenza più insignificanti, che alla fine sembrano catturare l’attenzione più dei protagonisti delle composizioni. Questi aspetti si notano bene nella Crocifissione (1376-1379; Padova, Basilica di Sant’Antonio, Cappella di San Giacomo), dove appaiono personaggi intenti nelle più svariate attività (come la figura a sinistra con la scala).

Giusto de' Menabuoi, Affreschi del Battistero di Padova (1375-1378)
Giusto de’ Menabuoi, Affreschi del Battistero di Padova (1375-1378)
Altichiero da Zevio, Crocifissione (1376-1379; affresco; Padova, Basilica di Sant'Antonio)
Altichiero da Zevio, Crocifissione (1376-1379; affresco; Padova, Basilica di Sant’Antonio)

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