Mantova, è l'anno di Venere: a Palazzo Te grande mostra sul mito della dea dell'amore


Una grande mostra, un percorso, una piccola esposizione, un convegno con nomi importanti della storia dell'arte, tutto centrato sulla dea Venere: ecco nei dettagli la proposta per il 2021 di Palazzo Te a Mantova.

Il 2021 per Mantova sarà l’anno di Venere. Dal 21 marzo al 12 dicembre 2021, il progetto Venere divina. Armonia sulla terra, prodotto e organizzato dalla Fondazione Palazzo Te e dal Museo Civico di Palazzo Te, e promosso dal Comune di Mantova con il patrocinio del MiBACT e con il contributo di Fondazione Banca Agricola Mantovana, propone tre mostre e un programma di eventi (che culmineranno con un convegno a cui parteciperanno nomi importanti della storia dell’arte) esplorerà il mito di Venere come rappresentazione del senso di rinascita dall’antichità fino ai tempi moderni.

Il programma si avvale di un comitato scientifico composto da Stefano Baia Curioni, Francesca Cappelletti, Claudia Cieri Via e Stefano L’Occaso, ed è stato ideato da Fondazione Palazzo Te per completare una riflessione sul femminileavviata nel 2018 con la mostra Tiziano/Gerhard Richter. Il Cielo sulla Terra, e proseguita nel 2019 con Giulio Romano: Arte e Desiderio. Il progetto si sviluppa in tre momenti espositivi, da una ricognizione sul patrimonio iconografico di Palazzo Te per arrivare a una riflessione sulla potenza attuale del mito della dea, con un programma che crea incontri con alcuni dei grandi capolavori dell’arte occidentale provenienti da importanti musei europei, dai dipinti di Cranach, Guido Reni, Tiziano e Dosso Dossi a sculture, arazzi e libri.

Giulio Romano e allievi, Venere ottiene da Giove la disponibilità di Mercurio (1527; affresco; Mantova, Palazzo Te, Camera di Amore e Psiche). Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te
Giulio Romano e allievi, Venere ottiene da Giove la disponibilità di Mercurio (1527; affresco; Mantova, Palazzo Te, Camera di Amore e Psiche). Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te


Giulio Romano e allievi, Venere Marina (1525-1526; affresco; Mantova, Palazzo Te, Sala dei Cavalli). Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te
Giulio Romano e allievi, Venere Marina (1525-1526; affresco; Mantova, Palazzo Te, Sala dei Cavalli). Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te

La prima tappa: il percorso Il mito di Venere a Palazzo Te, dal 21 marzo al 12 dicembre

La prima tappa si apre con Il mito di Venere a Palazzo Te, che dal 21 marzo al 12 dicembre 2021 consente al pubblico di scoprire le oltre 25 rappresentazioni di Venere, tra stucchi e affreschi, presenti nel Palazzo. Un percorso tra miti e favole antiche, raccolto anche in una guida cartacea e multimediale, che si arricchisce con l’esposizione della scultura Venere velata della collezione del Comune di Mantova, appartenuta a Giulio Romano e conservata presso la Galleria dei Mesi a Palazzo Ducale, e dell’arazzo Venere nel giardino con putti, realizzato da tessitori fiamminghi su disegno dello stesso Giulio Romano, di recente ritornato a Mantova grazie a una complessa operazione d’acquisto condotta dalla reggia gonzaghesca, dalla Direzione Generale Musei del MiBACT e con il sostegno di Fondazione Palazzo Te. Il mito di Venere a Palazzo Te è anche l’occasione che porterà Palazzo Te a organizzare in primavera, come anticipato, un convegno internazionale sul tema di Venere. Il convegno mira a ragionare intorno a Venere, mettendone a fuoco i diversi aspetti: dalle origini classiche del mito alle sopravvivenze nella cultura, nella letteratura mitografica e poetica e nelle immagini fino al primo Seicento. Partecipano Giuseppe Capriotti (Le Favole fra mito e allegorie: immagini e testi), Georges Didi-Huberman (Ninfa fluida), Claudia Cieri Via (Venere e i suoi travestimenti), Philippe Morel (Le altre facce di Venere), Emilio Russo (Venere nella letteratura del Seicento), Francesca Cappelletti (I Camerini delle Belle) e Stefano L’Occaso (Venere nell’arazzo di Giulio Romano).

