Giovanni Segantini, vita e opere del grande pittore simbolista


Giovanni Segantini è stato uno dei maggiori pittori del simbolismo. La vita, lo stile, le opere.

Giovanni Segantini (Arco, 1858 – Monte Schafberg, 1899) è stato uno dei pittori più importanti del simbolismo. La figura di questo artista è strettamente legata al territorio svizzero, dove trascorse una buona parte della sua breve vita (morì a soli 41 anni stroncato da una peritonite, mentre era coinvolto in una intensa sessione di pittura all’aria aperta sui monti). La sua opera è caratterizzata da tematiche di tipo rurale e bucolico, dapprima in chiave verista, raffigurando scorci e scene di vita campestre della Lombardia, poi dedicandosi al naturalismo ispirato dalla scuola di Barbizon, e infine virando verso il simbolismo, utilizzando quindi la natura come allegoria per presentare alcune riflessioni e messaggi.

Il passaggio graduale al simbolismo coincide anche con un cambio di tecnica importante, ovvero a poco a poco Segantini abbandona i colori mischiati tra di loro per introdurre la tecnica divisionista. Questa tecnica, derivante direttamente dal puntinismo, consisteva nel dipingere le forme accostando tocchi e linee di colore puro, in modo che ad un colpo d’occhio generale comparisse la scena senza utilizzare contorni netti. Oggi, Segantini è considerato uno dei principali pittori divisionisti italiani. Temi ricorrenti delle sue opere sono la campagna (stalle con bovini, greggi di pecore, donne che lavorano i materiali), la maternità, inizialmente presentata in modo verista per poi virare verso la condanna delle donne che la rifiutano (un tema che deriva dal trauma vissuto personalmente da Segantini che perse sua madre da bambino) e il paesaggio montano.

Giovanni Segantini, Autoritratto (1882 circa; olio su tela, 52 x 38,5 cm; Sankt Moritz, Segantini Museum, deposito della Eidg. Kommission der Gottfried KellerStiftung)
Giovanni Segantini, Autoritratto (1882 circa; olio su tela, 52 x 38,5 cm; Sankt Moritz, Segantini Museum, deposito della Eidg. Kommission der Gottfried KellerStiftung)

La vita di Giovanni Segantini

Giovanni Segantini nacque il 15 gennaio 1858 da Agostino Segantini e Margarita de Girardi ad Arco, in Trentino, regione all’epoca parte dell’impero austriaco. In seguito alla morte prematura della madre, nel 1865, il padre decise di inviarlo a Milano da un’altra figlia più grande avuta da una relazione precedente. Il periodo a Milano, tuttavia, non fu felice per Segantini in quanto sentì la lontananza dalla famiglia ed iniziò a chiudersi in se stesso, inoltre venne isolato un po’ da tutti perché considerato apolide, senza una vera cittadinanza. Venne anche arrestato per vagabondaggio e rinchiuso in riformatorio, da cui uscì nel 1873. Una volta uscito, si stabilì nei pressi di Trento da un altro fratellastro, di nome Napoleone, e lavorò nella sua bottega per mantenersi.

Dopo un anno tornò a Milano, e avendo nel frattempo scoperto la passione per la pittura si iscrisse alle lezioni serali dell’Accademia di belle arti di Brera, che riuscì a pagarsi lavorando presso la bottega del decoratore Luigi Tettamanzi. In Accademia ebbe come professore Giuseppe Bertini, pittore romantico e verista, e non a caso le sue prime opere presentano l’influsso del verismo lombardo. Segantini espose le sue tele al pubblico per la prima volta durante l’annuale mostra dell’Accademia nel 1879, attirando l’interesse della critica e in particolare dell’artista, critico e mercante Vittore Grubicy. Segantini collaborò con Grubicy a lungo, soprattutto dal momento in cui questi aprì a Milano, insieme al fratello, una galleria d’arte che si rivelò fucina di diversi artisti lombardi e in particolare degli Scapigliati. Tra le amicizie di Segantini figurava anche Carlo Bugatti, designer ed ebanista, che diventò poco dopo suo cognato. Il pittore sposò infatti Bice Bugatti, sorella dell’amico, e con lei si trasferì in Brianza. Continuò a lavorare negli anni successivi grazie al sostegno di Grubicy, con il quale firmò un contratto di esclusiva per la sua galleria nel 1883.

