Justin Thompson (Black History Month Florence): “Parlare di Africa e colonialismo non significa cancellare la storia italiana, ma arricchirla”


In che modo integrare la storia della presenza africana nella storia e nella storia dell'arte italiana? Ne abbiamo parlato con Justin Randolph Thompson, direttore di Black History Month Florence.

Dal 2016 a Firenze il progetto Black History Month Florence si pone l’obiettivo di esplorare le culture africane e afrodiscendenti nel contesto italiano. Le ricerche di questo progetto hanno avuto un’ampia risonanza in queste settimane di protesta del movimento Black Lives Matter, ma si tratta di esperienze che vanno avanti da anni e che è importante valutare in ottica storica. È però anche naturale che, in un momento come questo, si costruisca una forte consapevolezza attorno alle richieste degli africani e degli afrodiscendenti, che in Italia sono tanti e chiedono di essere riconosciuti. Inoltre, Black History Month Florence ha avviato con gli Uffizi il progetto On Being Present, per far emergere i brani di storia nera all’interno della collezione del museo. Abbiamo raggiunto il direttore di Black History Month Florence, Justin Randolph Thompson (Peekskill, New York, 1979), artista e promotore culturale, che dal 1999 lavora tra l’Italia e gli Stati Uniti, per parlare con lui su cosa c’è intorno al progetto e come si può arricchire la storia italiana attraverso la narrazione della presenza nera. L’intervista è a cura di Federico Giannini, direttore responsabile di Finestre sull’Arte.

Justin Randolph Thompson. Ph. Credit Maria Gimeno
Justin Randolph Thompson. Ph. Credit Maria Gimeno

FG. Vorrei partire ricordando che il progetto Black History Month Florence quest’anno è giunto alla sua quinta edizione, e nel presentarla avete parlato di “appiattimento e cancellazione della storia nera nel contesto italiano”, motivo per cui il progetto è nato, cinque anni fa. Che cosa intendete per “appiattimento e cancellazione della storia nera nel contesto italiano”?

JRT. L’afrodiscendenza nel contesto italiano e mondiale rappresenta un immenso insieme di tantissime culture diverse, tantissime provenienze diverse, tantissimi contesti storici diversi, tantissime collocazioni geografiche diverse. Un immenso insieme che però molte volte non viene riconosciuto nella sua vasta complessità. Nel contesto italiano c’è molto spesso, ad esempio, un pensiero che lega l’afrodiscendenza esclusivamente a una situazione di migrazione contemporanea (e quindi non c’è neppure la comprensione del contesto della migrazione, dato che si sta parlando di persone che vengono da paesi diversi, da culture diverse, con storie individuali). Quindi se parliamo di afrodiscendenza soltanto dal punto di vista mediatico delle migrazione, allora stiamo appiattendo la questione. Per quanto riguarda la cancellazione, spesso nel contesto italiano vige la mancata consapevolezza della presenza di africani sul territorio italiano da sempre: basta un minimo di ricerca in archivio, valida per qualsiasi momento storico, per scoprire che esistono sempre presenze africane. Però facciamo finta che non siano mai esistite: è come se non ci fosse un dialogo storico con l’Africa, e questo riguarda anche la poca conversazione che c’è intorno al tema del colonialismo italiano. Quando sono arrivato in Italia vent’anni fa, ho cominciato a riflettere sul colonialismo italiano, perché da afro-americano volevo capire quali fossero i legami con l’Africa nella storia italiana, e quando cominciavo a esporre l’argomento, i miei interlocutori non la prendevano bene, oppure si dimostravano disturbati, o ancora mi dicevano che si tratta di una storia molto breve e che non ha avuto un impatto molto grosso. Ma questo è un modo per cancellare una storia italiana che è molto importante riconoscere, specialmente se si parla di contesti come quello della Libia (si vede in modo molto palese come sia andata la storia e quale rapporto abbia creato tra Italia e Africa). Ci sono poi stati rapporti con l’Africa che non si sono avuti soltanto nel contesto coloniale: in passato ci sono stati, per esempio, scambi culturali che avevano tutta un’altra valenza. Eppure è come se si volesse cancellare questa storia delle relazioni tra Italia e Africa.