Il percorso vuole essere una “avventura avvincente”, come dichiara la Fondazione Palazzo Te. Venere è una divinità dell’Olimpo greco dalle numerose sfaccettature: consacrata dea della bellezza dal giudizio di Paride, Venere esprime i valori più profondi della natura (dalla fecondità propria della Venere genitrice, alla Venere Anadiomene che nasce dal mare, fino alla sublimazione nella Venere celeste). La presenza di Venere come protagonista delle decorazioni di Palazzo Te, già definito il “sacrario di Venere”, esprime il carattere fondativo di questa divinità, attraverso i suoi aspetti, anche contraddittori, che si esprimono nelle diverse rappresentazioni della sua figura, dalla Venere pudica, alla Venere Velata, alla Venere Vincitrice alle favole mitologiche che la vedono coinvolta in un matrimonio con l’anziano Vulcano, in una passione erotica con Marte, in un coinvolgimento amoroso fino alla morte con Adone. Venere, dunque, è espressione di concetti astratti: la bellezza, l’amore l’eros, la Natura, la Primavera, la fecondità, spesso prendendo forma, anche attraverso travestimenti, nei personaggi delle favole antiche, come Arianna, Olimpiade, Psiche, Antiope e tutte le numerose ninfe dei boschi e nereidi tramandate dall’immaginario del mondo antico. Il percorso intende condurre i visitatori attraverso le camere di Palazzo Te alla ricerca di Venere, e si presenta come articolato e vario. La presenza di Venere negli affreschi e negli stucchi è più spesso da cogliere nelle sue caratteristiche che, esprimendo il pensiero filosofico antico, prendono forma nelle sculture e nei rilievi, trasmessi attraverso esemplari sopravvissuti nel tempo o replicati nelle medaglie e nelle monete presenti in collezioni d’antichità e riproposti in quanto tali nelle decorazioni del Palazzo mantovano.

L’impronta vitalistica delle decorazioni di Palazzo Te si esprime così attraverso la sperimentazione artistica di Giulio Romano e dei suoi allievi, informando le pitture dalle svariate tecniche artistiche. La ricchezza delle decorazioni, quasi al limite di un horror vacui, genera un coinvolgimento del visitatore che è invitato ad entrare nei grandi impianti decorativi, a cercare ed osservare con attenzione e divertimento le dettagliate figurazioni e ornamentazioni che riempiono ogni spazio delle pareti e dei soffitti delle camere, animando ogni rilievo in stucco e ogni decorazione all’antica con fiori, uccellini e sofisticati motivi ornamentali derivati dalle cosiddette “grottesche” scoperte a Roma nella Domus aurea, l’antica casa di Nerone, che contribuirono ad un rinnovamento fantastico del linguaggio decorativo cinquecentesco. La riproposta di un uso repertoriale del collezionismo antiquario e dei modelli antichi appena scoperti, osservati a Roma da Giulio Romano, trova una elaborazione nel linguaggio formale dell’artista e dei suoi allievi a Mantova, fissando quei modelli antichi alla luce di una loro rivitalizzazione e di una portata espressiva, ora giocosa ora drammatica, che si manifesta negli affreschi di Palazzo Te, in particolare nella Camera di Psiche enella sala dei Giganti.