In questo periodo iniziò anche ad ottenere i primi riconoscimenti sia nazionali che internazionali, infatti nello stesso anno vinse la medaglia d’oro all’esposizione internazionale di Amsterdam per l’opera Ave maria a trasbordo (nella prima versione del 1882) e vinse un premio ad Anversa per La tosatura delle pecore (1883-1884). Fu poi l’opera Alla stanga nel 1886 che gli assicurò gli onori più importanti, in quanto oltre a vincere un’altra medaglia d’oro ad Amsterdam, ricevette un’offerta di acquisto dallo Stato Italiano per la GNAM - Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, dove tutt’oggi l’opera è conservata. Nello stesso anno dei successi di Alla Stanga, Segantini si trasferì in Svizzera, a Savognin. Qui si avvicinò alla tecnica divisionista, mentre nel frattempo Grubicy e la sua fervida attività promozionale gli garantirono maggiore fama internazionale: Segantini partecipò all’Italian Exhibition di Londra e divenne molto famoso e ricercato come collaboratore di riviste d’arte. Un po’ di anni dopo, nel 1894, l’artista iniziò a manifestare il desiderio di ritirarsi in solitudine a meditare e coltivò una personale tendenza al misticismo, così si trasferì nuovamente scegliendo Maloja, nella valle svizzera dell’Engadina, circondato solo dalle imponenti montagne alpine. Il paesaggio così maestoso e isolato sarà grande protagonista nelle opere successive.

Si innamorò così tanto del territorio che volle compiere un’impresa unica, ovvero costruire un padiglione dedicato proprio all’Engadina per l’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Inizialmente il padiglione era pensato come una struttura circolare che doveva contenere una enorme riproduzione su tela del paesaggio locale, larga ben 70 metri e lunga 220 metri, tuttavia i costi proibitivi del progetto lo costrinsero a ridimensionarlo, così Segantini lo trasformò nelle tre celebri tele riunite insieme sotto il titolo di Trittico delle Alpi. Ad ogni modo, il trittico fu rifiutato dai committenti del padiglione, in quanto a loro dire non rispecchiava adeguatamente l’immagine turistica del territorio che desideravano mostrare a Parigi, così il trittico venne esposto nel padiglione italiano.  Il pittore venne a mancare a soli 41 anni, il 28 settembre 1899, mentre stava dipingendo sul monte Schafberg, colto da un attacco di appendicite che sfociò in peritonite. Venne sepolto nel cimitero di Maloja.

Giovanni Segantini, Il coro della chiesa di Sant’Antonio Abate in Milano (1879; olio su tela, 119 x8 5,5 cm; Milano, Gallerie d'Italia di Piazza Scala)
Giovanni Segantini, Il coro della chiesa di Sant’Antonio Abate in Milano (1879; olio su tela, 119 x8 5,5 cm; Milano, Gallerie d’Italia di Piazza Scala)
Giovanni Segantini, Il Naviglio a Ponte San Marco (1880; olio su tela, 76 x 52,5 cm; Collezione privata)
Giovanni Segantini, Il Naviglio a Ponte San Marco (1880; olio su tela, 76 x 52,5 cm; Collezione privata)
Giovanni Segantini, Zampognari in Brianza (1883-1885 circa; olio su tela, 107,2 x 192,2 cm; Tokyo, National Museum of Western Art)
Giovanni Segantini, Zampognari in Brianza (1883-1885 circa; olio su tela, 107,2 x 192,2 cm; Tokyo, National Museum of Western Art)
Giovanni Segantini, La benedizione delle pecore (1884; olio su tela, 198 x 120 cm; Sankt Moritz, Segantini Museum)
Giovanni Segantini, La benedizione delle pecore (1884; olio su tela, 198 x 120 cm; Sankt Moritz, Segantini Museum)
Giovanni Segantini, A messa prima (1884-1886; olio su tela, 108 x 211 cm; San Gallo, Kunstmuseum St. Gallen)
Giovanni Segantini, A messa prima (1884-1886; olio su tela, 108 x 211 cm; San Gallo, Kunstmuseum St. Gallen)
Giovanni Segantini, Alla stanga (1886; olio su tela, 170 x 390 cm; Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna)
Giovanni Segantini, Alla stanga (1886; olio su tela, 170 x 390 cm; Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna)

