Luca Rossi dà i voti a più di 60 artisti contemporanei: ecco la Guida Michelin-o 2026


Luca Rossi dà le pagelle (commentate) a oltre 60 artisti contemporanei: ecco l’edizione inverno 2026 della Guida Michelin-o. Che aggiorneremo ogni sei mesi.

Se nel mercato dell’arte ci sono prezzi diversi evidentemente ci saranno “valori” diversi. Il valore è diverso dal prezzo, ma contribuisce ad esso insieme ad altri elementi. Ma perché nessuno ne parla? Intorno al mercato e alle fiere d’arte c’è un clima di omertà e soggezione in cui fare certe domande appare scomodo, sconveniente e imbarazzante: se un’opera d’arte non ha un valore per la nostra vita possiamo farne a meno. Come accade con la guida Michelin nella ristorazione internazionale, nel 2022 ho pensato di presentare la Guida Michelin-o che, oltre all’omonima guida della ristorazione, fa riferimento ad una delle entrate storiche della Fiera di Bologna, l’entrata “Michelino”. Questa guida, giunta all’edizione 2026, porta con sé l’augurio di essere solo la prima di tante voci che insieme potranno stimolare un maggiore confronto critico e orientare pubblico e collezionisti. Negli ultimi trent’anni, l’arte contemporanea è uscita dai musei e vive in mezzo a noi, se non ci occupiamo di arte contemporanea la peggiore arte contemporanea si occuperà delle nostre vite e saranno guai.

Il prezzo di un’opera d’arte dovrebbe dipendere da tre elementi che andranno a determinare un rating da 1 a 100:

1) All’80% dal valore artistico dell’opera che può essere argomentabile, ponendo l’opera in relazione alla storia dell’arte e al presente. L’opera è testimone di modalità di valore utili a leggere e resistere al nostro tempo.

2) Al 20% dal curriculum vitae dell’artista, ossia la carriera dell’artista stesso. Le opere già realizzate, le mostre in luoghi “importanti” che hanno saputo evidenziare il valore dell’artista (punto uno).

3) Al 10% dal sostegno del sistema che può essere una “stampella spezzata” che può avere un ruolo ma deve essere marginale, sia per non creare squilibri nei prezzi che per non far sedere gli artisti sugli allori. Se il sostegno è eccessivo abbiamo un “doping delle pubbliche relazioni” che sul lungo periodo andrà ad intossicare l’artista stesso.

Oggi il primo parametro viene dato per scontato in base al terzo parametro, dove 2-3 persone possono influenzare il secondo. Quindi il terzo parametro conta quasi il 100% nel determinare le opportunità e il valore (presunto) dell’artista. Alla lunga questa indeterminatezza disincentiva l’acquisto del contemporaneo a vantaggio di artisti moderni e anni Novanta con parametri di valore e di prezzo più definiti nel corso di molti anni.

Adesso prenderemo in esame alcuni artisti nazionali e internazionali a cui verrà dato un Voto:, il Voto: insieme al secondo e al terzo indice del rating, determinerà il prezzo per un’opera dell’artista nelle misure standard di 50×50 cm. Inoltre ad alcuni artisti verranno date 1,2 o 3 stelle Michelino come riconoscimento ulteriore esattamente come avviene nella ristorazione. Ogni sei mesi andremo a modificare e aggiornare questa lista.

Luca Rossi, If you don't understand something search for it on YouTube (2025; pennarello nero su camicia bianca)
Luca Rossi, If you don’t understand something search for it on YouTube (2025; pennarello nero su camicia bianca)

La guida

Lulua Alyahya. Ancora pittura dal sapore vintage e modernista, saudita ma che ha studiato a Londra. Se si chiamasse Maria Ciccarelli faremo fatica a trovarla nell’ultima galleria di Bari. Ancora terza via, ma qui sembra che il nome esotico rispetto la scena occidentale faccia praticamente da solo il dipinto. Voto: 3,5.