Del percorso faranno parte due opere in arrivo per l’occasione: l’Afrodite velata del Comune di Mantova, in deposito presso Palazzo Ducale, e il sopramenzionato arazzo con Venere che gioca con i putti, dal Palazzo Ducale. La statua dell’Afrodite velata, del II secolo a.C., faceva parte delle raccolte gonzaghesche disperse con la vendita del 1626-1627 e con il sacco di Mantova del 1630. Giulio Romano utilizza questa scultura come modello di uno degli stucchi del soffitto nella Sala del Sole e della Luna a Palazzo Te, ma anche per la figura di Diana nella Sala di Costantino in Vaticano (1520-1524). Inoltre, il maestro aveva immaginato una statua di Venere nella nicchia posta sulla sommità della porta della sua casa a Mantova, progetto che viene mutato con la collocazione di una scultura di Mercurio. La sostituzione della statua indica che una scultura di Venere doveva essere in possesso dell’artista che dovette trasportarla da Roma a Mantova nel 1524. I documenti conservati nell’Archivio di Stato di Mantova raccontano i viaggi della collezione di antichità del maestro da Roma a Venezia e poi a Mantova. Giulio Romano aveva arricchito la sua raccolta di marmi antichi anche con l’acquisto di collezioni, come quella dell’antiquario Giovanni Ciampolini, dopo la sua morte avvenuta nel 1518. Di questa collezione dell’antiquario romano, che comprendeva iscrizioni, gemme e statue collocata nell’abitazione in Campo dei Fiori, potrebbe aver fatto parte anche questa scultura, se identificata con una Ninfa “cinta d’un bel diaffan velo biancho”. Dopo l’arrivo a Mantova e la progettata prima collocazione sulla facciata dell’abitazione di Giulio Romano, non abbiamo più notizie della statua. L’opera si è salvata dalla vendita e dal sacco della città in un luogo non identificato e la prima menzione rintracciata nei documenti si data al 1879-1880.

L’arazzo con Venere che gioca con i putti è stato tessuto tra il 1539 e il 1540 da Nicolas Karcher, arazziere fiammingo, trasferitosi a Mantova da Ferrara per allestire una sua manifattura in città. L’opera fa parte di una serie, di cui sopravvivono otto panni, detta Giochi di Putti o Puttini, che è stata eseguita su disegno e cartone di Giulio Romano per il duca Federico II Gonzaga. Non è stata individuata la specifica destinazione d’uso di questi arazzi, ma si ipotizza che furono esposti nella camera da letto di Margherita Paleologa, duchessa di Mantova, nella palazzina a lei dedicata dinnanzi al Castello di San Giorgio. Dopo la morte del Gonzaga nel 1540, la serie è completata dall’arazziere entro il 1545 per il fratello di Federico, il cardinale Ercole, vescovo e reggente della città. Il disegno preparatorio di Giulio Romano per questo arazzo è conservato nella collezione dei Duchi del Devonshire a Chatsworth (Inv. OMD 107) e presenta una scena più ampia poiché vi compariva la figura del delfino, animale sacro a Venere, dalla cui bocca scaturiva l’acqua. Dal modello Giulio Romano trae il cartone di cui si conserva soltanto la porzione che rappresenta Tre putti che giocano con una lepre (Parigi, Musée du Louvre, Département des Arts Graphiques, Inv. 3566). Il cartone riproduce in controparte e in scala una scena riconoscibile al centro dell’arazzo che presenta una “Venus Genitrix” in un giardino con putti che giocano, mentre alle sue spalle un satiro spia la sua nudità. Il modello è riconducibile all’illustrazione della Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna (Aldo Manuzio, Venezia, 1499) oppure al celebre dipinto di Correggio con Venere, Cupido e un satiro un tempo nella collezione Maffei a Mantova (Parigi, Musée du Louvre, Inv. 42, 1525 ca.). In questo sereno scenario naturale sono rappresentati alberi da frutto sui quali si arrampica la vite che si congiunge ad un padiglione sul quale crescono rose selvatiche. Gli elementi della simbologia dionisiaca si fondono ai simboli cristiani e per questo la figura di Venere è stata interpretata anche come la personificazione della Carità. L’immagine dei putti festosi che giocano sotto la protezione di una caritatevole Venere, sotto le imprese araldiche del committente dell’opera (la salamandra o ramarro e il Monte Olimpo), può riferirsi al ritorno dell’Età dell’oro, al fecondo rinnovamento portato a Mantova dal governo del duca Federico II Gonzaga. Il panno qui esposto è appartenuto ad una collezione privata viennese, è passato sul mercato antiquario a Londra (1972-1973) ed è stato acquistato dallo storico dell’arte Federico Zeri che lo aveva conservato fino alla morte nel 1998. L’opera passa poi alla Galleria Raffaele Verolino di Modena ed è stata recentemente acquistata con il contributo di Fondazione Palazzo Te dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo per la sede di Palazzo Ducale a Mantova.

