Francesca Cappelletti (Galleria Borghese): “il nostro museo dev’essere un organismo vivente”


Intervista alla nuova direttrice della Galleria Borghese, Francesca Cappelletti, che ci illustra le sue idee per il museo romano.

La storica dell’arte Francesca Cappelletti è stata nominata a settembre nuova direttrice della Galleria Borghese, e si è insediata nel suo ruolo da alcune settimane. Cappelletti era già membro del comitato scientifico della Galleria e ha alle spalle una lunga esperienza negli studi storico-artistici, come docente universitaria, come curatrice di diverse mostre e con la partecipazione a importanti progetti in musei italiani e stranieri. È però la sua prima volta alla guida di un museo delle dimensioni della Galleria Borghese: come cambierà lo storico istituto romano sotto la sua guida? Qual è la visione della nuova direttrice per il museo? Come la Galleria Borghese sta affrontando l’emergenza Covid-19? Abbiamo sentito Francesca Cappelletti in questa intervista a cura di Federico Giannini.

Francesca Cappelletti
Francesca Cappelletti

FG. Per tanti dirigere un museo del livello della Galleria Borghese è il sogno di una carriera: per una storica dell’arte com’è Lei cosa significa aver ottenuto questo incarico così prestigioso?

FC. Per me, a livello personale, significa soprattutto mettere un po’ più di concretezza nei miei studi. Questo è un luogo che io conoscevo e frequentavo moltissimo, fin da bambina e da studentessa, e poi ovviamente da studiosa, perché è stato anche argomento del mio lavoro: ho studiato tanto il collezionismo romano e molti degli artisti che qui sono conservati, dalla bottega del Cavalier d’Arpino al Caravaggio giovane, oltre a diversi aspetti della cultura romana tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, come la convivenza di molti pittori nordici con i pittori italiani... e quasi tutto quello che c’era nella bottega del Cavalier d’Arpino dal 1607 fa parte delle collezioni di Scipione Borghese. Sono tutti opere e argomenti che ho molto frequentato, quindi mi ritrovo un po’ a... nuotare nel mio mare! Con in più forse la consapevolezza, dopo tanti anni di università, di quanto si possa fare dal punto di vista della ricerca, dello studio e anche della formazione all’interno dei musei. Spero che quindi questa esperienza possa essere utile al museo: la mia speranza è quella che io possa essere utile al museo nei prossimi anni.

Partiamo dicendo che la Galleria Borghese è sicuramente un museo che fa storia a sé rispetto a tanti altri, perché in Italia (ma non solo) sono pochi le collezioni storiche delle dimensioni e dell’importanza della Galleria Borghese e ancor meno sono i musei nei quali la raccolta storica è da sempre legata al luogo che la accoglie fin dalle sue origini. Quali sono a Suo avviso le principali difficoltà nel gestire un sito complesso come la Galleria Borghese e quali sono le idee che vuole mettere in campo con la Sua direzione?

È una complessità che non mi spaventa: è legata ovviamente alla natura dell’edificio ma anche a questa forza straordinaria che la collezione trae dal suo legame con l’edificio. È vero: non siamo all’interno di un museo modernissimo, e quindi occorre lavorare molto su restauro, manutenzione continua, conservazione, e anche sull’accoglienza del pubblico e sulla possibilità di distribuire le opere in maniera che tutto sia comprensibile in uno spazio che non è stato concepito per un museo moderno. Tutto questo crea una serie continua di necessità alla gestione del museo che sono soprattutto quelle di aver a che fare con un edificio storico. Questo però secondo me è compensato dalla straordinaria forza di comunicazione anche immediata di questa armonia tra contenitore e contenuto. Questo significa che non ci si può solo focalizzare sulle opere (al di là dei singoli capolavori straordinari, come i dipinti di Caravaggio, i grandi gruppi di Bernini, l’Amor Sacro e l’Amor Profano di Tiziano, la Deposizione di Raffaello... mi sta più a cuore tutto l’insieme della collezione), ma cosa ancor più importante è che qui tutto racconta una storia: la storia del collezionismo romano del Seicento, la storia dei meccanismi di produzione e di acquisizione delle opere, e anche una storia importantissima, di cui magari molti non si rendono conto a prima vista, che è quella della seconda metà del Settecento. Tutto quello che c’è all’interno della Galleria dal punto di vista della decorazione e dei raccordi tra le opere, è infatti opera di un architetto straordinario, Antonio Asprucci, che lavora per Marcantonio IV Borghese dal 1775 in poi: visitando il museo abbiamo la possibilità di capire cosa fosse Roma in quest’ultimo quarto del Settecento. La mia idea, rispetto a questa complessità, è di cercare di portarla il più possibile verso il pubblico senza nasconderla, ma facendo in modo che si possa comunicarla non riducendosi e appiattendosi sul capolavoro, ma narrandola per intero, anche nelle sue accezioni più originali e colorate (come quella del Neoclassicismo a Roma, ad esempio). Sembra una cosa minima, ma vorrei mettere, ad esempio, delle didascalie anche per i tavoli di Valadier, per la progettazione dei camini e per altri elementi degli apparati decorativi. È chiaro che chi viene per la prima volta alla Galleria Borghese non ha il tempo di concentrarsi su questi aspetti, però sono elementi dell’insieme che non vanno trascurati. Quindi molta attenzione per questa fase più tarda, molta attenzione alla ricchezza e all’originalità nell’uso e nella lavorazione dei materiali, molta attenzione a far percepire che la collezione è un organismo che respira tutto insieme e che non è mai stato (specialmente la collezione di Scipione Borghese nei primi anni del Seicento) un punto di arrivo, ma una potenziale fonte d’ispirazione per tutti gli artisti che ci sono passati dopo, un punto di partenza per le ricerche degli artisti, per le emulazioni dei mecenati e degli altri collezionisti del periodo. Se si vede il museo in questa maniera, con tutte queste storie che s’intrecciano, si scoprirà che non è un deposito di oggetti. E questa è la cosa più importante: non vogliamo vedere il museo come una realtà fissa, ma come un organismo vivente. Anche per la ricerca: stiamo infatti pensando di intensificare i rapporti con le università.