Yuri Ancarani. In pochi giorni e a pochi chilometri di distanza fa due mostre personali, al MAMbo di Bologna e al PAC di Milano. Se però spegniamo i proiettori i due musei rimangono vuoti. A dimostrare la crisi del dispositivo opere d’arte che nel lavoro di Ancarani trova stratagemmi narrativi per salvarsi un pochino. Molto sostenuto dallo stesso Cattelan una decina di anni fa (Ancarani era diventato il videomaker delle imprese di Cattelan), riesce ad affermarsi come artista e regista tra cinema e arte contemporanea. Il recente Atlantide (più di 100 minuti) appare bolso e lento, cercando di fare il verso allo “stile Sorrentino” che già di per sé presenta non pochi problemi. Altre volte scivola eccessivamente nella dimensione del documentario, come nel film Leonardo. L’aiuto di Cattelan, che lo proponeva sistematicamente in molti ambiti (Moma, Guggenheim, Galleria Zero, produzione di film), ha sicuramente aiutato la sua ricerca ma non basta, la magia de Il Capo (2010) fatica a ritornare. Voto: 4,5.

Giulio Alvigini. Meme e battute pungenti sul mondo dell’arte, sempre sul confine tra satira e opere d’arte. Troppo concentrato a far ridere dei problemi invece che risolverli, soprattutto perché ridono, spesso e a denti stretti, solo gli addetti ai lavori. Dovrebbe sviluppare più opere d’arte autonome fuori dalla critica istituzionale dei meme. Voto: 5,5.

Giorgio Andreotta Calò. Artista super sostenuto in Italia e che non è ancora riuscito ad avere un riconoscimento internazionale, nonostante avesse ottimi sostegni. Anche lui affetto dalla Sindrome del Giovane Indiana Jones: carotaggi da sotto terra, opere informali come le clessidre erose dall’acqua (le tele fatte dai ragni di Sartelli negli anni Cinquanta), opere che indagano le profondità dei mari, camminate alla Richard Long e conchiglie marine che sembrano reperti archeologici. Benino il suo Padiglione Italia ma sempre giocato su atmosfere lugubri da scavo nelle profondità. Voto: 4.

Francesco Arena. Sindrome del Giovane Indiana Jones riferita alla rielaborazione accademica dell’arte povera. Perfetto per un pubblico e un mercato che hanno già negli occhi l’immaginario dell’arte povera. Troppo derivativo. Voto: 3,5.

Ethan Assouline. Installazioni complesse e poetiche realizzate con oggetti trovati e sue poesie, forse il massimo che si può fare sul piedistallo oggi. Alcuni passaggi molto interessanti. Voto: 6.

Massimo Bartolini. Invitato al Padiglione Italia 2024, troppo perso nello Smart Relativism dove può andare bene tutto e il contrario di tutto. Voto: 4.

Claudio Coltorti. Ottima terza via. Voto: 7.

Jacopo Benassi. trova una temperatura autentica e personale nella fotografia, tra Tillmans e Nan Goldin. Belle anche se ripetitive e ammiccanti le sue sovrapposizioni di opere e fotografie. Anche lui totalmente ripiegato nella fascinazione archeologica del mercatino sotto casa. Troppo fermo su questa soluzione e alcune performance “finto punk” fatte dentro la galleria o il museo fighetto e borghese. Ultimamente troppo ripetitivo con le foto sovrapposte, in Quadriennale arriva a nascondere completamente la foto cadendo rovinosamente nelle secche del Novecento, con artisti tipo Man Ray, Piero Manzoni e Christo. Voto: 5.

Riccardo Benassi. Una buona intuizione con i messaggi che arrivano poetici nei visori che sembrano quelli del bus... poi però altri progetti più fragili e confusi. Dovrebbe ottimizzare meglio una certa attitudine che potrebbe diventare molto efficace. Non bene recentemente al Premio Maxxi con cani robotici, troppo Robocop 2.0. Voto: 4,5.