Giulio Romano e allievi, Il bagno di Marte e Venere (1527-1528; affresco; Mantova, Palazzo Te, Camera di Amore e Psiche). Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te
Giulio Romano e allievi, Il bagno di Marte e Venere (1527-1528; affresco; Mantova, Palazzo Te, Camera di Amore e Psiche). Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te


Giulio Romano, Francesco Primaticcio e allievi, Venere disarma Cupido (XVI secolo; affresco; Mantova, Palazzo Te, Volta e fregio della Camera degli Imperatori). Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te
Giulio Romano, Francesco Primaticcio e allievi, Venere disarma Cupido (XVI secolo; affresco; Mantova, Palazzo Te, Volta e fregio della Camera degli Imperatori). Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te


Giulio Romano e allievi, Venere Anadiomene (1527-1528; affresco; Mantova, Palazzo Te, Volta della Camera dei Venti) Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te
Giulio Romano e allievi, Venere Anadiomene (1527-1528; affresco; Mantova, Palazzo Te, Volta della Camera dei Venti) Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te


Afrodite velata (II secolo a.C.; marmo pario con patina giallastra, 133 x 50 x 45 cm; Mantova, Palazzo Ducale, Galleria dei Mesi, in deposito da Comune di Mantova) Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te Su concessione del MiBACT, Palazzo Ducale di Mantova
Afrodite velata (II secolo a.C.; marmo pario con patina giallastra, 133 x 50 x 45 cm; Mantova, Palazzo Ducale, Galleria dei Mesi, in deposito da Comune di Mantova) Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te Su concessione del MiBACT, Palazzo Ducale di Mantova


Manifattura di Nicolas Karcher su cartone di Giulio Romano, Venere spiata da un satiro con i puttini (1539-1540; arazzo in lana e seta; 410 × 450 cm) © Gian Maria Pontiroli per Fondazione Palazzo Te
Manifattura di Nicolas Karcher su cartone di Giulio Romano, Venere spiata da un satiro con i puttini (1539-1540; arazzo in lana e seta; 410 × 450 cm) © Gian Maria Pontiroli per Fondazione Palazzo Te

La seconda tappa: il capolavoro di Tiziano in arrivo dalla Galleria Borghese

La seconda tappa è in programma il 22 giugno con l’esposizione Tiziano. Venere che benda Amore, che fino al 5 settembre 2021 porta nelle sale del palazzo mantovano Venere che benda Amore, capolavoro di Tiziano Vecellio conservato alla Galleria Borghese di Roma. La tela del maestro cadorino presenta Venere nell’atto di bendare il piccolo Eros appoggiato sul suo grembo, mentre un altro putto, probabilmente Anteros, osserva la scena con aria assorta. Un’opera che si inserisce nel progetto Venere divina e costituisce uno dei vertici della rappresentazione della divinità nel Cinquecento. In occasione di questa esposizione, nel corso del periodo estivo, l’esedra di Palazzo Te viene ripensata per ospitare momenti performativi e artistici, parte del programma dedicato al tema del mito di Venere.