Dunque si punterà molto sugli aspetti, per così dire, meno noti.

Sì, si tratterà di portare al pubblico gli aspetti meno noti. Poi ovviamente non vogliamo certo nascondere che noi abbiamo l’Apollo e Dafne di Bernini. Ma anche sui capolavori più noti si può lavorare in questo senso: per esempio, l’Apollo e Dafne di Bernini non è sempre stato al centro della stanza in cui si trova oggi, si trovava addossato a una parete. In questo caso si può per esempio parlare di come sono cambiati i criteri di osservazione dell’opera d’arte, perché si è arrivati a scelte che a noi oggi sembrano incontrovertibili: oggi visitando la Galleria Borghese ci sembra che sia sempre stata così, ma in realtà... niente è sempre stato così dentro alla Galleria Borghese! La Paolina di Canova, per esempio: prima stava in una delle sale del primo piano, è scesa in un secondo momento. E poi ancora il Ratto di Proserpina di Bernini non era nella collezione di Scipione Borghese ma veniva dalla collezione Ludovisi. Insomma, credo che ci siano tante cose che ci fanno immaginare che questo mondo dei primi del Seicento e della fine del Settecento fosse più interessante e movimentato di quello che possiamo pensare. Lavoreremo poi molto sui depositi: anche questo è un aspetto poco noto al pubblico ma che merita d’essere approfondito.

La Galleria Borghese
La Galleria Borghese


Il Salone di Mariano Rossi. Ph. Credit A. Novelli
Il Salone di Mariano Rossi. Ph. Credit A. Novelli


Un dettaglio dell'Apollo e Dafne di Bernini. Ph. Credit Alessandro Pasquali - Danae Project
Un dettaglio dell’Apollo e Dafne di Bernini. Ph. Credit Alessandro Pasquali - Danae Project

E ci sono sempre più musei che proprio per trasmettere al pubblico questo tipo di conoscenze, che si tratti di aspetti meno noti in generale o di elementi poco conosciuti attorno a grandi capolavori, organizzano dei piccoli approfondimenti, delle piccole mostre. E se parliamo di mostre non posso fare a meno di pensare al fatto che una delle sfide che ha sempre caratterizzato questo museo è proprio quella delle mostre temporanee: abbiamo visto, negli ultimi anni, in questi spazi, mostre di grande valore e mostre ovviamente meno riuscite perché spesso è stato molto difficile far dialogare le opere con il luogo. Qual è il Suo programma per quel che riguarda le mostre?