Lo stile e le opere di Segantini

La parabola della pittura di Giovanni Segantini parte da una prima produzione verista in cui riporta scorci della tipica vita contadina in Lombardia, per poi in seguito virare verso temi maggiormente simbolisti enfatizzati dall’adesione alla tecnica divisionista. Partendo dalle opere giovanili, si annoverano tra le più importanti Il coro della chiesa di Sant’Antonio Abate in Milano (1879), in cui il pittore dimostra uno studio della luce di livello molto elevato e una resa decisamente fedele dei particolari dello scorcio rappresentato, e Il Naviglio a Ponte San Marco (1880), dove ancora una volta la resa della luce conferisce grande qualità al dipinto. La particolarità di questi primi dipinti è che sono entrambi di piccolo formato.

Le opere successive sono soprattutto scene di genere ambientate nelle campagne lombarde, che portano sulla tela frammenti della vita dell’epoca, compresi oggetti e indumenti tipici. In queste opere è possibile per altro fare un’immediata associazione con echi della pittura di Barbizon e di Jean-François Millet. Tra le più significative si ricorda Zampognari in Brianza (1883-1885 circa), una scena semplice che tuttavia diventa articolata per quel che riguarda la resa dei protagonisti, tra gli zampognari che danno il titolo all’opera che sono in realtà posizionati a lato, in penombra, e ritratti in posizioni arzigogolate, e le donne in abiti tipici che li ascoltano mentre lavorano, in particolare si nota la differenza tra le più giovani che vengano distratte dalla melodia mentre la più anziana continua imperterrita nel suo lavoro.  La raccolta dei bozzoli del 1882, invece, mostra tre donne di generazioni diverse che lavorano in una stanza di tipo rurale, con la luce del sole che sapientemente illumina il lavoro in corso, mentre il resto della stanza è al buio. 

Le due opere La benedizione delle pecore (1884) e A messa prima (1884-86), mostrano i primi accenni di simbolismo, individuabili nella scelta di riprodurre le vedute brianzole di Inverigo e Veduggio in modo riconoscibile ma non fedele, rielaborandole in modo da dare maggiore monumentalità al quadro. Ad esempio, in A messa prima, la chiesa dovrebbe comparire ruotata di 180 gradi rispetto alla scalinata, mentre nell’opera è stata spostata per isolare maggiormente il sacerdote e conferirgli maggiore senso aulico. Segantini in queste opere si concentra in effetti molto sulla verticalità dello scorcio per enfatizzare la carica spirituale dei personaggi ecclesiastici rappresentati. La fase naturalista di Segantini raggiunge il suo culmine con Alla stanga (1886), che realizzò in una sessione di pittura all’aria aperta a Caglio, in provincia di Como, dove il pittore si era ritirato a dipingere in solitaria. Il dipinto ottenne molto successo di critica e pubblico e si rivelerà essere l’ultima opera di Segantini in cui i colori vengono applicati sulla tela sfumati e mischiati, prima del passaggio al divisionismo. Il paesaggio riprodotto nell’opera è, anche in questo caso, riconoscibile ma non del tutto aderente al vero, in quanto unisce insieme immagini di luoghi differenti. La sensazione di apertura data dallo scorcio molto vasto suggerisce come il pittore intendesse utilizzare l’espediente della veduta paesaggistica non per riprodurre un luogo ben preciso ma per arrivare a rappresentare l’infinito.

