Cresciuta tra rigore e immaginazione, Esther Stocker (Silandro, 1974) ha costruito una ricerca artistica che mette in tensione ordine e instabilità, sistema e deviazione. Attiva da anni a Vienna, l’artista altoatesina si muove tra pittura, installazione e intervento nello spazio pubblico, utilizzando un linguaggio astratto e geometrico ridotto all’essenziale: bianco, nero e grigio. Le sue opere trasformano il quadro in ambiente e lo spazio in esperienza percettiva, interrogando lo sguardo e i suoi automatismi. Attraverso moduli ripetuti e sottili aberrazioni, Stocker rivela l’imperfezione insita in ogni sistema apparentemente perfetto. In questa intervista, Gabriele Landi ripercorre con l’artista le radici della sua formazione, il ruolo del disegno e della geometria, il rapporto tra arte e società, fino a una riflessione più ampia sulla bellezza, intesa come spazio condiviso di verità, vulnerabilità e libertà.
GL. Per molti artisti l’infanzia corrisponde all’età dell’oro, quella in cui si iniziano a sedimentare immagini e processi che in qualche modo diventano preziosi per gli sviluppi successivi. È stato così anche per te?
ES. Sì certo! Giocare, sperimentare e scoprire sono sicuramente le coordinate che partendo dalla magica esperienza dell’infanzia mi hanno portato al desiderio di costruirmi una vita fondandola su queste azioni preziose. Unire la pratica artistica direttamente alla onesta dell’infanzia, o almeno verso il desiderio di provare a percorrere questa strada. Considero anche la capacità di immaginare, una delle nostre qualità più importanti, che certamente trova le sue fondamenta nell’infanzia. A volte da bambini ci si sveglia con una missione importante da compiere durante la giornata: per esempio, costruire una barca di carta gigante, scavare una buca che passi da una parte all’altra la terra o bere tutta l’acqua di un lago. A cos’altro serve la giornata? In pratica non è diverso da ciò che fa un artista, fallimento incluso. Penso che dovremmo tutti cercare di affrontare la vita senza perdere la curiosità infantile, l’immaginazione e la fiducia in una svolta semplice e rapida per il meglio. Pensando a questi tempi attuali, desidero anche la disobbedienza infantile nei confronti delle autorità stupide e distruttive, per dire la verità.
Che studi hai fatto?
Ho studiato Pittura e Grafica all’Accademia di Belle Arti a Vienna. Ho anche trascorso un periodo di studio all’Accademia di Brera a Milano e all’Art Center di Pasadena in California.
Ci sono stati degli incontri importanti durante gli anni della tua formazione?
Alla scuola superiore ho avuto la fortuna di avere come professore Jakob De Chirico e a Vienna invece c’è stata Eva Schlegel che era un’ispirazione sia come artista che come insegnante.
Come mai lavori esclusivamente con bianco, nero e grigio?
A me soprattutto interessano le cose estetiche formali, le relazioni tra varie forme e una riduzione: secondo me le relazioni si possono osservare meglio nel alto contrasto del bianco e nero. È un modo per distinguere, per separare le cose, per comprendere meglio e poi infatti avvicinarvisi . Forse è proprio il desiderio di avvicinarci uno all’altro, una cosa all’altra che ci porta all’astrazione e alla riduzione. Un metodo di separarsi per avvicinarsi. Con Il mondo viene considerato all’ombra ho citato il titolo di un libro di Domenica Papa, per un’opera installativa alla mostra attualmente in corso presso la Galleria Civica di Trento. Penso che le nostre considerazioni e riflessioni sulle relazioni appartengano spesso a un mondo senza colore.
Il disegno ha nel tuo lavoro una sua importanza?
Assolutamente sì. È uno strumento di riflessione, e anche uno strumento matematico. Il disegno ci permette di misurarci come punti nello spazio. Penso in questo modo anche del disegno tecnico, architettonico: alla fine sono sistemi di coordinazione per la nostra limitata dimensione umana. Il disegno può permetterci di andare oltre la forza di gravità. Possiamo sperimentare e pensare con il disegno e camminare con le linee, che esprimono come strutture la nostra capacità di immaginare. Il disegno può calcolare, visualizzare a volte anche dei paradossi, come nel caso di Maurits Cornelis Escher. Penso che esista nell’arte astratta l’idea di misurare le nostre emozioni. Dare forma a diverse necessità della nostra esistenza, relazioni funzionali e relazioni incomprensibili, osservazioni ma anche visioni e desideri.
Il quadrato è forse la forma geometrica che più ricorre nel tuo lavoro: come mai?
Negli ultimi anni sì, inizialmente il quadrato non mi piaceva così tanto, mi sembrava una forma troppo assoluta, con troppa logica formale egocentrica, autoreferenziale: gli preferivo il rettangolo. Poi ho scoperto che il quadrato può essere visto in altri modi, e che la sua assolutezza e logica chiusa può servire come contrasto per la mia ricerca di una logica aperta. In verità il quadrato può essere visto come un’eccezionale variazione del rettangolo. Ho anche capito che può mostrate della fragilità, dell’umorismo, il che lo rende molto amabile. È forse la vulnerabilità formale del quadrato che mi interessa.
Che ruolo e che valore attribuisci alla geometria in quello che fai?
Io amo proprio la geometria in molto modi e chiamo spesso la mia “geometria esistenziale”. Mi piace pensare in modo più ampio possibile alla geometria. La geometria per me è un modo di vedere il mondo e di interagire con esso. Ritengo che la logica e la geometria siano giustamente collegate a domande più grandi sulla nostra esistenza o sull’universo. E la geometria resta un segreto nonostante tutto quello che pensiamo di sapere.