Il dipinto di Tiziano è citato per la prima volta nel 1613, nel poema di Scipione Francucci, dedicato alla raccolta di Scipione Borghese, cardinal nipote da otto anni, collezionista a dir poco appassionato di pittura e di sculture antiche e moderne. Francucci descrive il soggetto come Venere che benda Amore elencando i comprimari: un altro cupido e le due ninfe Dori e Armilla, una con le frecce e l’altra con l’arco. La scena è risultata sempre di difficile interpretazione, tanto da acquisire titoli diversi negli inventari successivi della villa, dove al principio del 1620 la vide anche Antoon van Dyck, come testimoniato da un disegno nel taccuino italiano di schizzi, oggi al British Museum. Nel Novecento interpretazioni più complesse si sono basate sul reperimento di fonti letterarie; Hans Tietze ha proposto le Metamorfosi di Apuleio, in cui Venere punisce Amore per essersi innamorato di Psiche, requisendogli le armi. Erwin Panofsky formulò una interpretazione neoplatonica, identificando nei due cupidi Eros e Anteros, cioè l’amore passionale e l’amore divino, che non è cieco, ma in grado di contemplare il vero Amore. Le letture successive hanno parzialmente incrinato queste interpretazioni, poiché, osservando attentamente le espressioni dei personaggi, sembra in realtà che le due donne stiano per consegnare le armi a Cupido, invece che avergliele sottratte; l’Amore in grado di osservare, appoggiato alla spalla della madre, appare quasi preoccupato, invece che sicuro della sua superiorità al fratello bendato. Non si può quindi escludere che la scena rappresenti l’Educazione di Cupido: l’Amore cieco sta per compiere le sue prime imprese, colpendo i mortali con le sue frecce e disseminando casualmente innamoramento e passione. Il quadro è datato fra 1560 e il 1565, agli anni estremi dell’artista. L’immagine, sgretolata e sognante, è costruita con grande maestria: al centro del quadro non c’è nessuno dei protagonisti della scena, ma un’apertura verso un paesaggio al tramonto. In un accordo cromatico sofisticato, il rosa e l’azzurro si ritrovano sulle piccole ali del Cupido bendato, e da un lato nel blu del panneggio di Venere, opposto al rosso cremisi dell’ancella con le frecce. I bianchi delle vesti e gli incarnati sono percorsi dalla luce e i delicati passaggi alle ombre colorate contribuiscono a rendere meno definiti i contorni delle figure, affidati all’occhio dello spettatore e alle sue capacità di afferrarle.

Tiziano, Venere benda Amore (1560-1565?; olio su tela, 118x185 cm; Roma, Galleria Borghese) © Galleria Borghese
Tiziano, Venere benda Amore (1560-1565?; olio su tela, 118x185 cm; Roma, Galleria Borghese) © Galleria Borghese

La terza tappa: la mostra Venere. Natura, ombra e bellezza

Ultima tappa del progetto è il 12 settembre con la mostra Venere. Natura, ombra e bellezza, a cura di Claudia Cieri Via, che dal 21 marzo fino al 12 dicembre 2021 indaga le origini del mito e la sua creazione, grazie al recupero cinquecentesco di leggende e di iconografie antiche. L’esposizione dedica parte del percorso alla diffusione del mito nelle corti europee, al legame della divinità con le acque, i giardini e i parchi, e con la bellezza delle donne dell’epoca. Una sezione viene dedicata anche ai “pericoli” di Venere e al legame di maghe e streghe con il culto della dea. Il progetto espositivo è a cura di Lissoni Associati, il progetto grafico è sviluppato da Lissoni Graphx.