Mi sono resa conto anch’io, in passato, del grandissimo valore di molte delle mostre ma anche della difficoltà di utilizzare spazi come questi con le mostre, perché, anche sulla base di quello che ci siamo detti sinora, è evidente che quello della Galleria Borghese è uno spazio molto definito e molto armonico: bisogna essere davvero bravi a inserirci delle opere. In questo Anna Coliva [ex direttrice della Galleria Borghese, ndr] era molto brava, però lo spazio è sicuramente difficile. Quando ripartiremo, recupereremo una mostra progettata nel 2020, che non si è potuta fare per il Covid, dedicata a Damien Hirst, già definita e organizzata con l’artista (comincerà a maggio). Poi credo ci sia una riflessione da fare sulle mostre (sperando non solo di tornare alla vita di prima, ma a una vita molto più intensa dal punto di vista culturale): le mostre pongono molti limiti, soprattutto in questo periodo. Io penserei più a mostre che emergano da opere della collezione che sono state meno approfondite e che necessitano di maggiori studi e confronti. Ecco, io starei su questa linea: interrogare la raccolta. Fare in modo che le mostre che organizzeremo abbiano un legame solido con le opere della Galleria Borghese.

Ecco, abbiamo fatto anche un riferimento alla situazione contigente, tema su cui purtroppo non possiamo glissare in questo momento... ! Sentiamo spesso dire che nell’immediato futuro avremo soprattutto un turismo di prossimità: per un certo periodo dovremo fare a meno dei flussi di visitatori stranieri, quindi occorrerà lavorare soprattutto sul pubblico locale. Come pensa di raggiungere l’obiettivo di far sì che più romani o comunque più abitanti del territorio, che magari non avevano mai fatto caso a questo museo, comincino invece a prender confidenza con la Galleria Borghese?

Abbiamo già cominciato in questo periodo una campagna di comunicazione tramite social e web, creando anche lezioni e video sulle singole opere, cercando di mantenere molto vivo il nostro rapporto con il pubblico, anche con quel poco pubblico internazionale che è rimasto a Roma (per esempio gli studenti delle accademie straniere: abbiamo avuto anche il direttore dell’Accademia di Francia e la direttrice di storia dell’arte dell’American Academy che hanno fatto una clip per noi). È chiaro che insisteremo proprio sulla parte meno nota della Galleria anche con questi strumenti, perché magari il pubblico che già conosce la Galleria Borghese non pensi di aver visto tutto e sappia che alla Galleria Borghese si possono vedere e imparare tante cose nuove. Stiamo proponendo nuovi appuntamenti di continuo, ampliando il ventaglio delle opere che di solito il visitatore ammira quando viene a visitare la Galleria Borghese, cercando di incuriosire il pubblico su questi aspetti della decorazione.

Molto digitale, dunque: e su questo argomento qual è il vostro approccio, come utilizzate questo strumento per raggiungere il pubblico?

Noi cerchiamo di produrre delle letture con regolarità: credo che sia giusto che il direttore e i curatori vadano nelle sale e scelgano delle opere in maniera molto sintetica e molto efficace e ne parlino. Noi abbiamo fatto questo. Poi, per tentare di collegarci anche a un pubblico più internazionale, abbiamo avviato l’iniziativa Sguardi da lontano (storici dell’arte stranieri che risiedono a Roma e che parlano delle opere del museo, in chiave spesso anche molto moderna). E tutto questo anche per proporre angolazioni nuove, sempre proposte da studiosi, su opere che magari non tutti conoscono o che magari non rappresentano le prime cose che uno vede quando va alla Galleria Borghese. Poi, non potendo fare letture di libri o presentazioni di libri o conferenze e convegni, abbiamo studiato una modalità particolare: un giro in galleria fatto da un autore che racconta il suo libro. È comunque un’iniziativa che ha tempistiche molto veloci: utilizzando il digitale dobbiamo sfruttare lo strumento e quindi non pensare di proporre un’ora di conferenza online perché magari è più complicata da seguire. Il 2021 per esempio lo abbiamo cominciato con Aldo Cazzullo che ha parlato del suo libro su Dante: il video è stato molto visto e ripreso, quindi siamo stati molto contenti d’iniziare l’anno in questo modo. Cerchiamo poi di aggiornare il nostro pubblico su tutto ciò che avviene nella Galleria: per esempio, abbiamo documentato l’arrivo del dipinto di Guido Reni che abbiamo comperato, anche con una piccola spiegazione del quadro. Anche da questo punto di vista usiamo il digitale per tenerci in contatto quasi in diretta su ciò che accade in galleria. E poi andremo avanti con queste rubriche cercando anche di specializzarci come pubblico: vorremmo cioè fare qualcosa per i ragazzi, per i bambini, per fasce di età diverse (qui si tratta però di progetti ancora in corso di produzione).

Un altro tema di cui si parla molto in questo periodo è quello della sostenibilità, un problema fondamentale per un museo autonomo come la Galleria Borghese. Ha già pensato a come gestire la situazione anche dal punto di vista della sostenibilità?