Perché secondo lei c’è questa reazione quando si parla delle componenti culturali africane nell’ambito della storia e della cultura italiana? È come se si parlasse di argomenti scomodi: da dove nasce questo sentimento di disapprovazione che porta alla cancellazione?

Mi viene da dire che molto spesso, quando parliamo di questi momenti storici, in un certo senso le persone vedono il desiderio di raccontare la storia in modo completo come il tentativo di incolpare qualcuno, di incolpare la gente di oggi per i peccati del passato: sono situazioni molto diffuse nel vissuto odierno. In realtà l’importanza di conoscere la storia in modo più completo non è data dal fatto che dobbiamo capire che ruolo abbiano questa o quell’altra persona: si tratta invece di comprendere alcuni rapporti storici, e come questi abbiano influito su come viviamo oggi. Pertanto io penso che questa sfida, nel contesto italiano, sia molto particolare, perché la gente non pensa al fatto che la “bianchezza” in Italia sia un qualcosa di costruito: in realtà non è un pensiero storico, l’idea dell’Italia come un paese dei bianchi è un concetto moderno. Si pensa che sia sempre stato così, e le persone pensano di doverla proteggere. Ma se guardiamo anche semplicemente a quali popoli sono stati qua attraverso i secoli , è ovvio che l’Italia non sia poi così omogenea . Si aggiunga poi che la costruzione di questa “bianchezza” è stata rafforzata con le leggi razziali durante il fascismo, e naturalmente si tratta di una parte molto scomoda della storia italiana. Di conseguenza, parte dell’avversione nei confronti del dialogo intorno al continente africano è basata anche sul fatto che le persone lo identificano come un dialogo con il passato fascista, e questo ovviamente è un territorio molto difficile da affrontare, e non è neppure la radice di un dialogo con l’Africa, ma penso che sia un elemento che in Italia riconosciamo come un momento tragico per quanto riguarda il rapporto con il continente africano. Un’altra cosa che noto molto spesso è che ci sono tante persone che pensano che parlare di frammenti di storia che sono stati dimenticati o nascosti rappresenti un modo di cancellare quella storia che è stata scritta dai vincitori. Invece è molto importante riconoscere che ciò che si fa con una narrazione di altro tipo è arricchire quella storia che è sempre centrale e che è difficile spostare dal centro. Ma è anche ovvio che di quella storia ci sono tante parti che mancano, e quindi non è completa: se noi facciamo finta che questa sia la storia completa, allora non possiamo far altro che ritenere una specie di minaccia il tentativo di integrarla con frammenti che non rappresentano il punto di vista centrale.

Quali risultati ha conseguito il vostro progetto in questi cinque anni, sia in termini di ricerca sia in termini di impatto sul pubblico?

