Minneapolis, i musei chiudono per solidarietà verso la comunità che protesta contro l’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement, ovvero l’agenzia federale che ha instaurato quello che viene descritto come un clima di terrore e violenza nel territorio delle Twin Cities, il soprannome con cui sono note la stessa Minneapolis e la vicina città di Saint Paul. Così, Minneapolis, la più grande città del Minnesota e uno dei centri più importanti del nord degli Stati Uniti, è diventata il centro di una vasta mobilitazione civile e culturale, che ha visto le sue principali istituzioni artistiche sospendere le attività in segno di dissenso contro le recenti operazioni dell’ICE. La decisione di chiudere i battenti, inizialmente prevista per la giornata di venerdì 23 gennaio 2026 e poi da alcuni prolungata a seguito dell’omicidio dell’infermiere Alex Pretti da parte dell’ICE il 24 gennaio, si è inserita in un contesto di sciopero generale denominato “Giorno della Verità e della Libertà” (Day of Truth and Freedom). Questa iniziativa è nata dalla convergenza di sindacati, parrocchie e organizzazioni comunitarie, tutti uniti nel denunciare quello che sta accadendo in città.
Il cuore della protesta risiede nell’opposizione alla cosiddetta Operation Metro Surge, una campagna di controllo dell’immigrazione intensificata dall’amministrazione federale a partire dal mese di dicembre. La situazione è precipitata in seguito a una serie di eventi tragici, primo fra tutti l’uccisione di Renée Good, cittadina statunitense di 37 anni e madre di tre figli, avvenuta il 7 gennaio 2026 per mano dell’agente federale Jonathan Ross. Le circostanze del decesso, con la giovane uccisa a freddo con tre colpi di pistola esplosi a distanza ravvicinata mentre lei, all’interno della sua automobile, non era in grado di difendersi e non stava minacciando la vita degli agenti dell’ICE, hanno alimentato un’ondata di indignazione nazionale e locale, poiché le versioni ufficiali fornite dalle autorità federali sono state messe in discussione da testimonianze oculari, dai video che hanno ripreso l’omicidio e da numerosi rilievi giornalistici. Mentre il governo ha sostenuto la tesi della legittima difesa, affermando che la donna avrebbe tentato di colpire l’agente con la propria auto, diversi osservatori e rappresentanti politici hanno contestato tale ricostruzione, chiedendo l’apertura di procedimenti penali contro Ross.
In risposta a questa escalation, istituzioni di prestigio come il Minneapolis Institute of Art e il Walker Art Center hanno scelto di schierarsi apertamente con la comunità. Il Minneapolis Institute of Art ha comunicato la propria chiusura sottolineando la necessità di riconoscere la gravità del momento storico che la città sta attraversando, ponendo come priorità il rispetto e la cura per i propri dipendenti e per i residenti della zona. Sebbene inizialmente fosse prevista la riapertura per il sabato successivo, l’istituto ha poi esteso la chiusura fino a domenica 25 gennaio, a testimonianza di una crisi che non accenna a placarsi. Allo stesso modo, il Walker Art Center ha annullato le performance previste, dichiarando che tale scelta riflette i valori istituzionali di mettere al centro la sicurezza e il benessere collettivo.
Il panorama delle adesioni è stato vasto e ha coinvolto realtà di diverse dimensioni. Il Weisman Art Museum dell’Università del Minnesota, il Museum of Russian Art, il Minnesota Museum of American Art e il Minnesota Children’s Museum (questi ultimi due con sede a Saint Paul) hanno tutti sospeso le attività nella giornata di venerdì. Il Minnesota Museum of American Art, oltre a dichiarare il suo esplicito sostegno alle “comunità che serviamo e da cui veniamo”, si è anche detto “aperto a tutti, sempre”. Il Minnesota Children’s Museum ha motivato la scelta definendosi “un luogo di inclusione e gioia” che intende esprimere solidarietà dinnanzi alle richieste di “giustizia, gentilezza e dignità umana”. Ancora più esplicite sono state le dichiarazioni di organizzazioni come il Minnesota Center for Book Arts, che ha chiesto apertamente l’allontanamento dell’ICE dallo Stato: “vogliamo che cessino la violenza e la paura che l’agenzia sta continuando a scatenare contro le nostre comunità”. Chiusura anche per la galleria Dreamsong, i cui fondatori hanno diffuso un brano della poetessa Amanda Gorman in ricordo di Nicole Good.
