Agrigento capitale della cultura 2025, un disastro: il caso arriva in Parlamento


Con la cerimonia di sabato 10 gennaio si conclude l’anno di Agrigento Capitale della Cultura. L’unica soddisfatta, per adesso, è l’amministrazione locale. Per il resto, commenti quasi ovunque negativi, molti gridano al disastro e il caso è arrivato anche in Parlamento.

Con la cerimonia di chiusura che si è tenuta lo scorso sabato 10 gennaio, è calato definitivamente il sipario su Agrigento Capitale italiana della Cultura per l’anno 2025. La cerimonia di passaggio del titolo alla città dell’Aquila ha rappresentato l’occasione per un primo esame dei risultati conseguiti, un bilancio che tuttavia appare profondamente diviso tra la soddisfazione delle autorità locali e le severe osservazioni giunte dalla magistratura contabile e dalle aule parlamentari. Come riportato in un’analisi dettagliata pubblicata da Irene Milisenda su Il Sole 24 Ore, l’esperienza agrigentina lascia dietro di sé un clima di incertezza, in cui i successi legati alla visibilità internazionale si scontrano con evidenti difficoltà organizzative e strutturali. Il racconto sul campo offerto evidenzia la sofferenza di una macchina organizzativa avanzata tra molte difficoltà. Maria Teresa Cucinotta, presidente della Fondazione Agrigento 2025, ha descritto un percorso iniziato in estrema salita, avendo assunto l’incarico in una fase già avanzata e con una struttura quasi inesistente. La mancanza iniziale di una sede e di personale dedicato ha costretto i responsabili a un lavoro febbrile per trasformare le idee originarie in progetti tangibili, un impegno che ha portato alla realizzazione di iniziative anche in territori distanti dal capoluogo, come l’isola di Lampedusa. Nonostante la stanchezza e i dubbi ammessi apertamente dalla stessa Cucinotta, la Fondazione rivendica di aver tenuto fede agli impegni nazionali, garantendo la continuità di alcune attività anche per l’anno successivo.

Il sindaco di Agrigento, Francesco Micciché, ha espresso un giudizio complessivamente positivo, parlando di fondamenta gettate per uno sviluppo futuro e sottolineando l’importanza di aver riaperto spazi urbani dimenticati e di aver accresciuto la notorietà internazionale della città. Tuttavia, questa visione del primo cittadino non è condivisa dai rappresentanti delle categorie produttive. Il presidente di Confesercenti Sicilia, Vittorio Messina, ha osservato che, sebbene l’indotto turistico ci sia stato, l’impatto economico è risultato al di sotto delle aspettative degli imprenditori. La critica principale rivolta alla classe politica riguarda la mancanza di una strategia di medio-lungo periodo e l’assenza di infrastrutture adeguate che avrebbero dovuto accompagnare gli eventi culturali. Senza un coordinamento strutturale, il rischio evidenziato è che l’evento rimanga un picco isolato di presenze senza trasformarsi in un vero motore di sviluppo stabile.

Agrigento, Valle dei Templi. Foto: Dario Crisafulli
Agrigento, Valle dei Templi. Foto: Dario Crisafulli

Ancora più severa è stata l’analisi di Federalberghi Agrigento. Il presidente Francesco Picarella ha denunciato come il potenziale del titolo di Capitale della Cultura sia rimasto in gran parte inespresso a causa di una regia poco chiara e di una promozione spesso tardiva. La mancanza di una comunicazione efficace ha impedito agli operatori del settore ricettivo e commerciale di costruire offerte integrate, generando un clima di sfiducia alimentato anche da emergenze concomitanti, come la grave crisi idrica che ha colpito la zona. In questo contesto, i benefici economici si sarebbero concentrati solo in ambiti limitati, lasciando fuori gran parte del tessuto produttivo locale. Anche dall’opposizione comunale sono giunte voci critiche, come quella dell’ex sindaco Calogero Firetto, che ha parlato di un’occasione sprecata e di una gestione che ha rincorso costantemente l’emergenza anziché pianificare con cura preventiva.

Nonostante le polemiche sulla gestione e sulle ricadute economiche, sono state censite complessivamente 1.110 iniziative, che hanno spaziato dalle mostre d’arte alla promozione della lettura. Tra i lasciti culturali più significativi vengono citati dal Sole 24 Ore l’apertura del museo multimediale Metaphorà, destinato a raccontare la millenaria storia agrigentina e l’inaugurazione del Museo del Corallo a Sciacca, progetti nati con l’obiettivo di rafforzare l’identità culturale del territorio e di creare un ponte tra le tradizioni locali e le espressioni artistiche contemporanee.

Per Agrigento, terminata la fase delle celebrazioni, resta la sfida di analizzare i dati definitivi che saranno resi pubblici nei prossimi mesi, per stabilire se i benefici dichiarati dalle istituzioni abbiano effettivamente superato le criticità evidenziate dai revisori e dalle categorie economiche. La lezione di questo anno appare chiara: la nomina a Capitale della Cultura rappresenta un riconoscimento di immenso valore, ma la sua riuscita dipende in modo cruciale dalla capacità di coordinamento tra i vari livelli dello Stato, dalla solidità delle infrastrutture e dalla rapidità di una burocrazia che non sempre riesce a tenere il passo con le ambizioni dei progetti culturali.