In questi cinque anni ci sono stati varî risultati molto importanti: si è intanto organizzata una rete che non esisteva prima. Ci siamo trovati di fronte a tante istituzioni che non necessariamente collaboravano tra di loro, e noi siamo riusciti a mettere insieme cinquanta partner istituzionali nello stesso programma ogni anno. Di questo siamo molto soddisfatti, perché è molto difficile attivare collaborazioni di questo tipo, soprattutto nel contesto dell’arte e dell’istruzione, e invece è stato uno dei risultati che abbiamo ottenuto: questo perché abbiamo riscontrato che quando si parla di un contenuto di questa importanza è più facile far andare d’accordo le persone. Abbiamo poi attivato una serie di progetti che hanno portato a risultati molto importanti: uno di questi realizzato in collaborazione con Villa Romana, si chiama Black Archive Alliance ed è dedicato agli archivi fiorentini (anche se ora stiamo lavorando per estensione anche in altre parti d’Italia). Una delle idee da cui è nato il progetto è il fatto che l’archivio è percepito come un luogo “protetto”, e quindi c’è la convinzione che solo gli studiosi possano entrarci: di conseguenza questa percezione limita un po’ la ricerca. Noi invece abbiamo creato un rapporto con gli archivi in modo tale da aprirli alle ricerche anche un po’ più speculative da parte di studenti che magari non conoscono bene il funzionamento di un archivio, ma che sono comunque in grado di raccogliere documenti. Noi pensavamo che da queste collezioni sarebbe stato arduo far emergere elementi legati all’Africa, e invece la cosa di cui ci siamo accorti quasi subito è che in qualsiasi archivio, biblioteca, collezione, l’Africa c’è, e non è difficile risalire a fonti e informazioni. La cosa che manca, semmai, sono le persone: vogliamo pertanto stimolare l’interesse degli studiosi. Noi facciamo questo tipo di lavoro con gli studenti anche perché siamo molto limitati come risorse, non essendo finanziati, però in realtà è un lavoro che vorremmo fare anche con gli studiosi: è solo questione di cambiare lo sguardo, guardare alle stesse informazioni con un altro occhio per vedere cosa queste ci raccontano. Un altro progetto di cui andiamo fieri e che abbiamo cominciato quest’anno in collaborazione con OCAD e The Student Hotel, si chiama YGBI, una residenza di ricerca dedicata ad artisti sotto i 35 anni, residenti in Italia e afrodiscendenti. Abbiamo messo insieme cinque artisti per dieci giorni a conversare sui temi dell’emarginazione e della diaspora africana e abbiamo visto emergere delle riflessioni molto importanti, per esempio sull’importanza della costruzione di un’identità che forse prima d’ora non è stata elaborata ma che è molto sentita, perché in questo momento storico essere neri ed essere italiani simultaneamente è una condizione comune. C’è una conflittualità che porta molti neri intanto a non essere riconosciuti come italiani, e poi a vedersi soli in un contesto che pure sarebbe il loro: siamo stati dunque contenti, con il progetto YGBI, di aver fatto conoscere tra loro questi artisti che magari percepivano questa solitudine nel contesto italiano. Ché poi, ripeto, è il loro contesto: e questa è la cosa strana! E poi per quanto riguarda il riscontro del pubblico devo dire che è molto spesso che ci troviamo di fronte a tante persone che ci dicono semplicemente “non lo sapevo”. Questa è la risposta più comune tra il pubblico. Inoltre, una delle cose che abbiamo messo in focus tramite la nostra programmazione, e che ha avuto un certo riscontro da parte del pubblico, è il tema dell’Italia come luogo in cui esiste una riflessione sulla produzione culturale di persone afrodiscendenti, che peraltro sono tantissime (pensiamo solo agli artisti ospitati dall’American Academy in Rome ). E quindi vengono in Italia, soggiornano qui (magari anche solo per un anno), però si interessano al significato di queste culture nel contesto italiano: ne derivano riflessioni veramente molto interessanti.

The Recovery Plan


YGBI

Lei è statunitense e vive in Italia da diversi anni: i contesti culturali dei due paesi, Stati Uniti e Italia, naturalmente sono molto diversi, anche se si possono individuare dei tratti comuni, non soltanto in ciò che accade oggi, ma anche a livello storico. So che è difficile ma, anche per meglio inquadrare ciò che accade oggi e dunque per ricondurre la situazione odierna alle sue radici storiche, potrebbe riassumerci brevemente quali sono le differenze tra i due contesti?