Meriem Bennani. Esplora il potenziale della narrazione amplificando la realtà attraverso il ricorso a un immaginario fantastico e all’umorismo e la commistione tra linguaggi tipici dei video di YouTube, della reality TV, dei documentari, dell’animazione e dell’estetica delle grandi produzioni. Una sorta di realismo magico che alla fine diventa un “cose a caso”, buona impostazione ma ferma ad una contemplazione scolastica e didattica del potenziale. Anche lei di origine marocchine. Se sei di Viterbo centro non conti niente. Voto: 4,5.

Luca Bertolo. Eclettismo colto e giocoso. Ogni opera sembra fregare una lettura banale della pittura. Ottimo interprete della pittura che io ritengo oggi terza via percorribile con efficacia. Ultimamente alla Quadriennale molto opaco. Voto: 5.

Monica Bonvicini. Artista tra i 4-5 italiani che hanno posizionamento internazionale, propone da anni lavoro rigoroso rispetto ai rapporti di potere, con cinghie, catene e atmosfere minimal. Negli ultimi anni meno a fuoco e arriva in finale a tre per il Padiglione Italia 2022, poi vinto da Tosatti-Viola. Evidentemente ripresenta questo progetto dopo pochi mesi alla Neue Nationalgalerie diretta dal super curator Klaus Biesenbach, esponente di una generazione di curatori-star, ma con opere deboli non può funzionare. Interessante quando chiede al pubblico di rimanere in manette per tot tempo nella sua mostra (ma allora più a fuoco su questo Santiago Sierra). Negli ultimi anni ha vissuto di rendita e non ha sviluppato in modo realmente efficace il suo lavoro. Voto: 5.

Chiara Camoni. Perfetto esempio della Sindrome del Giovane Indiana Jones, atmosfere primitive piacione, fate e lavoretti in argilla. Scelta dal Ministero per il Padiglione Italia 2026, come se oggi il potere volesse dire “ok le donne ma che facciano piacevoli lavoretti decorativi e non rompano troppo le scatole”. Voto: 4.

Ludovica Carbotta. Interessante agli inizi con opere per una strana idea di città, e poi gli interventi rigorosi e incelofanati ad una collettiva al MAMbo. Poi bel progetto per il Premio Maxxi 2018, anche se molto carico di cose. Ma poi, favorita probabilmente da Patrizia Sandretto, fa la Biennale di Venezia del 2019 e si perde in tanti box scultorei, tutti diversi, come esercizi di stile. Si trasferisce in Spagna poi recentemente in un progetto personale da OGR Torino, stesso ambiente che l’aveva sostenuta, e con grandi lavagne ed esperti di ogni settore a parlare. Lavagne ed esperti di ogni ambito danno la sensazione di voler trovare valori ed ogni costo, per poi restituire tutto in una dinamica aperta, troppo, dove si vuole includere tutto e il suo contrario. Poi ancora Lorenzo Balbi la inviterà per una personale al MAMbo tramite i fondi Italian Council nel 2024. Benissimo il sostegno ad oltranza ma prima bisogna fermarsi e avere un lavoro definito e robusto, mentre Ludovica sembra ancora in una dinamica acerba e accademica. Tutte queste opportunità senza un lavoro robusto diventano un boomerang che cristallizza percorsi ancora acerbi. Voto: 5,5.

Maurizio Cattelan. Grandi anni Novanta, ottima attitudine, crisi dal 2001 al 2018 gestita da gigione, vivendo di rendita. Capolavoro con la banana nel 2019. Può piacere o non piacere ma modalità a fuoco: l’incapace consapevole che risolve la situazione con arguzia e ironia amara. Voto: 7. 2 Stelle Michelino.