Attraverso prestiti internazionali e opere importanti, la mostra intende esplorare i diversi volti della dea che hanno popolato l’iconografia europea e italiana del Cinquecento, mostrandone le luci e le ombre, il fulgore e il furore. L’immagine della dea, che ha attraversato secoli mantenendo intatta la sua fama e intuitivi i suoi poteri, dalla bellezza alla capacità di scatenare e proteggere la passione amorosa, ha avuto una enorme diffusione nell’arte figurativa, nella doppia valenza di una Venere celeste, nuda e intangibile, divinità astrologica simbolo della perfetta bellezza e dell’amore virtuoso e di una Venere terrestre che presiede alla generazione e ai piaceri amorosi. La mostra illustra gli aspetti diversi della dea, concentrandosi sulla Venus genetrix e sulla sua armonia con la natura dei giardini, un aspetto cruciale per la costruzione e la decorazione della villa del Rinascimento. La raffigurazione di Venere, nuda e perfetta, pone il problema del modello, che pergli antichi scultori era stato, secondo la testimonianza delle fonti, una scelta fra gli esempi viventi. L’idea che si potesse prendere a modello una bellezza contemporanea affiora all’inizio del Cinquecento, quando si teorizza anche l’esistenza delle Veneri viventi, muse ispiratrici degli artisti. Si arriva a pensare che una modella potesse prestare a Venere non solo il volto, ma anche il corpo. È così che il re di Francia, Francesco I, ricevendo in dono dal marchese di Mantova una Venere di Lorenzo Costa, poteva chiedere se per caso una dama della corte avesse posato per il quadro. Se la mostra dichiara all’inizio la natura complessa e inafferrabile della dea e delle sue raffigurazioni, vuole poi procedere a evocarne il ruolo all’interno degli assetti decorativi del Cinquecento e del Seicento. Venere, al di là del simulacro, è protagonista di “favole”, di leggende e miti che hanno a che fare con la natura, luogo in cui si materializzano i suoi poteri e le sue vicende. I mortali omaggiano Venere in giardini rigogliosi e qualche volta il riposo o il bagno della dea sono minacciati da esseri dall’apparenza ferina, espressione di una natura primordiale. A forze magiche e irrazionali attingono gli esseri umani quando si tratta di conquistare un amante riluttante; pozioni e incantesimi sono strumenti di Venere, ma di una Venere rovesciata e pericolosa. Il percorso della mostra prosegue nelle stanze aristocratiche, come nella dimora della cortigiana, luoghi dove Venere è costantemente raffigurata. Con lei si misurano le donne contemporanee, che il paragone letterario spinge verso il modello mitologico: la bellezza sublime della dea è la caratteristica che definisce le donne meritevoli del ritratto. Le loro immagini vengono presto raggruppate, come quelle della dea e di eroine antiche, in camerini tematici, come le stanze delle Belle.

Dosso Dossi, Il risveglio di Venere (1524-1525 circa; olio su tela, 120 x 157 cm; Bologna/Milano, Collezione Magnani, pro-prietà Unicredit Milano) © Collezione UniCredit Milano
Dosso Dossi, Il risveglio di Venere (1524-1525 circa; olio su tela, 120 x 157 cm; Bologna/Milano, Collezione Magnani, pro-prietà Unicredit Milano) © Collezione UniCredit Milano


Giulio Romano e allievi, Volta della Camera dei Giganti (1530-1534; affresco; Mantova, Palazzo Te). Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te
Giulio Romano e allievi, Volta della Camera dei Giganti (1530-1534; affresco; Mantova, Palazzo Te). Foto: Gian Maria Pontiroli © Fondazione Palazzo Te

Le dichiarazioni

“Tempi straordinari come quelli che abbiamo vissuto in questi mesi”, dichiara Stefano Baia Curioni, direttore di Palazzo Te, “chiedono alle istituzioni culturali risposte capaci di ridonare modi, tempi, luoghi degni dell’umano. Non occorre per questo uno sforzo particolare, forse solo la forza di rammemorare, di custodire evidenze semplici: per stare bene abbiamo bisogno di avere i piedi per terra, la schiena diritta e la testa in cielo; abbiamo bisogno della presenza degli altri; abbiamo bisogno di pensare che sarà possibile ripristinare un’armonia anche al di fuori delle nostre mura domestiche. Per tutti questi motivi, pur essendo consapevoli dei rischi che questa scelta può comportare, abbiamo deciso di dedicare le attività di quest’anno alla figura di Venere e ai suoi miti. Una figura antica e ben radicata nellatradizione greca, che è filtrata nella tradizione romana e poi rinascimentale, riverberando i suoi canoni e le sue eccezioni fino a noi. Afrodite/Venere è una dea molto particolare, figlia di un amore privo di misura tra Urano e Gea, assume il compito di riannodare i fili spezzati, di ricongiungere il cielo e la terra. La sua bellezza è conseguenza fulgente dell’armonia, della nuova pace, e lo stesso è la fertilità, la capacità di generare che essa continuamente rinnova. Palazzo Te è un luogo mitico nel senso che in esso vivono e rivivono i miti antichi, trasfigurati dall’incipiente modernità che urge, ma ancora non trova un volto. E ogni volta anche oggi, in modo sorprendente, la potenza narrativa del mito si risveglia davanti agli occhi di chi si aggira nelle sale, raccontando storie che consentono di risalire a esperienze antiche ma fondative dell’umano. Per questo motivo abbiamo narrato i principali miti narrati dalla pittura di Palazzo Te nella pagina Mnemosyne del sito della Fondazione. Per questo ora abbiamo scelto di parlare di Venere: perché era importante proseguire la riflessione sul femminile, cominciata nel 2018 con il programma sull’Annunciazione tra Tiziano e Gerhard Richter e rilanciata poi con Giulio Romano: arte e desiderio nel 2019, e soprattutto ci è sembrato importante impegnarci in un augurio di armonia lungo un anno. Ma la scelta si è certamente confermata quando abbiamo visto che a Palazzo Te sono rappresentate più di venticinque figure di Venere, concentrate nella sala di Sole e Luna enella sala di Amore e Psiche, ma anche presenti in altri punti cruciali del percorso di visita. Perché Venere ha questo peso nell’iconologia di un palazzo dedicato alla metamorfosi, alla festa e alla politica? Certamente perché tale metamorfosi è orientata dalla figura di Eros, figlio di Venere, non molto diverso dalla madre. Forse anche perché Venere custodisce e bilancia Eros, divino desiderio, e lo riporta in una sorta di luogo d’origine, quegli istanti di armonia nei quali si iscrivono in modo irresistibile le stimmate della bellezza“.