Alla radice di tutto ci sono le differenze storiche. Gli Stati Uniti si fondano su basi razziste, e quindi il punto di partenza degli Stati Uniti per come lo conosciamo è l’arrivo di bianchi, da altrove, in un territorio abitato dai nativi. È una forma di colonialismo detta settler colonialism, che non si è mai sradicata: anzi, spesso non ci rendiamo conto che stiamo ancora oggi occupando un territorio. Però questo non è il modo in cui la storia americana ci viene raccontata. Inoltre, a questa base si aggiunge tutta la lunga storia della schiavitù, una storia sulla quale poi s’innesta un rapporto tra l’Europa e gli Stati Uniti che non esclude l’Italia: se pensiamo ad alcuni momenti di grande fioritura delle arti in Italia, parliamo allo stesso tempo di momenti in cui le persone venivano rapite in varie parti dell’Africa e trasportate negli Stati Uniti, nell’ambito di tratte che venivano finanziate da molti paesi europei. I flussi di denaro generati dalla tratta degli schiavi hanno impattato su tutta l’Europa, e noi dobbiamo fare molta attenzione a questi aspetti. C’è poi da aggiungere che il discorso sugli afroamericani è molto complesso perché si parla di tantissime culture messe insieme a generare una nuova cultura: è successo proprio questo. Non c’è un’idea di riferimento dell’Africa per gli afroamericani, per loro l’Africa è essenzialmente immaginata. Poi quando pensiamo a tutta la costruzione americana e anche a tutte le cose di cui la storia americana va molto fiera (e mi riferisco, per esempio, anche all’importanza della democrazia per la società americana), è ovvio che quando questa costruzione è stata concepita, le presenze afroamericane non sono state considerate: la storia americana è stata insomma costruita senza tener conto di queste persone. E quindi questo ha avuto un impatto enorme. E poi pensiamo anche al momento successivo all’abolizione della schiavitù: non dobbiamo pensare che da quel momento tutto sia andato a posto. Per gli ex schiavi, per esempio, non ci sono stati aiuti da parte del governo, né hanno avuto pieno e immediato accesso a tutti i diritti (per i quali hanno dovuto lottare), e in molti contesti la presenza afroamericana è stata sistematicamente esclusa. In più la schiavitù è stata seguita da un periodo di segregazione molto forte, e quando è venuta meno la segregazione abbiamo assistito a una forte carcerazione di massa (in America, dove c’è la popolazione carceraria più numerosa del mondo, la percentuale di afroamericani incarcerati rispetto alla popolazione afroamericana del paese è ancora oggi completamente sballata). Nel contesto italiano ovviamente si tratta di una storia molto diversa, ma dobbiamo ricordare che c’è una parte della storia, soprattutto moderna, che ha cercato di riscrivere il passato (come del resto è accaduto anche negli Stati Uniti), e che quindi ha cercato di non parlare di questi scambi culturali con l’Africa. Un’affinità con gli Stati Uniti è il fatto che anche in Italia si sia affermata un’idea di italianità (e in certi casi anche di superiorità dell’essere italiano) che però in realtà non comprende tutti i modi di essere italiano, e da qui nascono anche le continue lotte portate avanti da persone che sono nate qui ma che non riescono a essere riconosciute come italiane. In breve, la visione comune è che l’italianità non includa la “nerezza”. È però ovvio che se non parliamo del colonialismo e del ruolo che ha avuto anche nella costruzione dei valori dell’Italia di oggi, è difficile arrivare a fare una riflessione vera sullo stato delle cose, e riconoscere il perché di come stiamo vivendo in questo momento tutta la separazione tra la società e la comunità nera. Anche se già parlare di comunità nera è molto complesso: ci si riesce meglio negli Stati Uniti, anche se è difficile, perché stiamo parlando di tantissime persone e tante differenze. Questo perché volendo può definirsi afroamericano anche chi è arrivato l’anno scorso dall’Africa: non bisogna essere necessariamente discendenti di schiavi africani. In Italia è ancora più difficile: una delle cose che ho notato subito quando sono arrivato è che, se negli Stati Uniti esiste una visione molto unitaria dell’essere neri (perché questa visione è stata costruita in funzione della lotta al razzismo, che è strutturale, e quindi qualsiasi persona nera deve fare fronte comune), in Italia questa unitarietà è più labile. Se parliamo di comunità nere in Italia dobbiamo parlare di comunità nigeriane, comunità senegalesi, comunità eritree, e anche di conflitti tra le varie comunità, il che comporta anche ulteriore lavoro da parte di Black History Month Florence, perché stiamo lavorando non tanto sull’unità tra le comunità (perché può essere un appiattimento anche questo), ma sul condividere degli spazî e sul riconoscere alcune cose che abbiamo in comune soprattutto per quanto riguarda la lotta al razzismo.

Black History Month Florence ha curato On Being Present, un progetto che gli Uffizi hanno intrapreso per far emergere i brani di cultura nera, soprattutto africana, che si trovano all’interno del museo. Nel presentare il progetto lei si augura che On Being Present possa “concorrere a una riflessione più approfondita sul patrimonio culturale preservato nei musei, preludendo a pubblici dibattiti e a ricerche specialistiche negli anni a venire”. Sulla nostra rivista abbiamo affrontato più volte il problema, ma voglio fare anche a Lei una domanda: come possono i nostri musei creare una narrazione più inclusiva?