Sul piano politico, la gestione del progetto è stata oggetto di una dura contestazione attraverso un’interrogazione a risposta immediata presentata alla Camera dei Deputati pochi lunedì scorso, 2 febbraio. Gli esponenti del Partito Democratico, con prima firmataria Giovanna Iacono, hanno sollevato critiche radicali, definendo l’iniziativa “un fallimento sul piano attuativo e organizzativo, caratterizzato da ritardi, carenze nei controlli, scostamenti rispetto al dossier di candidatura e assenza di risultati misurabili in termini di sviluppo, coesione e attrattività territoriale”. Secondo quanto esposto nell’atto parlamentare, l’investimento complessivo di circa sei milioni di euro, promosso inizialmente come un volano per il rilancio socio-economico dell’area, non avrebbe prodotto l’eredità duratura auspicata: “a fronte di 44 interventi programmati, di cui solo 4 conclusi, e della persistente incapacità di spesa che ha determinato il blocco di risorse ministeriali, la Corte dei conti ha rilevato l’assenza di elementi idonei a dimostrare il raggiungimento degli obiettivi qualificanti del programma, attestando che il titolo di Capitale italiana della Cultura è passato su Agrigento senza lasciare un’eredità concreta e duratura”. E ancora: “nonostante la gravità delle valutazioni della magistratura contabile”, dice il Pd, “l’Esecutivo ha minimizzato le criticità emerse, difendendo una gestione manifestamente inadeguata, pur a fronte di ripetute sollecitazioni parlamentari”. I firmatari dell’interrogazione (oltre a Giovanna Iacono, si contano Irene Manzi, Matteo Orfini e Mauro Berruto) hanno dunque richiamato le deliberazioni della Sezione di controllo della Corte dei conti per la Regione Siciliana, la quale ha evidenziato gravi criticità, parlando di uno scollamento netto tra le promesse contenute nel dossier di candidatura e la realtà degli interventi realizzati. L’opposizione ha sottolineato come la città abbia subito il passaggio del titolo senza riuscire a capitalizzare l’opportunità in termini di coesione territoriale e sviluppo concreto.

La risposta del Governo, affidata al sottosegretario Gianmarco Mazzi, ha cercato di ridimensionare la portata delle accuse, precisando innanzitutto i contorni del finanziamento statale. Il contributo diretto del Ministero è stato indicato in un milione di euro, mentre il resto della cifra citata nell’interrogazione deriverebbe da fonti di finanziamento diverse. L’Esecutivo ha difeso il rigore delle procedure di controllo, affermando che ogni erogazione è stata subordinata a verifiche puntuali sulla rendicontazione. In particolare, è stato chiarito che il pagamento delle varie tranche di finanziamento è avvenuto solo dopo l’aggiornamento sullo stato di avanzamento dei lavori e che il saldo finale rimane sospeso in attesa della relazione conclusiva del Comune di Agrigento. Per il Ministero, le osservazioni della Corte dei conti non rappresentano una bocciatura definitiva, ma un contributo per affinare i futuri meccanismi di monitoraggio del programma. L’Amministrazione comunale, assicura inoltre il governo, ha comunicato che i progetti saranno portati a conclusione secondo il cronoprogramma aggiornato e il Ministero continuerà a vigilare affinché gli interventi programmati siano completati e producano risultati concreti per il territorio.

“Il Ministero della cultura, in ogni caso”, ha concluso Mazzi, “continuerà ad esercitare con rigore le proprie funzioni di vigilanza assicurando trasparenza, responsabilità e corretto utilizzo delle risorse pubbliche affinché il programma ‘Capitale italiana della Cultura’ rimanga uno strumento credibile, efficace e orientato a benefici strutturali per le comunità coinvolte”.

Iacono, nella sua replica, si è dichiarata insoddisfatta della risposta del sottosegretario Mazzi ribadendo come, anche secondo la Sezione regionale di controllo per la Sicilia della Corte dei conti, il programma abbia avuto esiti inconcludenti e complessivamente negativi. La deputata ha inoltre detto che avrebbe auspicato l’apertura di un confronto su tale questione da parte del sottosegretario Mazzi, visto che il programma “Agrigento capitale italiana della cultura per il 2025” a suo avviso non avrebbe portato alcun beneficio agli abitanti della città, e di conseguenza ha condannato quelle che secondo lei sono minimizzazioni, operate dal rappresentante del Governo per difendere dell’amministrazione comunale. Insomma, secondo Iacono, dopo questa esperienza, non rimarrà alcun beneficio alla città, alla provincia e alla Sicilia. E a un anno di distanza dalle prime avvisaglie del disastro, il tenore dei commenti è sempre lo stesso. Un flop annunciato?




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