Giulia Cenci. rimasta ad una dimensione accademica e acerba prima nella rielaborazione informale poi nella scomposizione del corpo. Anche lei estetica archeologica, sia essa in stile “scavo Pompei” o immaginario post industriale. Come Tosatti e Senatore le pubbliche relazioni la spingono a ripetere all’infinito forme deboli che rischiano di cristallizzarsi e diventare un problema. Ancora più depotenziata recentemente a Palazzo Strozzi, il doping delle PR intossica e invecchia, come se avesse già 90 anni. Voto: 4,5.

Gabriel Chaile. Artista molto amato dai curatori cool internazionali e invitato con i suoi grandi forni tradizionali alla Biennale 2022 di Cecilia Alemani. Sindrome del Giovane Indiana Jones che però si salva con una forte autenticità e una resa formale originale. Vorremmo però vedere altro. Voto: 6.

Ali Cherri. Vincitore del Leone d’Argento alla Biennale di Venezia 2022, come migliore artista giovane. Indovinate cosa fa? Statuette di fango che sembrano proprio di un qualche museo archeologico. Super Sindrome del Giovane Indiana Jones, anche con poco esuberanza formale. Voto: 3,5.

Roberto Cuoghi. Recentemente al Friedicianum con una personale che non convince. Lavoro poco a fuoco, tante cose poco incidenti. Anche lui della generazione di Zuffi e perso, negli ultimi anni, in una sorta di archeologia (spesso “marina”), e poi ricordiamo la sua Imitatio Christi al Padiglione Italia 2017. Anche lui Sindrome del Giovane Indiana Jones con opere che vogliono intrigare come reperti “stranissimi”. Ottimo sostegno del Clan Cattelan fino a passare dalla Galleria De Carlo al colosso Hauser and Wirth, dove qualsiasi cosa, buttata nello stand in fiera, assume valore e diventa comunque interessante. Ultimamente molto bene al Premio Pascali. Voto: 6.

Binta Diaw. Buone intuizioni che non cadono nella retorica “Africa”, nella reiterazione però c’è il rischio di diventare monile esotico per un nuovo colonialismo subdolo... quasi per pulire le coscienze nei confronti del dramma migratorio. I problemi di un sistema critico che non è vitale e leale si vedono soprattutto sul lungo periodo: dopo molti anni ci accorgiamo di procedere in un deserto, oltre ai “soliti noti” sostenuti ad oltranza dal sistema non troviamo reali alternative. Il sistema dopo aver seccato i pozzi si butta su nuovi esotismi che rischiano di trasformare queste artiste in “monili esotici” per un colonialismo di ritorno. Le opere di artiste in cui è evidente il richiamo alla loro cultura di appartenenza diventa come una bella stampa su un paio di pantaloni che possiamo trovare alla Rinascente o da Zara a Milano. Non solo: apprezzare artiste come Binta Diaw (o come Monia Ben Hamouda) significa anche pulirci un po’ le coscienze rispetto le condizioni disperate di molti migranti provenienti dai paesi di origine di queste artiste. Se un artista di Viterbo, Palermo o Bolzano usasse le spezie che vede usare in casa da lanciare sulle sue sculture, o i suoi capelli come trame da mettere sul pavimento, non ci farebbe alcun effetto. Se lo fanno artiste tunisine o africane ecco che tutto diventa immediatamente “interessante” agli occhi dei curatori e dei collezionisti occidentali. Siamo un po’ come Cristoforo Colombo che arriva sulle sponde delle Indie e delle Americhe, non ci rendiamo conto che accettiamo l’Altro e il Diverso solo nella misura in cui troviamo opere d’arte stereotipate, “già digerite” e “accettabili”, e non per un reale interesse ad incontrare una cultura altra. Le stesse artiste sono lentamente trascinate ad ammiccare alla cultura occidentale e al sistema dell’arte nostrano, nel tentativo di evitare lavori insoddisfacenti e logoranti. Voto: 5.

