Sudan, il massacro silenzioso: decine di migliaia di vittime e patrimonio culturale distrutto


Un massacro in Sudan, che avviene nell’indifferenza collettiva, ha già causato oltre 150mila vittime secondo una stima, e più di 11 milioni di sfollati. La guerra colpisce anche il patrimonio culturale: musei saccheggiati, siti archeologici devastati e una memoria storica sistematicamente cancellata.

Quello che sta avvenendo in Sudan nell’indifferenza dei più, a partire dall’aprile del 2023, è un massacro di proporzioni devastanti: solo un anno fa, il 7 gennaio 2025, il New York Times riferiva di stime che parlano di 150mila vittime e 11 milioni di sfollati, situazione che aveva spinto il governo degli Stati Uniti a dichiarare che una delle due parti in guerra, le Rapid Support Forces (RSF), organizzazione paralimitare che controlla la parte occidentale del paese, è responsabile di un genocidio. Alla tragedia dei civili si somma poi quella del patrimonio culturale minacciato dalla guerra.

Durante l’occupazione della capitale Karthoum, durata da aprile 2023 a marzo 2025, le RSF hanno sottoposto a un pesante saccheggio le collezioni del principale museo del paese, il Museo Nazionale del Sudan (il centro di Karthoum è stato poi riconquistato il 24 marzo 2025 dall’esercito nazionale). L’UNESCO aveva contribuito all’attuazione di misure di emergenza in cinque musei archeologici nel paese (il Museo Kerma, il Museo Gebel Barkal, il Museo del Mar Rosso, il Museo El Damer e il Museo Sennar), con le collezioni in pericolo imballate e messe in sicurezza, la predisposizione di rifugi sicuri e la catalogazione e la digitalizzazione di 1.700 oggetti. Inoltre, l’UNESCO aveva fornito supporto agli artisti sudanesi con l’istituzione di un centro a Port Sudan che consentiva ai professionisti della cultura sfollati di proseguire le loro attività artistiche in uno spazio sicuro, di fare rete e discutere di sfide comuni, di sviluppare nuove competenze e conoscenze e di interagire con la comunità locale. Questo però non è bastato a impedire il saccheggio di musei, siti archeologici e collezioni private in tutto il paese: tra questi, il Museo Nazionale.

A pubblicare, tre giorni fa, 8 gennaio 2026, una testimonianza su quanto accaduto al museo è stato il quotidiano francese Le Monde, attraverso il resoconto di un dipendente storico, Jamal Mohammed Zein, primo a tornare sul sito dopo la riconquista di Karthoum da parte dell’esercito nazionale: “Tutte le casse erano state aperte, rovesciate, semi-svuotate. Abbiamo persino trovato pezzi di ceramica allineati e crivellati di proiettili, come se fossero stati in un poligono di tiro”. A oggi, il museo segnala la mancanza di oltre 4mila pezzi: saccheggiato completamente anche il principale nucleo della collezione, la “camera d’oro” kushita, una raccolta di gioielli e manufatti in oro rinvenute nelle tombe dei re e delle regine della Nubia, l’antica regione che corrisponde grosso modo all’odierno Sudan. Trafugate anche centinaia di statuette funerarie di epoca nabatea, nonché le mummie risalenti al 2.500 a.C. che sono tra le più antiche al mondo (alcune di queste grottescamente utilizzate, peraltro, per montare video di propaganda in cui le mummie venivano presentate come vittime del regime di Omar al-Bashir, l’ex presidente del Sudan, rovesciato con un colpo di Stato del 2019 e ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità). Non solo: gli esterni del museo sono stati minati, la facciata del museo danneggiata dai colpi dei razzi, le tettoie del giardino che proteggevano tre templi faraonici trasferiti qui negli anni Sessanta sono andate distrutte (i templi invece sono riusciti a sopravvivere all’occupazione). Quando le RSF hanno occupato il museo, i membri della milizia hanno anche girato dei video in cui si riprendevano mentre devastavano l’istituto. I vertici del museo hanno anche stabilito un contatto con le RSF per cercare di interropere le devastazioni, ma non è servito a niente. I reperti trafugati sono andati distrutti oppure sono finiti sul mercato nero: le autorità del Sudan hanno già allertato l’Interpol nella speranza che qualcosa si possa recuperare. È inoltre in corso di realizzazione una lista completa che verrà inviata all’ICOM, l’International Council of Museums.

