Dal 27 febbraio al 31 agosto 2026, a Londra la Tate Modern ospita A Second Life, la più grande mostra mai dedicata a Tracey Emin. L’esposizione, allestita negli Eyal Ofer Galleries e curata da Maria Balshaw, direttrice della Tate, rappresenta la più significativa ricognizione della carriera dell’artista britannica, nata nel 1963, e ripercorre quarant’anni di pratica attraverso oltre novanta opere tra pittura, video, tessile, neon, scultura e installazione. Conceputa in stretta collaborazione con Emin, la mostra, che arriva dopo il successo della rassegna Sex & Solitude di Palazzo Strozzi a Firenze, riunisce lavori celeberi e nuove produzioni mai esposte prima, segnando un momento di bilancio e di rilancio nella traiettoria dell’artista.
Tracey Emin è considerata una delle figure più influenti dell’arte contemporanea della sua generazione. Balzata all’attenzione del grande pubblico negli anni Novanta, è diventata un simbolo di una stagione cruciale della cultura britannica e della storia dell’arte globale grazie a un approccio radicalmente autobiografico e a una dichiarata assenza di confini tra sfera privata e dimensione pubblica. Opere come My Bed, candidata al Turner Prize nel 1999, hanno acceso un acceso dibattito critico e mediatico su cosa possa essere considerato arte, mettendo in discussione categorie consolidate e ridefinendo il ruolo dell’esperienza personale nella pratica artistica.
A Second Life ripercorre l’intero arco della sua produzione, dalle installazioni seminali degli anni Novanta alle più recenti pitture e sculture in bronzo, alcune delle quali presentate al pubblico per la prima volta. Il percorso espositivo è costruito come una narrazione che intreccia eventi biografici fondamentali e trasformazioni linguistiche, mostrando come Emin abbia costantemente utilizzato il corpo femminile quale strumento potente per indagare passione, dolore e guarigione. La mostra amplia la comprensione del suo lavoro celebrandone l’approccio crudo e confessionale, mentre pone interrogativi profondi su amore, trauma e autobiografia.
L’itinerario prende avvio dal rapporto originario dell’artista con la pittura. Vengono presentate le opere della sua prima personale, My Major Retrospective 1982-93, composta da una serie di piccole fotografie che documentano i dipinti realizzati durante gli anni di formazione e successivamente distrutti in un periodo particolarmente difficile della sua vita. Accanto a queste immagini trovano spazio Tracey Emin CV (1995), un autoritratto accompagnato da una narrazione in prima persona che ripercorre la sua esistenza fino a quel momento, e il video Why I Never Became A Dancer (1995), in cui l’artista rievoca episodi traumatici dell’adolescenza trascorsa a Margate. In questi lavori iniziali emerge con chiarezza la voce in prima persona che diventerà cifra distintiva della sua produzione, una modalità di racconto che intreccia confessione, memoria e rivendicazione identitaria.
Il legame con Margate, città natale affacciata sul mare, attraversa l’intera pratica di Emin. Lasciata a quindici anni, la località rimane un riferimento costante nella sua vita e nel suo immaginario. Dopo periodi intermittenti di ritorno tra la tarda adolescenza e i primi vent’anni, nel 1987 si trasferisce a Londra per studiare al Royal College of Art. La morte della madre, avvenuta a Margate nel 2016, e la sopravvivenza a un tumore nel 2020 segnano un ulteriore ritorno, questa volta definitivo. L’artista sceglie di stabilirsi nuovamente nella città costiera, dove fonda la Tracey Emin Artist Residency, una scuola d’arte gratuita basata su studi. In mostra, opere incentrate su Margate e sui ricordi dell’infanzia esplorano il modo in cui Emin rielabora e riscrive la propria storia personale. Mad Tracey From Margate: Everybody’s Been There (1997) espone pensieri intimi attraverso frasi cucite a mano, lettere e disegni, mentre l’installazione in legno It’s Not the Way I Want to Die (2005), ispirata al celebre parco divertimenti Dreamland, riflette sulle sue ansie e vulnerabilità, evocando le montagne russe come metafora esistenziale.
La mostra affronta senza reticenze anche i traumi personali e il dolore, temi centrali nella poetica di Emin, contribuendo a scardinare lo stigma che circonda questioni spesso rimosse dal discorso pubblico. L’esperienza della violenza sessuale è evocata in opere come il neon I could have Loved my Innocence (2007) e il ricamo su calicò Is This a Joke (2009). In How It Feels (1996), uno dei suoi video più personali, l’artista racconta un aborto andato male, descrivendo la negligenza istituzionale, le implicazioni fisiche e psicologiche della scelta di non diventare madre e la misoginia che spesso accompagna tale decisione. Per la prima volta viene presentata al pubblico la trapunta The Last of the Gold (2002), che reca un A to Z of abortion, una sorta di guida alfabetica pensata come sostegno per le donne che si trovano ad affrontare una situazione analoga.