Patrizio Di Massimo. Pittura furba e ammiccante per un pubblico internazionale, un po’ come Fratino. Frizzante ma alla lunga si sgasa. Voto: 5.

Chiara Enzo. Pittura intima e iper realista. Ottimo sviluppo di linguaggi derivativi del 900. Non basta. Voto: 5,5.

Haris Epaminonda. Vincitrice del Leone d’Argento alla Biennale di Venezia 2019, come migliore artista giovane. Anche lei elabora codici e fregi dell’antica Grecia. Sindrome del Giovane Indiana Jones in purezza. Sono tutti artisti sfumatura di un unico artista, interessante che i primi a percorrere queste strade siano stati i nostri Flavio Favelli e Francesco Vezzoli in tempi non sospetti. Voto: 4.

Roberto Fassone. Meglio degli esordi, dovrebbe focalizzare ed evitare di perdersi. Però buona attitudine spesso capace di uscire da schemi precostituiti e posture rigide e nostalgiche. Confuso recentemente al Premio Maxxi. Voto: 5.

Matteo Fato. Da una pittura di origine asiatica e fatta di segni, ad una pittura più frontale che vuole essere autentica ad ogni costo. Ma questa ostinazione troppo evidente diventa una posa che risucchia l’artista nel derivativo del Novecento: come non pensare a Ligabue? E quindi a volte per sopravvivere deve trovare piccole stampelle installative (la cassa in mostra, lo straccio sporco del pittore), pertanto queste stampelle alla fine testimoniano la debolezza della pittura stessa. Voto: 4.

Flavio Favelli. Da più di 20 anni e da tempi non sospetti si dedica ad un’ossessiva e appassionata elaborazione del mercatino dell’antiquariato. Ultimamente troppo ripetitivo e ridondante con una sovra esposizione in Italia (è ovunque e in qualsiasi contesto fieristico) che non trova uguale visibilità internazionale dove è fortemente assente, servirebbe trovare il modo per dare atto della sua ricerca a livello internazionale senza ripeterlo in modo eccessivo in Italia. Voto: 6.

Irene Fenara. Buona l’idea di fermare momenti “poetici” delle telecamere di sorveglianza, ma serve un corpo di lavoro più diversificato e forse meno contemplativo. La sua è alla fine pittura, buona terza via. Voto: 6.

Claire Fontaine. Pur sviluppando un’azione concettuale interessante, che però rischia di diventare Smart Relativism, permangono all’interno di un recinto culturale elitario che riesce ad affrontare alcune problematiche in modo limitato e simbolico. Hanno realizzato la scritta sull’abito Dior di Chiara Ferragni “Pensati libera” (citazione non loro... ). Tutto bene, ma il rischio è quello di una semplificazione che non considera alcune resistenze politiche e sociali: una mamma che subisce violenza in casa potrebbe non avere la possibilità di “sentirsi libera” per motivi economici, lavorativi e sociali. Ancora una volta l’arte deve fare un lavoro culturale più profondo e complesso se vuole affrontare certe tematiche, al di là dell’effetto spettacolare e simbolico che comunque va benissimo. Voto: 4.

Luis Fratino. Giovane pittore super cool del collezionismo internazionale che sembra consolare tutti con la pittura sulla crisi dell’opera non pittorica. Riferimenti a Picasso e alla cultura LGBTQ. Secondo me non basta. Voto: 3,5.

Cyprien Gaillard. Anche lui promessa dalla scena internazionale, e a mio parere non mantenuta. Come Cuoghi lavoro confuso su diverse direttive e necessità di elaborare antico e modernariato per segnare. Voto: 3,5.

Ryan Gander. Artista concettuale inglese che seguo con grande interesse. Pur nel grande eclettismo riesce sempre a mantenere una temperatura specifica. Alcune piccole scivolate ma sempre da seguire con interesse. Voto: 7. Due Stelle Michelino.