Facciata del Museo Nazionale del Sudan prima della guerra. Foto: Marc Maillot © Section Française de la Direction des Antiquités du Soudan, 2012
Facciata del Museo Nazionale del Sudan prima della guerra. Foto: Marc Maillot © Section Française de la Direction des Antiquités du Soudan, 2012
La facciata del Museo Nazionale del Sudan dopo la sua liberazione dalle RSF. Foto: Gasim Hassan Nasir, NCAM, luglio 2025
La facciata del Museo Nazionale del Sudan dopo la sua liberazione dalle RSF. Foto: Gasim Hassan Nasir, NCAM, luglio 2025

Ma non c’è solo il Museo Nazionale di Karthoum tra le vittime culturali della guerra. L’articolo di Le Monde fornisce un elenco dei siti più importanti che hanno subito danni: il Museo Beit al-Khalifa di Omdurman, sede di una importante collezione storica ed etnografica, è stato anch’esso saccheggiato. Il sito archeologico di Naqa, 250 kilometri a nord di Karthoum e vicino alle Piramidi dell’isola di Meroe (antichissima città nel nord del paese dove si trova una delle aree archeologiche più importanti del Nordafrica, detta “isola” poiché circondata su tre lati dal Nilo: in antico fu cuore del Regno di Kush e oggi è Patrimonio Mondiale dell’Umanità dal 2011) ha subito dei danni. Nel Darfur, il palazzo del sultano Ali Dinar a Al-Fashir (capitale del Darfur settentrionale), uno dei simboli della comunità Fur, è stato oggetto di attacchi aerei. Ancora, nella città di Geneina, capitale del Darfur occidentale, sono andati distrutti il palazzo del sultano Bahr el-Din e il museo cittadino.

Secondo Ikhlas Abdelatif, direttore dei musei della National Corporation for Antiquities and Museums (NCAM), principale ente dei musei del Sudan che dall’inizio della guerra opera al Cairo in Egitto (malgrado alcuni responsabili dei musei e dei siti archeologici siano rimasti in Sudan), solo le perdite totali per gli istituti sudanesi ammontano a 110 milioni di dollari. E c’è stato, in questa distruzione dei beni culturali, un intento deliberato, secondo Abdelatif: “Non è un caso. Le RSF non stanno solo cercando di conquistare il paese militarmente, hanno lanciato un’operazione per cancellare e sostituire l’identità sudanese. Con il sostegno degli Emirati Arabi Uniti, il piano è quello di cambiare la demografia del Sudan. Questo è andato di pari passo con campagne di sfollamento di massa, con un quarto della popolazione sradicata; pulizia etnica, come nel Darfur; e, infine, qui a Khartoum, con il furto della nostra storia”. Tra i siti danneggiati, anche il Palazzo della Repubblica di Karthoum, colpito già nel maggio 2023, la biblioteca del Centro Mohamed Omer Bashir, incendiata lo stesso mese, il Museo di Storia Naturale del Sudan, il Museo Abdallah Kahlil, il Museo Khalifa, sottoposto a saccheggi.