Con il 1888, arriva la svolta per Segantini sia personale che artistica, in quanto ormai all’apice del successo e ottenuti i primi riconoscimenti internazionali, si trasferisce in Svizzera e inizia ad inserire elementi decisamente più simbolisti nelle sue opere. In questo periodo il pittore porta un tema che era già stato presentato in opere del periodo naturalista, ovvero la maternità, al massimo dell’intento allegorico. Infatti, nel precedente Ave Maria a Trasbordo (1882) era già presente una madre che stringe teneramente il figlio, in modo realista, ma nell’opera Le due madri (1889) compare un preciso parallelismo sulla maternità presente sia nell’uomo che gli animali: sono presenti sia una donna che fa addormentare un neonato in braccio che una mucca che fa riposare il suo vitellino sulla sua zampa. L’opera viene riproposta circa dieci anni più tardi con lo stesso titolo, ma questa volta vengono rappresentati una madre e un bambino che percorrono un sentiero in montagna insieme ad una pecora ed il suo agnellino, e la tecnica risulta ormai ampiamente divisionista a differenza della prima versione. La maternità ricorre anche nelle due tele più simboliste in assoluto di Segantini, ovvero Le cattive madri (1894) e L’angelo della vita (1895), che egli realizzò in diverse versioni.

Per Le cattive madri, Segantini si era ispirato a concetti desunti da un testo del Nirvana del librettista Luigi Illica. Segnato nell’infanzia dalla perdita prematura della madre, il pittore utilizza il testo in questione per condannare tutte le donne che per qualsiasi motivo avevano rifiutato la maternità nella loro vita a favore dei piaceri sessuali e, inoltre, per rappresentare a livello figurativo il concetto simbolista del dualismo tra donna-madre e donna-femmina. Nell’opera si riconosce al centro una figura femminile che, come nel testo letterario di riferimento, è imprigionata in un albero di betulla ed è tormentata dalle voci dei bambini che non ha mai avuto. Le teste dei suddetti bambini emergono dai rami e dalle radici degli alberi e una di queste si attacca al seno della donna, e questo gesto dà il via ad un percorso di redenzione che la condurrà al Nirvana. Il tutto avviene in un ambiente circostante gelido in cui si stagliano alberi spogli e contorti, enfatizzando la sensazione di disagio e di tormento provata dalle donne peccatrici, pur se avviate verso il perdono. L’angelo della vita invece, è una sorta di contraltare pagano della Vergine con il bambino, un tema classico nella pittura a tema religioso. La madre, eterea, viene rappresentata seduta su un trono fatto di rami di betulla contorti con in braccio un bambino piccolo. I rami, alcuni fioriti e altri secchi, simboleggiano in questo caso il ciclo della vita e della morte, sul quale la maternità sovrasta in modo eterno. 

Nelle opere fin qui descritte, la tecnica divisionista è presente in diversi dettagli ma non è ancora preponderante, mentre Il dipinto che segna la piena adesione risulta essere l’opera del 1896 L’amore alla fonte della vita, che ritrae una coppia di amanti che si avvicina ad una fonte dove incontrano un angelo che la custodisce. Il divisionismo si basa sullo stesso concetto del puntinismo, per cui singole linee di colore accostate insieme riescono a restituire a livello ottico la forma che si intende rappresentare, pertanto in quest’opera Segantini utilizza questo espediente per dipingere sia il paesaggio che le figure dei due protagonisti, realizzando un’opera che risulta leggera, eterea e rarefatta, ma allo stesso tempo in pieno movimento.