Francesco Gennari. Artista che aggiunge qualcosa alla tradizione dell’Arte Povera e all’artista mago-poeta alla Gino De Dominicis; molto belle le opere dove c’è una perdita di controllo fisica o emotiva, come la degenerazione di Parsifal con la farina o l’opera in marmo bianco che sembrano due nevicate che coprono la sua emotività. Ma anche lui costretto a presentare le novità sono in luoghi di raccolta sia essa la galleria o la fiera. Voto: 7. Una stella Michelino.

Aldo Giannotti. Altra scelta a sorpresa del MAMbo. Quando la semplicità del tratto e della vignetta diventa un’arma efficace. Nelle opere alti e bassi. Voto: 6.

Massimo Grimaldi. Ultimamente elabora strani ritratti su iPad che sembrano discendere da una strana intelligenza artificiale. Ma ormai questi immaginari sono completamente anestetizzati dalla vera intelligenza artificiale capace di qualsiasi virtuosismo visivo. Sono lontani i tempi in cui devolveva il denaro per la mostra a favore di un ospedale di Emergency o dove destabilizzava la natura dell’opera d’arte con la presentazione di brevi testi a parete. Un artista che 10-15 anni fa aveva sicuramente un certa energia indagatrice che però oggi sembra arenata dentro l’iPad, come se l’uso dell’iPad la potesse salvare a prescindere. Voto: 4,5.

Carlo e Fabio Ingrassia. Attitudine interessante ma troppo arenati, anche loro, nelle dinamiche concettuali e formali del Novecento. Devono mettere tutto in discussione. Voto: 4.

Xie Lei. Pittura poetica vagamente ripetitiva, artista cinese ma che vive a Parigi (manco a dirlo), situazioni surreali tra figura e astratto. Fotogrammi che ci fanno viaggiare un po’. Ancora terza via, il problema è che nessuno percorre le prime due. Voto: 5,5.

Iva Lulashi. Situazioni ambigue e languide che coinvolgono diversi riferimenti in ambienti campestri. Tutto bene ma il rischio è che questa linea non possa sostenere la sua ripetitività, come invece poteva permettersi Morandi, per esempio. Ultimamente troppo bloccata nella solita dimensione e temperatura. Voto: 4,5.

Mira Mann. Una dimensione scultorea e installativa fresca, una sorta di terza via tridimensionale, le chiamano ambientazioni crossmediali: il rischio è di scivolare inesorabilmente verso le cose a caso. Bisognerebbe puntare meglio questa attitudine. Voto: 5,5.

Diego Marcon. Molto sostenuto, si affida al cinema per creare opere che possano tentare di salvarsi con l’espediente narrativo. Il suo Ludwig, in computer grafica, prima al Premio Maxxi 2018, poi recentemente nel 2023 alla Fondazione Trussardi, si salva per il virtuosismo e l’effetto speciale grafico; ma se Ludwig diventa, per esempio, scultura (come avvenuto da Galleria Zero e Sadie Coles) perde tanto e sembra un’opera di Elmgreen e Dragset di trent’anni fa; anche il video in Biennale (invitato da Cecilia Alemani moglie di Massimiliano Gioni curatore di Trussardi), appare melenso e poco significativo, e anche qui l’espediente degli attori marionetta è uguale all’idea del regista Kaufman che nel 2015, e quindi molto prima dell’opera di Marcon, fa il film Anomalisa. Portato al New Museum di NY da Gioni e Patrizia Sandretto nel 2026. Voto: 4.

MSCHF. collettivo americano che rilegge capitalismo e arte anni Novanta in modo distopico e sfidante. Ultimamente arenati troppo sulla vendita di sneakers. Speriamo bene. Voto: 6.

Nefeli Papadimouli. Utilizzo di tessuti per installazioni e sculture tessili che possono ospitare la persona e prendere vita. Impatto visivo molto curato con suggestioni troppo moderniste (il vestito che prende forma nell’arazzo di tessuto). Dimensione eccessivamente decorativa, una sorta di sfilata di moda pazzerella. Voto: 5.