Il Museo Nazionale del Sudan è tornato parzialmente a rivivere dopo la fine dell’occupazione di Karthoum: c’è stato anche un sostegno finanziario da parte dell’UNESCO (l’importo non è stato rivelato) per salvare il salvabile e rimettere in piedi quello che è possibile. Nell’ottobre scorso, un articolo degli studiosi Habab Idriss Ahmed e Geoff Emberling pubblicato sulla rivista scientifica Antiquity della Cambridge University Press ha riassunto quello che è accaduto e ha fatto un punto della situazione. “Nei primi mesi della guerra in Sudan”, ricorda l’articolo, partendo dunque da quello che è accaduto nella primavera del 2023, “molti civili residenti nell’area di Khartoum fuggirono per mettersi in salvo, compreso l’intero staff del NCAM. Il governo sudanese fu rapidamente costretto a sospendere il pagamento degli stipendi ai dipendenti, tra cui la maggior parte del personale del NCAM e gli archeologi universitari. Insieme, questi cambiamenti crearono il rischio immediato che non ci fossero più specialisti a monitorare minacce e danni. Nel giro di poche settimane, le RSF controllarono gran parte di Khartoum. Saccheggi, vandalismi, danni da combattimento e distruzioni colpirono infine tutti i musei di Khartoum, incluso il Museo Nazionale, causando una sostanziale perdita di patrimonio culturale. I membri delle RSF si sono filmati all’interno del Laboratorio di Bioarcheologia del Museo Nazionale, pubblicando il video online. Fino a poco tempo fa, tuttavia, la reale entità dei danni è stata difficile da valutare perché le RSF non consentivano al personale del NCAM o agli osservatori internazionali di accedere a questi siti. Il NCAM e la comunità internazionale sono stati quindi costretti ad affidarsi alle segnalazioni di non specialisti tramite i social media per gran parte degli ultimi due anni. Oltre alle minacce di danni e saccheggi ai musei, si sono verificati danni e minacce ai depositi degli scavi archeologici, ad esempio a Soba, a sud di Khartoum, e da parte dei cercatori d’oro sull’isola di Sai, nello Stato del Nord. Il progetto di ricerca del British Museum ad Amara West aveva costruito un centro di orientamento e deposito per i visitatori presso il sito. Nell’aprile 2023, le immagini di Google Earth suggerivano alcuni danni e, a luglio, lo staff del NCAM ne documentò la totale distruzione, probabilmente causata da gruppi di cercatori d’oro. È stato ampiamente riportato che camion carichi di manufatti del Museo Nazionale sono stati portati dalla RSF nel Sudan occidentale. Queste informazioni provenienti dall’agenzia centrale di intelligence sudanese sono state corroborate da organizzazioni internazionali, con i camion che compaiono su immagini satellitari. Un camion è stato fermato dalle Forze Armate Sudanesi (SAF) mentre attraversava il confine con il Sud Sudan ed è stato riferito che alcuni reperti del Museo Nazionale sono stati recuperati, sebbene i dettagli non siano stati resi pubblici. Alcuni oggetti che potrebbero essere stati parte della collezione del Museo Nazionale sono stati anche messi in vendita, alcuni online (su eBay) e altri telefonicamente”.

Non ci sono poi soltanto i danni diretti, spiegano Ahmed ed Emberling: “Oltre alle minacce di saccheggio e al conflitto stesso, i potenziali danni ai siti archeologici sono causati anche dall’afflusso senza precedenti di sfollati dalla regione della capitale. Questo è uno degli aspetti insoliti della situazione in Sudan, rispetto a quanto accaduto in Iraq e Siria. Avendo perso i propri mezzi di sussistenza, molti sfollati sudanesi si sono dedicati all’agricoltura e all’estrazione dell’oro, e alcuni hanno tentato di costruire case sui siti archeologici. Il crescente numero di persone intorno ai siti archeologici aumenta anche il rischio di vandalismo e danni involontari, sebbene possa rappresentare un’opportunità di formazione e impegno”.

Nel frattempo, le istituzioni nazionali e internazionali cercano di lavorare contro le minacce al patrimonio culturale. Diversi musei sono stati messi in sicurezza, il NCAM ha costituito un Dipartimento di azione di emergenza per valutare i danni e attuare misure per proteggere i siti quando è stato possibile farlo in sicurezza, e ha organizzato workshop e conferenze per informare la comunità internazionale sulle minacce al patrimonio culturale in Sudan. In collaborazione con partner internazionali, l’NCAM ha inoltre intensificato i suoi sforzi soprattutto nelle aree in cui i siti culturali e storici erano in pericolo immediato.