Io penso che, in fondo, quello che manca molto spesso sia la posizionalità, la capacità di vedere il modo in cui noi ci poniamo come individui o come istituzioni, e questo molto spesso è l’ostacolo più grosso. In altri termini, quando si parla di musei, molto spesso un museo, in quanto istituzione, si vede come quasi neutrale: ma se c’è questa neutralità, allora automaticamente dobbiamo anche far finta che la costruzione di una collezione non comporti una storia e una narrazione, e che quella narrazione è stata costruita in un certo modo e secondo un certo punto di vista. La stessa ricerca della storia dell’arte è stata costruita in un certo modo e secondo certi punti di vista. Però non penso che sia difficilissimo inquadrare le cose. Per il progetto On Being Present abbiamo coinvolto anche esperti di arte del Rinascimento che non avevano mai scritto sulle presenze nere nell’arte, e questo cambio di prospettiva ha comportato una ricerca più vasta in molti casi. Per entrare più nello specifico riguardo il come avviare una narrazione diversa, penso che non si tratti tanto di cercare altrove: si tratta di pensare a quale sia la narrazione del museo in questo momento storico, a come si ponga nei confronti alla situazione sociale e culturale, e di conseguenza si tratta di guardare questa situazione per capire quali sono le parti che andrebbero elaborate e riconosciute. Anche semplicemente riconoscere la posizione storica di un museo è un primo passo per arrivare da qualche parte. L’esempio classico è quello del museo etnografico: questi musei spesso non vengono riconosciuti come spazî in parte costruiti sulla base di una visione colonialista, e se non si riconosce questo punto di partenza allora è difficile trovare una narrazione alternativa. Ogni museo deve vedere cosa rappresenta esattamente. Anche quando diciamo che un museo rappresenta l’Italia dobbiamo chiederci di quale Italia stiamo parlando: ci sono tante Italie, tanti modi di vedere l’Italia, tante presenze della storia italiana che sono state cancellate. Per quanto riguarda gli Uffizi, penso che rappresentino una sorta di gatekeeper, di guardiano del canone di arte “occidentale”, e se non si parte da questo punto di vista, dicendo che questo è quello che rappresentano, allora diventa difficile individuare quali sono gli spazî di narrazione che semplicemente noi ignoriamo. Io penso per esempio agli articoli che sono usciti sui giornali attorno al nostro progetto e che hanno creato molta confusione, forse perché la maggior parte è uscita ora a giugno e a luglio, mentre il progetto è partito a febbraio e la ricerca è cominciata a settembre: quindi è molto facile far emergere il progetto in queste settimane, perché lo si associa alle proteste di Black Lives Matter senza vedere che in realtà è una riflessione che è necessaria sempre. E se in passato ci fossero stati più progetti simili, allora forse ora tante persone non si arrabbierebbero per il nostro progetto, dicendo che non possiamo toccare il nostro patrimonio. Ma dicono questo perché è radicata una precisa costruzione del patrimonio che è andata avanti per lungo tempo. Mi fa piacere che siamo riusciti a far emergere questi elementi attraverso un progetto di ricerca molto piccolo e veloce, ma la ricerca che servirebbe è molto più ampia: infatti, con gli Uffizi, abbiamo subito messo in chiaro che per noi era importante che si trattasse di un progetto capace di andare avanti negli anni. Tante istituzioni pensano che il loro lavoro sia finito semplicemente con una mostra sull’Africa. Non funziona così: come per tutte le mostre, se facciamo una mostra con una certa riflessione e non torniamo mai più su quella riflessione, non abbiamo fatto un grande lavoro. Una mostra dovrebbe essere in grado di trasformarsi in una ricerca e di creare una riflessione più profonda.