“Palazzo Te”, afferma Mattia Palazzi, sindaco di Mantova, “è patrimonio dell’umanità. Ben noto agli studiosi di tutto il mondo, simbolo vivente di cultura e di arte. Oggi, giustamente, si pone all’avanguardia tra quei luoghi illustri che intendono riaprire le loro porte, inaugurando un nuovo cammino di ricerca, di esposizioni e di confronto. Ma Palazzo Te è anche dimora amata da tutti i cittadini mantovani, che periodicamente esplorano queste sale, ammirando la bellezza riunita da Giulio. Il maestro dell’invenzione riuscì qui a inaugurare e a consolidare una rivoluzione estetica che mutò il corso dell’architettura e della pittura stessa, divenendo punto supremo di sintesi tra gli ideali della Grecia classica, della Roma antica e della nuova Roma di Raffaello. La rivoluzione giuliesca, appunto, ci parla ancora oggi. Lo fa nel segno del fasto e della meraviglia, accompagnando con un sospiro poetico le divinità che percorrono le pareti, i camerini, i saloni, le logge, oggetto nei nostri anni di un accurato intervento e di una nuova valorizzazione. La Fondazione Palazzo Te ha dunque saggiamente deciso, d’intesa con l’amministrazione comunale, di immaginare un intero anno dedicato alla figura di Venere, che riassume la forte componente sensuale delle pitture cinquecentesche, l’intreccio volubile fra modernità e arte classica, ed è infine esempio eccelso della variazione continua di modi e di stili che qui si attua. Così Venere, a partire dalla celebre sala di Amore e Psiche, è la dea che sembra sovrintendere all’intero sviluppo della narrazione che si svolge tra questi affreschi e questi stucchi. Lei, la madre di Enea, è già dall’epoca di Virgilio l’esemplificazione del desiderio stesso, dell’anelito creativo, della sopravvivenza di una dinastia. Grazie alla preziosa collaborazione con Palazzo Ducale, la Fondazione ha quindi proposto un cammino in tre tappe, che svela le molteplici Veneri presenti di fronte al nostro sguardo. Schiudere le porte, avvicinarsi ai visitatori, stimolare gli studiosi a nuove indagini e interpretazioni è il momento di partenza per la rinascita culturale della nostra città e, vorremmo dire senza modestia, anche dell’Italia tutta. Seguendo le opportune precauzioni, ma indirizzati verso un’apertura ancora più ampia, e confortati dall’ottimo esito della mostra precedente su Giulio Romano, auspichiamo che questo sia uno dei tanti passi che la nostra comunità culturale compie, mentre prosegue l’eccellente progettazione compiuta dalla Fondazione, dalsuo Presidente e dal suo Direttore, seguendo nel tempo gli stimoli che il nostro tempo propone, legando, come qui è sempre accaduto, l’arte del passato alle proposte più vive e attuali”.


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