La partecipazione del mondo dell’arte di Minneapolis e di Saint Paul allo sciopero del 23 gennaio è un qualcosa di sostanzialmente nuovo per il mondo della cultura: le Twin Cities hanno infatti mostrato una risposta coordinata. Questo attivismo si inserisce in una storia recente di forti tensioni civili in Minnesota, segnata in maniera indelebile dall’omicidio di George Floyd nel 2020 e da successivi episodi di violenza, come la sparatoria di matrice terroristica avvenuta in una chiesa di Minneapolis nel 2025.
Il clima politico è stato ulteriormente esacerbato dalla visita del Vicepresidente J.D. Vance il 22 gennaio: Vance, in particolare, ha difeso l’operato dell’ICE e ha attribuito il caos nelle strade alla mancanza di cooperazione da parte dei leader locali, come il sindaco Jacob Frey e il governatore del Minnesota, Tim Walz, entrambi di parte democratica, i quali hanno invece chiesto formalmente il ritiro dell’ICE dalla città. Le discrepanze tra i resoconti federali e quelli delle forze di polizia locali sono emerse chiaramente durante questa visita, con i dipartimenti di polizia di Minneapolis che hanno smentito di aver ricevuto richieste di assistenza o comunicazioni operative dall’ICE, preferendo concentrarsi sulla sicurezza pubblica in modo indipendente.
La giornata di sabato 24 gennaio, che avrebbe dovuto segnare il ritorno alla normalità per molti musei, è stata invece funestata da un nuovo incidente mortale, come detto. Intorno alle ore 09:05, un agente dell’ICE ha sparato più volte a un infermiere, Alex Pretti a seguito di una colluttazione. Secondo le ricostruzioni emerse da video e testimonianze, Pretti stava documentando con un telefono cellulare l’operato degli agenti. Le immagini mostrano l’uomo mentre cercava di aiutare una donna spintonata da un agente, prima di essere lui stesso bloccato a terra e colpito da una decina di spari. Nonostante il Dipartimento di Sicurezza Nazionale abbia affermato che Pretti fosse armato e avesse aggredito gli ufficiali, le analisi dei filmati effettuate da organi di stampa internazionali indicano che l’uomo teneva in mano solo il proprio cellulare non appariva pericoloso per gli agenti.
Questo nuovo decesso ha inevitabilmente condizionato le decisioni delle istituzioni culturali. Alcuni musei, come il Minneapolis Institute of Art, che avevano programmato la riapertura per il sabato, si sono trovati costretti a chiudere anticipatamente a causa degli eventi in corso nell’area locale. La spirale di violenza, iniziata con il dispiegamento di circa 2.000 agenti federali aggiuntivi e il congelamento dei fondi statali per l’infanzia da parte della Casa Bianca, ha trasformato la protesta simbolica dei musei in una necessità operativa di fronte a un territorio urbano percepito come instabile.
La mobilitazione del 23 gennaio ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone che hanno marciato in condizioni climatiche estreme, con temperature di molti gradi sotto lo zero (punte di -25), partendo dal Downtown East Commons fino al Target Center. La chiusura dei musei non è stata dunque un atto isolato, ma parte di un più ampio blocco economico volto a manifestare il lutto e la protesta di una comunità che si sente sotto assedio da parte delle autorità federali. Il mondo dell’arte ha così assunto un ruolo di primo piano nel denunciare l’impatto umano delle politiche migratorie correnti, per sottolineare come la cultura non possa procedere con le proprie attività ordinarie quando i principi fondamentali di sicurezza e convivenza civile vengono messi in discussione.
Al momento, la situazione resta fluida e le istituzioni monitorano costantemente l’evolversi della sicurezza cittadina per determinare i tempi di una riapertura che appare subordinata alla cessazione delle ostilità nelle strade. La memoria di Renée Good e di Alex Pretti continua nel frattempo a fungere da catalizzatore per un dibattito nazionale sull’uso della forza letale da parte dell’ICE e sull’autonomia delle città rispetto alle direttive di Washington. Minneapolis, con i suoi spazi espositivi sbarrati e le sue piazze occupate dai manifestanti, rimane a oggi l’epicentro di una tensione che coinvolge questioni di diritto costituzionale, responsabilità penale e identità delle comunità.
Per inviare il commento devi
accedere
o
registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo
l’accesso.