Albrecht Dürer, Adorazione dei Magi (1504; olio su tavola, 99 x 113,5 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria delle Statue e delle Pitture)
Albrecht Dürer, Adorazione dei Magi (1504; olio su tavola, 99 x 113,5 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria delle Statue e delle Pitture)


Piero di Cosimo, Perseo libera Andromeda (1510-1513 circa; tempera grassa su tavola, 70 x 120 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria delle Statue e delle Pitture)
Piero di Cosimo, Perseo libera Andromeda (1510-1513 circa; tempera grassa su tavola, 70 x 120 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria delle Statue e delle Pitture)


Antonio Domenico Gabbiani, Ritratto di quattro servitori della corte medicea (1684; olio su tela, 205 x 140 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Palazzo Pitti, Galleria Palatina, Depositi)
Antonio Domenico Gabbiani, Ritratto di quattro servitori della corte medicea (1684; olio su tela, 205 x 140 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Palazzo Pitti, Galleria Palatina, Depositi)

In Italia c’è comunque chi oppone resistenza a questi progetti, ci sono tanti che li considerano un cedimento a un presunto politicamente corretto, per esempio. Come si può fare per superare queste resistenze?

Credo che esistano molte problematiche attorno al linguaggio che usiamo: ad esempio, l’essere politicamente corretti è ormai diventato, nelle mani dei media e dei politici, una cosa negativa. Il non ferire le persone facendo attenzione ai termini che usiamo e i modi in cui affrontiamo certi argomenti è visto come una cosa negativa, come una mancata libertà. E questa mancata libertà spesso è la libertà di offendere. Se pensiamo al politicamente corretto come a una minaccia, allora dobbiamo domandarci che cosa stia minacciando. E di conseguenza bisogna stare molto attenti quando si parla di politicamente corretto ed evitare di fare confusione o di utilizzare questo termine in senso spregiativo. Per fare l’esempio del progetto On Being Present, se lo leggiamo come un tentativo degli Uffizi che, dall’esterno, portano dentro contenuti neri perché in questo momento ci sono proteste, allora ovviamente questo gesto risulta insincero. In realtà, in questo caso stiamo parlando di un progetto di ricerca che semplicemente affronta un aspetto poco studiato della collezione degli Uffizi, e stiamo parlando anche di artisti molto conosciuti e centrali all’identità degli Uffizi (pensiamo soltanto a Piero di Cosimo e al Bronzino). Non può, di conseguenza, essere “politicamente corretto”, come molti intendono l’espressione, un progetto che fa quello che gli Uffizi fanno da sempre. È che la gente sente “nero” e “Uffizi” e automaticamente pensa a qualcosa di negativo, perché pensa che abbiamo preso qualcosa di nero qua e là e lo abbiamo forzatamente infilato dentro al discorso generale. Ma in realtà stiamo lavorando su contenuti che sono sempre stati lì. On Being Present è peraltro un progetto che è stato allestito da storici dell’arte di esperienza e che ha tratto spunto da libri e studi che già esistevano ma che non erano applicati a istituzioni individuali.

Per concludere questa nostra conversazione, vorrei tornare all’evento che, qualche settimana fa, ha portato le comunità nere al centro del mondo culturale grazie alla proiezione, per 48 ore consecutive, dell’opera Love is the message, the message is death, di Arthur Jafa, trasmessa senza soluzione di continuità da diversi musei nel mondo. Nel video, a un certo punto, si sente l’attrice Amandla Stenberg che dice “What would America be like if we loved Black people as much as we love Black culture?” (“come sarebbe l’America se amassimo i neri così come amiamo la cultura nera?”). Ecco, vorrei rivolgere a Lei questa domanda provocatoria.

In questo momento stiamo parlando di contenuti attorno a uno slogan, che è Black Lives Matter, e i sostenitori di questo movimento non chiedono che la gente ami le “Black Lives”. Una lotta che chiede di amare le persone nere, penso vada ben al di fuori degli obiettivi: dobbiamo fare attenzione a non confondere la richiesta di non essere uccisi per mano delle forze dell’ordine, di non essere oppressi, con una richiesta di essere amati. Se parliamo di “amore” per la cultura nera spesso si tratta di un apprezzamento a livello prettamente di intrattenimento e quindi per le qualità performative. La difficoltà resta spesso nella mancata percezione del ruolo dello spettatore in quanto tale. In assenza di questa possiamo provare a immaginarla da un punto di vista speculativo. Ma forse adesso è più urgente avviare riflessioni sul tema del riconoscimento.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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