Il mondo dell’arte statunitense rompe una consuetudine di prudenza politica e sceglie la strada della mobilitazione collettiva. Venerdì 30 gennaio, decine di gallerie, musei e organizzazioni culturali in tutti gli Stati Uniti hanno aderito a uno sciopero generale nazionale contro le pratiche dell’Immigration and Customs Enforcement, ICE, accusata di un’escalation di violenza e di violazioni dei diritti civili. La protesta, che ha invitato i cittadini di tutto il paese a non andare al lavoro, a scuola e a non effettuare acquisti per l’intera giornata, è nata come risposta diretta a quanto avvenuto a Minneapolis, dove le operazioni federali hanno portato alla morte di due cittadini statunitensi, Renée Nicole Good e Alex Pretti.
La mobilitazione ha preso slancio proprio dopo l’uccisione di Alex Pretti, infermiere di terapia intensiva di 37 anni, colpito a morte da un agente della United States Customs and Border Protection. L’episodio ha seguito quello di Renée Nicole Good, uccisa a Minneapolis da un agente ICE il 7 gennaio, e si inserisce in una serie di interventi armati che hanno sollevato un’ondata di indignazione a livello nazionale. La chiusura della scorsa settimana nelle Twin Cities, ovvero Minneapolis e la vicina Saint-Paul che aveva coinvolto oltre 700 attività commerciali e più di mille sindacati, diventa ora un’iniziativa di portata nazionale.
Tra le realtà che hanno annunciato la chiusura figurano alcune delle più potenti gallerie del sistema dell’arte globale, tra cui Gagosian, David Zwirner, Hauser & Wirth, Perrotin, Lelong, Pace Gallery, Marian Goodman, Almine Rech, Gladstone Gallery, Berggruen Gallery, P·P·O·W, David Kordansky, Mendes Wood e molte altre, affiancate da istituzioni come il Drawing Center di New York, il Museum of Contemporary Art di Los Angeles e l’Institute of Contemporary Art di Los Angeles. Una partecipazione ampia che attraversa grandi marchi internazionali e spazi indipendenti, dal Lower East Side a Chelsea, da Tribeca a Los Angeles, fino a coinvolgere anche realtà fuori dagli Stati Uniti. Molte di loro hanno condiviso messaggi sui social per informare il pubblico dell’intenzione di aderire allo sciopero per ragioni di solidarietà.
Secondo quanto emerso, le prime gallerie newyorkesi ad annunciare la chiusura sono state Astor Weeks, Silke Lindner e Margot Samel, che hanno avviato una catena di email invitando altri operatori ad aderire allo sciopero. Nel giro di poche ore la comunicazione si è diffusa rapidamente, portando a un’adesione crescente. Tuttavia, se le gallerie private hanno reagito con rapidità, il fronte museale si è mostrato inizialmente più cauto, nonostante il coinvolgimento, durante lo sciopero locale di Minneapolis della scorsa settimana, di istituzioni di primo piano come il Walker Art Center e il Minneapolis Institute of Art, che per un giorno (alcuni anche più di un giorno) hanno chiuso le porte al pubblico per solidarietà nei riguardi della cittadinanza. Al momento hanno annunciato la chiusura anche organizzazioni non profit come l’Armory Center for the Arts di Pasadena, Los Angeles Contemporary Exhibitions, The Brick a Los Angeles e Cue Art Foundation a New York, mentre molte grandi istituzioni non avevano risposto alle richieste di commento al momento della pubblicazione.
Lo sciopero generale è promosso dal network decentralizzato General Strike US e dal movimento National Shutdown, che sul proprio sito invita a fermare scuole, lavoro e consumi per bloccare quello che viene definito il “reign of terror” dell’ICE. Il movimento stima che la partecipazione di almeno il 3,5 per cento della popolazione statunitense, circa 11 milioni di persone, sia necessaria per rendere efficace un’azione di questo tipo. Un ruolo centrale nella mobilitazione è affidato anche agli artisti. L’italiana Paola Pivi ha condiviso sui social una scritta, Free Humans, ripresa anche da alcune gallerie, tra cui Perrotin, nelle sue stories su Instagram. Gli organizzatori hanno poi lanciato una call per la produzione di poster e materiali grafici da utilizzare durante le manifestazioni. Tra le immagini più condivise sui social c’è un poster dell’artista Trilemma, intitolato Pretti Good Reason for a National Strike (un gioco di parole coi nomi dei due cittadini uccisi dall’ICE, letteralmente “Ottime ragioni per uno sciopero nazionale”) che ritrae Alex Pretti e Renée Good. Una seconda versione include anche un omaggio a Keith Porter, cittadino ucciso a Los Angeles la notte di Capodanno da un agente ICE fuori servizio. Le stampe vengono vendute a partire da 15 dollari per sostenere le proteste. Sul sito del National Shutdown viene ricordato anche Silverio Villegas González, cittadino messicano di 38 anni senza precedenti penali, ucciso durante un controllo stradale a Chicago il 12 settembre nel corso dell’operazione Midway Blitz.
A New York, numerose gallerie di Chelsea, tra cui Olney Gleason, Tanya Bonakdar, Sean Kelly, Berry Campbell, Gladstone Gallery e Galerie Lelong & Co., hanno annunciato la chiusura, così come spazi di Tribeca come Jacqueline Sullivan Gallery, James Cohan e Jane Lombard, che hanno deciso di posticipare inaugurazioni previste proprio per il 30 gennaio. A Los Angeles, il centro comunitario queer Nova Community Arts hanno distribuito gratuitamente poster We Don’t Need ICE e ha partecipato allo sciopero, sottolineando come anche la chiusura di una piccola realtà possa contribuire ad amplificare una voce collettiva.
Il coinvolgimento di un settore tradizionalmente poco incline all’azione politica diretta è stato definito senza precedenti diversi operatori: la lunga lista di gallerie che hanno chiuso il 30 gennaio comprende realtà storiche e spazi emergenti, distribuiti tra diverse città come New York, Los Angeles, Chicago, Dallas, a testimonianza di una mobilitazione che ha interessato tutto il paese. Per molti operatori si tratta di un gesto simbolico ma necessario, volto a dichiarare che, di fronte a morti, detenzioni e restrizioni dei diritti civili, non è più possibile continuare come se nulla stesse accadendo.
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