Puoi spiegare meglio questa idea della “geometria esistenziale”?
Per geometria esistenziale intendo che nelle nostre interazioni sociali dobbiamo preoccuparci dell’attenzione e dello spazio e della loro attenta connessione. Questo è il prerequisito fondamentale per la nostra vita e sopravvivenza. Anche la solitudine e la felicità delle persone sono temi geometrici. Quando un piccolo quadrato si libra senza sostegno e leggermente storto su una spessa superficie bianca, capiamo immediatamente che non ha alcun sostegno e nemmeno un senso di equilibrio. D’altra parte, le forme oblique possono apparire audaci o persino liberatorie rispetto a una sequenza rigida. Oltre alla riduzione, mi interessa anche il funzionamento delle strutture più dense, dove risiedono i limiti della nostra comprensione formale. La misurazione estremamente precisa tra due persone nello spazio, ma anche all’interno di un gruppo o di una comunità, mi affascina da tempo. Sono processi quotidiani ma anche messi in scena, si verificano costantemente, non sono sempre coscienti o direttamente visibili, ma sono della massima importanza. Questo spazio tra le persone è, per me, una sorta di geometria fondamentale dell’esistenza e a volte mi sembra che questo spazio, questa geometria, sia tutto ciò che abbiamo.
Ti interessa l’idea di lavorare per degli spazi specifici?
Sì certo, mi interessa moltissimo. Proprio adesso, dopo il lavoro per il sottopasso a Trento e prima la stazione metropolitana a Roma, mi accorgo che soprattutto gli spazi transitori sono fondamentale interessanti per me. Mi piace anche il dialogo ampio con la città. Fra civiltà e arte contemporanea ci deve essere coinvolgimento reciproco e dialogo. Segni ed espressioni estetici di ogni tempo sono fondamentali per creare una questa storia comune. Nella storia dell’arte astratta ci sono alcuni ideali importanti: non essere propagandistici, non dire alla gente cosa pensare o sentire, ma piuttosto credere nella capacità di interpretazione di ogni singolo individuo e quindi nella responsabilità di ciascuno di noi.
Come procedi quando devi realizzare un intervento in uno spazio? Adatti delle soluzioni già consolidate o di volta in volta trovi delle soluzioni diverse?
Cerco di tradurre le mie osservazioni derivate soprattutto dalla pittura e dal disegno nello spazio. Mi interessa moltissimo trasformare o alterare una situazione e rendere letteralmente accessibile un’ idea formale, spesso collegandomi alla mia idea di rafforzare l´attenzione attraverso la pratica della riduzione.
Ti interessa l’idea di messa in scena del lavoro?
Sì certo, ma dipende davvero dalla occasione, dal contesto. Mi piace moltissimo l’aspetto della trasformazione di un luogo, di creare una situazione nuova con segni grafici, che a volte possono sembrare una realtà parallela a quella esistente. Questo è collegato alla mia fiducia nel potenziale della nostra immaginazione. Ho tanta fiducia nelle linee e nelle forme: penso che siano strumenti efficaci che ci possono portare in mondi desiderati.
Che importanza ha nel tuo lavoro la dimensione relazionale? Che tipo di rapporto cerchi di instaurare con chi fruisce dei tuoi lavori?
A me sembra che l’arte dovrebbe offrire una relazione individuale, intima e allo stesso tempo anche condivisa. Alla fine la condivisione, il ragionamento e l’integrazione di diverse opinioni sono il tessuto della civiltà. Una osservazione preziosa può portarci a realizzare che siamo sempre noi a creare questo mondo, queste sensazioni insieme. Che alla fine l’opera d’arte esiste nella esperienza di ogni individuo e vive solo se è condivisa.
Sei interessata alla dimensione sociale dell’arte?
Sì certo, e penso che l’arte abbia solo senso se è pensata in questo modo. Non in modo troppo educativo secondo me, ma in un modo che permetta una dimensione poetica, estetica, un luogo d’incontro. Questi luoghi d’incontro non devono essere pensati solamente come luoghi psichici, ma anche come luoghi mentali, dove le forme i pensieri e i modo di pensare ci possano portare alla bellezza.
Che cos’è secondo te la bellezza?
Per me la bellezza e legata alla verità, e anche al desiderio di vita, di vivere, di esprimersi. Anche di rischiare un po’, di farsi vulnerabili. Renzo Piano, parlando della bellezza, ha detto che è come un’idea profonda che ci appartiene umanisticamente, legando questo concetto alla convivenza. E sono d’accordo con lui. Per me la bellezza può svilupparsi e respirare solo se è legata alla libertà di esprimersi e di amare e anche a un certo modo di sperimentare che permette alla verità di raggiungere uno stato straordinario di vita. Per me, tutte le emozioni umane possono essere belle, ma a volte devono essere trasformate per servire la nostra felicità collettiva.
L'autore di questo articolo: Gabriele Landi
Gabriele Landi (Schaerbeek, Belgio, 1971), è un artista che lavora da tempo su una raffinata ricerca che indaga le forme dell'astrazione geometrica, sempre però con richiami alla realtà che lo circonda. Si occupa inoltre di didattica dell'arte moderna e contemporanea. Ha creato un format, Parola d'Artista, attraverso il quale approfondisce, con interviste e focus, il lavoro di suoi colleghi artisti e di critici. Diplomato all'Accademia di Belle Arti di Milano, vive e lavora in provincia di La Spezia.Per inviare il commento devi
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