Premetto che, essendo qui da soli due mesi, parlo soprattutto di argomenti che ho assorbito dal dibattito pubblico nazionale e internazionale più che dall’esperienza: i musei hanno vissuto un momento di crisi, e fino alla riapertura sarà così, sarà la normalità. È chiaro che dobbiamo un po’ fare i conti con le possibilità ridotte che noi abbiamo adesso. Anzi, credo che il sistema dei musei italiani abbia una maggiore tenuta rispetto ai sistemi di altri paesi: leggo ad esempio di molte istituzioni straniere, anche molto prestigiose, che devono licenziare il personale, o si trovano senza donazioni private dalle quali dipendono. Noi abbiamo una situazione difficile perché siamo chiusi e non possiamo accogliere il pubblico, e dobbiamo utilizzare in maniera diversa i nostri strumenti di collegamento con il pubblico perché il museo non può rinunciare alla sua funzione sociale, e quindi chiaramente dev’essere presente nella vita delle persone. Questo per adesso lo possiamo fare attraverso il digitale, e poi continuando a studiare e a lavorare per essere pronti quando apriremo. Dal punto di vista della sostenibilità credo che al momento ci sia poco altro da dire.

Il museo non può rinunciare alla sua funzione sociale”: ed è proprio secondo quest’idea che i musei stanno lavorando così alacremente in questo periodo difficile. Secondo Lei come usciranno i musei da questa esperienza e come dovranno farsi trovare appena le porte riapriranno?

Da quello che vedo (perché ovviamente cerco anche di guardare cosa stanno facendo gli altri mentre faccio e cerco di realizzare i progetti per noi) mi pare che tutti stiano approfittando di questo periodo un po’ per riflettere sulle collezioni, quindi per fare quei lavori di manutenzione di conservazione, di restauro e di studio che c’è meno possibilità di fare in presenza del pubblico. Noi per esempio abbiamo restaurato anche un mosaico pavimentale, operazione ovviamente molto difficile a museo aperto (lo si faceva di lunedì a museo chiuso). E poi anche noi abbiamo fatto lavori di manutenzione sia ordinaria sia straordinaria. Noi dunque abbiamo utilizzato questo tempo per farci trovare più pronti. È chiaro che quando i musei riapriranno, riapriranno in maniera sicura, più ordinata. In altre regioni hanno già aperto, ed è importante che ci sia questa possibilità. Noi ovviamente speriamo di riaprire il prima possibile: saranno riaperture in sicurezza, e spero che chi verrà alla Galleria Borghese troverà delle indicazioni maggiori per la visita e poi, siccome i numeri saranno molto contenuti, avrà anche in più la possibilità di osservare le opere in una maniera anche diversa, con meno folla, con più concentrazione, con più lentezza, per questo primo periodo.

Chiudo l’intervista con una domanda che trae spunto dal filmato introduttivo della nuova serie di video che la Galleria pubblica sui social, dove Lei dice questo: “Leggeremo poesie, leggeremo letteratura contemporanea, per cercare di stabilire sempre di più questo nesso tra il passato, la memoria e la nostra vita di oggi”. Come si rende contemporaneo un museo d’arte antica come la Galleria Borghese?

Mi sono resa conto di quanto molte di queste opere abbiano avuto anche delle letture recenti, da parte di artisti, di scrittori, di registi. Potrei citare, ad esempio, una raccolta di saggi di Zadie Smith che si chiama Feel Free, dove viene descritto a lungo l’Apollo e Dafne, ma viene descritto in chiave di amore impossibile, d’impossibilità di arrivare alla realizzazione di un desiderio anche da parte di un dio come Apollo. Non mi riferisco naturalmente alla possibilità di lanciarsi in interpretazioni avventurose o improponibili dei soggetti, ma alla possibilità di vedere in una lettura di alcune personalità un riflesso che secondo me è molto contemporaneo. Ecco, penso che ci sia la possibilità di leggere molte opere in una chiave che consista nel capire come l’arte abbia un potere catartico, di riscatto delle passioni e delle sofferenze. Proporre anche delle letture più contemporanee, sempre fatte da artisti o da scrittori, sia un modo anche di rendere più vicine queste opere a uno sguardo contemporaneo. Io penso che il desiderio di specchiarsi nei grandi capolavori vada anche un po’ oltre quello di comprendere il passato: io vorrei che la Galleria Borghese aiutasse a comprendere le opere del passato e la loro storia, però ogni volta ci ritroviamo in queste definizioni di grandi momenti (dalla scultura di Bernini a Caravaggio al concetto stesso di barocco) che abbiamo attualizzato il più possibile. Credo quindi che queste relazioni siano una possibilità in più che noi diamo alle opere d’arte per rispecchiare quello che viviamo, e io ho molta fiducia in questo.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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