Al centro dell’esposizione si collocano due installazioni fondamentali nella storia dell’artista: Exorcism of the Last Painting I Ever Made (1996) e My Bed (1998). La prima documenta tre settimane trascorse da Emin chiusa in una galleria di Stoccolma nel tentativo di riconciliarsi con la pittura, medium che aveva abbandonato sei anni prima in seguito all’esperienza dell’aborto. My Bed, divenuta celebre e candidata al Turner Prize, presenta il letto dell’artista nel pieno di una crisi personale segnata dall’abuso di alcol, trasformando un momento di crollo in un’opera capace di interrogare lo spettatore sulla vulnerabilità e sulla verità del vissuto. In questo passaggio simbolico, il visitatore viene condotto dalla prima vita dell’artista a una seconda vita, successiva alla malattia e alla chirurgia.
L’esperienza del cancro, dell’intervento chirurgico e della disabilità è affrontata in modo diretto, riaffermando la scelta di non separare mai il personale dal pubblico. La scultura in bronzo Ascension (2024) esplora il nuovo rapporto con il corpo dopo un importante intervento per tumore alla vescica, mentre nuove fotografie mostrano la stomia con cui l’artista convive oggi. L’esposizione culmina in un nucleo di grandi dipinti recenti in cui Emin indaga le dimensioni della sua seconda vita. Pur restando presenti dolore e struggimento, le tele di grande formato esprimono una qualità trascendente e spirituale, segno di una determinazione risoluta a vivere il presente. Accanto a questi lavori, la scultura Death Mask (2002) ricorda la persistenza di un lato più oscuro, componendo il ritratto di un’esistenza vissuta intensamente.
Oltre le pareti del museo, il monumentale bronzo I Followed You Until The End (2023) sarà installato all’esterno della Tate Modern, imponendosi nel paesaggio urbano e invitando i passanti a confrontarsi con la forza viscerale del lavoro di Emin. L’intera mostra è presentata in partnership con Gucci, con il sostegno aggiuntivo del Tracey Emin Exhibition Supporters Circle e dei Tate Members.
In più, in occasione dell’apertura, per due settimane le celebri opere al neon di Emin invadono edifici e cartelloni pubblicitari in tutta Londra in una campagna pop-up gratuita che anticipa l’esposizione. Fino al 9 marzo, ventidue installazioni distribuite in undici borough, da Lambeth e Croydon a Walthamstow e Tower Hamlets, presentano frasi poetiche nella grafia inconfondibile dell’artista, come I Whisper to My Past do I Have Another Choice e I can Feel You Everywhere. Realizzato in collaborazione con l’agenzia creativa Jack Arts, parte del gruppo BUILDHOLLYWOOD, il progetto trasforma la città in una galleria a cielo aperto. “Questo progetto”, ha detto Maria Balshaw, “amplia magnificamente l’uso consolidato del neon da parte di Emin per condividere messaggi di pura intimità. Che si tratti di incontrarla durante un tragitto mattutino o di scoprirla silenziosamente in una strada di quartiere, i londinesi possono vivere la sua opera in un modo che sembra personale. Queste dichiarazioni in prima persona ci invitano nel mondo interiore di Emin, incoraggiando al contempo riflessioni personali”.
I neon, profondamente intrecciati alla spiritualità e alle risposte emotive dell’artista, sono al tempo stesso strumento di autoespressione e mezzo di connessione con gli altri. Negli ultimi dieci anni le sue dichiarazioni luminose hanno occupato spazi pubblici internazionali, come la scritta I promise to love you a Times Square nel 2013 e I want my time with you alla stazione londinese di St. Pancras dal 2018. L’iniziativa londinese offre così un’anteprima dell’approccio intimo e diretto che caratterizza A Second Life, permettendo ai cittadini di confrontarsi con la dimensione interiore dell’artista e con la propria.
Tracey Emin ha definito la mostra un momento di svolta personale, un punto di riferimento nel suo percorso, una celebrazione autentica del vivere. “Sono molto entusiasta di avere una mostra alla Tate Modern. Per me, è uno dei più grandi musei d’arte contemporanea internazionali al mondo e si trova qui a Londra. Credo che questa mostra sarà per me un punto di riferimento. Un momento della mia vita in cui guardo indietro e guardo avanti. Una vera celebrazione della vita”.
A Second Life si configura dunque come una retrospettiva monumentale e al tempo stesso profondamente personale, che attraversa quattro decenni di ricerca e mette in scena la coerenza di un’artista che ha trasformato la propria vita in materia d’arte. Tra memoria e presente, trauma e rinascita, la mostra alla Tate Modern restituisce l’immagine di un percorso segnato da fratture e ricomposizioni, in cui la confessione diventa atto politico e la vulnerabilità si fa linguaggio universale.
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