L’ultima grande opera di Segantini è il Trittico delle Alpi o Trittico di Engadina, in cui sono presenti scorci del territorio di Engadina dipinti in diversi momenti della giornata per simboleggiare anche in questo caso, come nei rami secchi e fioriti de L’angelo della vita, il ciclo della vita. I titoli delle tre opere sono La vita, in cui torna il tema della maternità con la figura della mamma e il bambino inseriti in un paesaggio che lascia intendere anche un riferimento alla madre terra; La natura, dove viene ritratto il momento del rientro del pascolo e La morte, rappresentata da un gruppo di donne vestite a lutto che, alle prime luci dell’alba, attende l’inizio di un funerale. In tutti e tre i dipinti si conferma la componente divisionista nell’utilizzo di filamenti di colore, utilizzati sapientemente per rendere la modulazione della luce in base ai vari momenti della giornata. Tutto il trittico è stato realizzato da Segantini all’aria aperta ed è stato l’ultimo progetto che lo ha visto coinvolto negli ultimi mesi della sua vita.

Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo (seconda versione, 1886; olio su tela, 120 x 93 cm; Sankt Moritz, Segantini Museum, deposito della Otto Fischbacher-Giovanni Segantini Stiftung)
Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo (seconda versione, 1886; olio su tela, 120 x 93 cm; Sankt Moritz, Segantini Museum, deposito della Otto Fischbacher-Giovanni Segantini Stiftung)
Giovanni Segantini, Le due madri (1889; olio su tela, 157 x 280 cm; Milano, Galleria d'Arte Moderna)
Giovanni Segantini, Le due madri (1889; olio su tela, 157 x 280 cm; Milano, Galleria d’Arte Moderna)
Giovanni Segantini, Le cattive madri (1894; olio su tela, 120 x 225 cm; Vienna, Österreichische Galerie Belvedere)
Giovanni Segantini, Le cattive madri (1894; olio su tela, 120 x 225 cm; Vienna, Österreichische Galerie Belvedere)
Giovanni Segantini, L’angelo della vita (1894; olio su tela, 276 x 212 cm; Milano, Galleria d’Arte Moderna)
Giovanni Segantini, L’angelo della vita (1894; olio su tela, 276 x 212 cm; Milano, Galleria d’Arte Moderna)
Giovanni Segantini, L’amore alla fonte della vita (1896; olio su tela, 72 x 100 cm; Milano, Galleria d'Arte Moderna)
Giovanni Segantini, L’amore alla fonte della vita (1896; olio su tela, 72 x 100 cm; Milano, Galleria d’Arte Moderna)
Giovanni Segantini, Trittico delle Alpi, La Natura (1899; olio su tela; Sankt Moritz, Segantini Museum)
Giovanni Segantini, Trittico delle Alpi, La Natura (1899; olio su tela; Sankt Moritz, Segantini Museum)

Dove vedere le opere di Giovanni Segantini

Il territorio svizzero dell’Engadina fu di fondamentale importanza per la vita di Segantini, e la presenza del pittore in questi luoghi è tuttora celebrata in diversi modi. A Maloja, ad esempio, è stato realizzato un percorso di 12 tappe, il “Segantini Weg” che porta ad uno spazio espositivo in legno che riproduceva il padiglione engadinese pensato per l’Esposizione Universale di Parigi del 1900. La struttura, tuttavia non conserva il Trittico delle Alpi, che invece si trova nel Museo Segantini. Questo museo venne allestito a St. Moritz, il centro principale dell’Engadina, appositamente per conservare degnamente il Trittico delle Alpi e vi confluirono la maggior parte delle opere del pittore, ovvero 55 tele e opere su carta, oltre a vari disegni. Sono qui conservate, infatti, La vacca nella stalla (1882), La benedizione delle pecore (1884), La tosatura delle pecore (1886-87), Il capriolo morto (1892) e La raccolta del fieno (1889-98), tra le altre.

A Milano, sono presenti due dipinti nelle Gallerie di Piazza Scala, ovvero Il coro della chiesa di Sant’Antonio Abate in Milano (1879) e La raccolta dei bozzoli (1882), mentre nella Civica Galleria d’Arte Moderna si trovano la versione del 1889 de Le due madri (1889), L’angelo della vita (1894) e L’amore alla fonte della vita (1896).

Inoltre, come si è accennato nella biografia nella GNAM - Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma è conservato il celebre Alla stanga (1886).


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