Resti degli scavi archeologici di Amara West dopo la distruzione avvenuta nell'aprile-maggio 2023. Foto: Shadia Abdrabo, National Corporation for Antiquities and Museums
Resti degli scavi archeologici di Amara West dopo la distruzione avvenuta nell’aprile-maggio 2023. Foto: Shadia Abdrabo, National Corporation for Antiquities and Museums
Il cortile del Museo Beit al-Khalifa di Omdurman dopo le distruzioni. Foto: Gasim Hassan Nasir, NCAM, luglio 2025
Il cortile del Museo Beit al-Khalifa di Omdurman dopo le distruzioni. Foto: Gasim Hassan Nasir, NCAM, luglio 2025

Una delle sfide più importanti, fanno sapere Ahmed ed Emberling, è stata trovare il modo di far affluire denaro nel paese durante la guerra. Il Sudan è stato infatti soggetto a sanzioni finanziarie americane e internazionali fino al 2020 e alcune di queste restrizioni sono ancora in vigore. Una delle conseguenze è che le banche sudanesi non sono collegate al sistema bancario internazionale e il trasferimento diretto di fondi su conti in Sudan non è possibile. Sono stati sviluppati diversi metodi meno formali, tutti richiedenti un insolito grado di flessibilità da parte degli istituti di finanziamento, sebbene non tutti siano stati in grado di erogare i fondi con successo.

Ci sono poi progetti sul campo che sono riusciti a rimanere attivi durante la guerra: uno di questi è il Jebel Barkal Archaeological Project (JBAP), un progetto congiunto tra l’NCAM e il Kelsey Museum of Archaeology dell’Università del Michigan (co-diretto dallo stesso Emberling). Il JBAP ha potuto supportare i colleghi che si sono trasferiti nell’area di Jebel Barkal, per proteggere attivamente il sito e per mitigare i danni causati dalle piogge insolitamente intense che hanno colpito il Sudan nell’agosto 2024, compresi gli scavi. È stato anche sviluppato un programma di formazione per le guide locali del sito e per condurre attività di sensibilizzazione nelle comunità locali, comprese le persone sfollate che vivono nei campi. “Queste attività”, dicono i due studiosi, “hanno fornito un piccolo conforto e supporto alle comunità intorno al sito. Tutto questo lavoro è stato svolto sotto la direzione di Sami Elamin, che ha coraggiosamente deciso di rimanere in Sudan per fare il possibile per proteggere i siti e i musei sotto la sua supervisione. Ci auguriamo che questo lavoro di salvaguardia del patrimonio culturale possa contribuire alla ricostruzione dei legami umani in Sudan quando la guerra finirà”.

Altre organizzazioni internazionali e singoli individui hanno fornito contributi significativi. Generose donazioni private, organizzate dalla Sudan Archaeological Research Society, hanno sostenuto un gran numero di membri del personale del NCAM, compresi i custodi dei siti archeologici, per gran parte dei primi due anni di guerra. L’American Sudanese Archaeological Research Center ha erogato piccole sovvenzioni a studiosi sudanesi per proseguire la ricerca, impegnarsi nella comunità, proteggere i siti e, più recentemente, tradurre articoli accademici in arabo, facilitando l’insegnamento del patrimonio archeologico sudanese a un gruppo di studenti sfollati. Ha inoltre ospitato regolarmente lezioni online tenute da studiosi sudanesi e internazionali per illustrare i lavori in corso. E almeno altre tre organizzazioni internazionali hanno lavorato e continuano a lavorare per monitorare i danni al patrimonio culturale in Sudan, principalmente attraverso immagini satellitari: la Cultural Rescue Unit dello Smithsonian Institution, Heritage Through Peace attraverso la sua Sudan Heritage Protection Initiative, e la Section Française de la Direction des Antiquités du Soudan (SFDAS) attraverso i loro progetti Innovating monitoring approaches for heritage protection in Sudan e Sudan Archaeological Heritage Protection Project.

La SFDAS, unità archeologica francese ospitata presso il Museo Nazionale del Cairo, in particolare ha continuato a fornire supporto alla catalogazione del Museo Nazionale e del Museo di Kerma, con la pubblicazione di un catalogo trilingue da parte delle missioni impegnate a Kerma, e offre borse di studio annuali a ricercatori e studenti sudanesi, in Sudan o in esilio, per agevolare le loro ricerche. La SFDAS ha inoltre avviato un progetto per la creazione di un museo virtuale basato su oggetti esposti al Museo Nazionale del Sudan, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cairo e il Museo del Louvre di Parigi, che è stato lanciato il 1° gennaio 2026. Un piccolo segnale di rinascita mentre la guerra continua e la tragedia della popolazione è più grave che mai.


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