Paola Pivi. Anche lei della generazione di Zuffi e la sua attitudine degli inizi si confonde, per esempio con i suoi orsi colorati. Ottimo sostegno dal Clan Cattelan, alti e bassi; bene per esempio il suo progetto per Fondazione Trussardi o la passerella presentata recentemente a Marsiglia. Deve mantenere il suo fuoco più efficacemente. Voto: 5.

Agnes Questionmark. Giovanissima artista dalla biografia intrigante che sembra la figlia o nipotina di Matthew Barney. Interessante la sua performance dove rimane per ore immobile, vestita da strana creatura marina, in una teca in centro a Milano. Simbolo di un nuovo panteismo “ggiovane” che fa riflettere rispetto le ragazze della sua stessa generazione che si sporcano di fango per protestare pro clima e contro l’uso di combustibili fossili. Per evitare la deriva sul linguaggio derivativo di Barney deve sicuramente esagerare e rendere le sue opere sempre più reali e sempre meno rappresentative di un immaginario. Se le opere discendono da attitudini noi queste attitudini possiamo applicarle ogni giorno, se le opere discendono da immaginari ci troviamo davanti ai gadget fini a se stessi di Harry Potter o l’ultimo film Marvel. Voto: 4.

Luis Sal. Artista italiano non convenzionale emerso negli ultimi 10 anni. Parte da una consepavolezza della storia dell’arte che però poi viene declinata in modo del tutto personale rispetto alla dinamica di visibilità e successo su YouTube. Supera i soliti giri del mondo dell’arte e le giurie di qualità. E determina una sua attitudine specifica che riesce a comunicare con tutti. Forse ultimamente un po’ ripetitivo, aspettiamo un salto di qualità. Ultimamente un po’ perso. Voto: 7. Una Stella Michelino.

Arcangelo Sassolino. Bella riflessione sulla resistenza dei materiali, meglio quando esagera per evitare le secche informali dove Burri aveva già bruciato i materiali. Attenzione alla “Sindrome del Ferramenta” di cui parla Francesco Bonami. Recentemente alla Quadriennale con opere scenografiche dove il “vetro che non si rompe” sembra più un trucco da circo che qualcosa di sostanziale. Voto: 4,5.

Tino Sehgal. Vera promessa dell’arte contemporanea internazionale degli ultimi vent’anni. Molto bene fino al 2012, poi entra in crisi dilatando le sue performance “solo da vivere dal vivo” e facendole scivolare molto pericolosamente verso una forma di prevedibile e noioso teatro danza. Bellissima la sua opere recentemente nella mostra di Palazzo Strozzi che presentava la collezione Sandretto. Il pezzo migliore della collezione e completamente immateriale e non documentabile. Voto: 7,5 (sulla fiducia). Due Stelle Michelino.

Marinella Senatore. Artista che dichiara istanze partecipative, politiche e femministe in opere e progetti che non contengono queste istanze, ma che si limitano ad essere prevedibili ed elementari forme di “pop art” come luminarie colorate e feste colorate. Anche lei si affida al doping delle pubbliche relazioni e allo storytelling, sostenuto da curatori e addetti ai lavori, per conferire valore alle sue opere e non farci vedere quello che in realtà sono. Voto: 3,5.

Ser Serpas. Artista nato nel 1995 a Los Angeles integra la pittura a sculture che rielaborano il ready made. Sia nei dipinti che nelle sculture emerge un’attitudine specifica: una sorta di intimità sfrontata e a tratti brutale. Interessante. Voto: 5.

Michael E. Smith. Artista che non apprezzavo molto ma che ho imparato ad apprezzare. Il ready made si complica e assume una forte connotazione ambientale, giocando e dialogando con lo spazio. Questo determina un’attitudine e una temperatura specifici e capaci di farci allenare lo sguardo con piccoli slittamenti. Voto: 6,5. Una Stella Michelino.

Eugenio Tibaldi. Grande lavoro sulle periferie, formalizzato con buona capacità formale. Anche lui ultimamente piegato sulla elaborazione vintage e del mercatino dell’antiquariato. Potrebbe fare di più togliendo quel continuo riferimento “vintage” e uscendo da una certa comfort zone prettamente decorativa. Voto: 4,5.

Gian Maria Tosatti. Dopo l’intenso doping delle pubbliche relazioni post Covid rimane ancorato ai soli Lia Rumma Gallery e il curatore Eugenio Viola. Un’attitudine eccessivamente ripiegata su vintage e arte poverista, troppo manierista e derivativo. Scivola in facili scenografie gonfie di retorica. Voto: 4.

Patrick Tuttofuoco. Della generazione di Zuffi, perde negli anni l’energia e la vitalità con cui lo conoscevamo agli esordi, anche con le grandi palle colorate da spingere dentro la Zona di Massimiliano Gioni nel Padiglione Italia “volante” del 2003. Viveva a Berlino, oggi torna in Italia con buon supporto di pubbliche relazioni con cui vince una serie di bandi dove mette opere al neon di braccia conserte a richiamare l’infinito e mani che si muovono. Altissimo rischio arredo urbano e Ikea evoluta per le opere più convenzionali, ormai ripiegate su una facile elaborazione colorata e formalista. Voto: 4.

Nico Vascellari. Artista che ho sempre criticato molto per una sua sovraesposizione in Italia e per un linguaggio che sembrava derivativo di alcune atmosfere alla John Bock che incontra il concertino punk di provincia. In realtà dopo un suo allontanamento dal sistema riesce a definire una sua via indipendente (i concerti nelle case durante il Covid, i negozi pop up a Roma e Milano). Molto bene quando rileva una tensione uomo-animale, meno bene quando fa il revival dei primi anni troppo derivativi rispetto gli anni Novanta. Oggi sembra tornare al sistema con opere come Falena (presentata al Maxxi e alla Triennale) e che lasciano un po’ a desiderare rispetto all’energia specifica che ci ha fatto intravedere. Bene il video a Firenze dove vola anestetizzato e benino la performance Alessio. Per lui adesso serve la scena internazionale e non continuare a macinare opportunità in Italia e che possono servire ad altri. Voto: 6.

Francesco Vezzoli. Da più di 20 anni e da tempi non sospetti di dedica ad un’ossessiva e appassionata elaborazione del glam vintage e ultimamente di reperti archeologici autentici. Non è “la mia tazza di tè” ma apprezzo molto la sua ossessione, che riesce a trovare link con la contemporaneità. Molto efficace in questo senso la sua ultima mostra a Roma a Palazzo delle Esposizioni. Voto: 6. Una stella Michelino.

Danh Vo. capostipite internazionale della Sindrome del Giovane Indiana Jones, elaborazione archeologica del proprio vissuto con pezzi di archeologia autentica e altre buone soluzioni formali. Voto: 6.

Jala Wahid. Arredamento da interni un po’ delirante. Una sorta di pop trash folle che però non può superare le secche di tutto quello che oggi sale sul piedistallo, ancora terza via che però cerca stampelle fuori dal quadro. Voto: 3,5.

Xiyadie. Artista autoditatta che vive a Pechino nella sottocultura gay. Ritagli di carta tradizionale cinese per creare fantasie erotiche. In ostaggio dei gusti della Nonni Genitori Foundation vira verso la Sindrome del Giovane Indiana Jones, ancora terza via. Voto: 4.

Italo Zuffi. Forse l’artista più significativo, insieme a Vezzoli, della sua generazione. Ottima idea del MAMbo per la sua personale recente. Trova una sua temperatura che restituisce l’ecclettismo di fine anni Novanta. Voto: 6,5. Una Stella Michelino.




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