Quando la cultura giottesca arriv˛ a Mantova. Il Matrimonio mistico di santa Caterina


Di proprietÓ della Fondazione Freddi, ma in comodato a Palazzo Ducale, il Matrimonio mistico di santa Caterina, di artista ignoto, certifica l'arrivo della cultura giottesca a Mantova. ╚ opera protagonista della mostra sulle arti in cittÓ al tempo di Dante.

Risulta difficile, coi fasti rinascimentali che invadono l’immaginario collettivo ogni volta che si pensa alle arti in Mantova, immaginare che la città abbia avuto una feconda vita artistica anche prima dell’arrivo dei varî Mantegna, Leon Battista Alberti, Luca Fancelli e via enumerando. Per non parlare, poi, della cultura figurativa che la città conobbe prima del 1328, anno in cui Luigi I Gonzaga vinse la guerra, valsa il definitivo controllo della città, combattuta contro Rinaldo Bonacolsi. È curioso, se si pensa che l’asse su cui si concentra il grosso del passeggio dei turisti e financo una parte dello struscio degli abitanti, ovvero piazza Sordello-Broletto-Rotonda di san Lorenzo, corrisponde al nucleo principale della Mantova trecentesca, e ancor oggi il Trecento segna con tracce indelebili i connotati della città, dei suoi palazzi, dello stesso Palazzo Ducale.

“Il fascino di Mantova è nel totale oblio del tempo che essa comunica, assorta, sotto il cielo greve, di pianura, nelle memorie di un passato di cui si respira tutta la morta bellezza nelle vie silenziose, nelle piazze assolate”: lo scriveva Fernanda Wittgens nel 1937, recensendo su Emporium la mostra d’iconografia gonzaghesca che s’era tenuta quell’anno in città, e senza esimersi dal cercare la fisionomia della Mantova trecentesca nel Palazzo del Capitano e della Magna Domus, constatando “quanto ancora del carattere antico sia rimasto alla piazza magnifica, ai suoi palazzi”. È impresa non semplice ricostruire le sorti delle arti del Trecento a Mantova: non è rimasto granché prima della metà del secolo, e pochissimo prima del 1328, mentre migliore è la situazione a partire dal quarto decennio. Non è neppure mai esistito uno studio sistematico delle arti nel XIV secolo a Mantova nel loro complesso, e quel che c’è, è tutto molto datato. La bella, completa e necessaria mostra Dante e la cultura del Trecento a Mantova, aperta il 15 ottobre per il 2021 a Palazzo Ducale per il settecentenario della scomparsa del Sommo Poeta e curata da Stefano L’Occaso, è dunque intervenuta per rimediare a un’assenza, benché non siano mancate ricerche, anche recenti, su singoli episodî o comunque tagliate in verticale. Ampio il materiale che la mostra ha radunato, molte le novità e le proposte inedite, e varrà la pena soffermarsi su di un singolo tassello, in parte per il suo fascino e in parte per le nuove che lo riguardano, ovvero il Matrimonio mistico di santa Caterina, un affresco strappato, lacerto della decorazione della cappella Bonacolsi, oggi di proprietà della Fondazione Romana e Raimonda Freddi di San Silvestro di Curtatone, ma concesso dal 2015 in comodato al Museo di Palazzo Ducale.

Maestro del Redentore (?), Matrimonio mistico di santa Caterina (1330 circa; affresco strappato e applicato su supporto rigido, 145 x 155,5 cm; San Silvestro di Curtatone, Fondazione Romano e Raimonda Freddi, in comodato prsso il Museo di Palazzo Ducale di Mantova)
Maestro del Redentore (?), Matrimonio mistico di santa Caterina (1330 circa; affresco strappato e applicato su supporto rigido, 145 x 155,5 cm; San Silvestro di Curtatone, Fondazione Romano e Raimonda Freddi, in comodato prsso il Museo di Palazzo Ducale di Mantova)

Si potrebbe esser tentati di ritenere che la cappella Bonacolsi, dove questo frammento si trovava sino al 1870, anno in cui il restauratore pisano Guglielmo Botti lo strappò assieme ad altri affreschi che si trovavano in buone condizioni di conservazione, sia una sorta di residuo della Mantova trecentesca, uno dei pochi brani sopravvissuti da un libro che ha perso la più parte delle sue pagine. È invece lei stessa un libro aperto sulle vicende, storiche e artistiche, che interessarono la città nel tribolato torno d’anni che seguì la caduta dei Bonacolsi. Oggi sfigurata e accessibile con somma difficoltà, malgrado si trovi in Palazzo Acerbi Cadenazzi, sul lato di piazza Sordello che guarda il Duomo, sopra alle gelaterie e alle botteghe di souvenir (il sito è di proprietà privata), la cappella era l’oratorio privato dei Bonacolsi, che ne ordinarono la decorazione verso il 1310 (forse il committente fu proprio il Rinaldo sconfitto e ucciso in battaglia il 16 agosto del 1328), ed è l’ambiente di culto privato più antico di Mantova. Quando Luigi Gonzaga prese possesso della città e s’insediò nella residenza del rivale (almeno dall’inizio del 1329: la scoperta della data è di L’Occaso) fece ridipingere tutto l’ambiente: il Matrimonio mistico di santa Caterina risale a questa seconda fase. O meglio: terza fase, se si tiene conto della lettura proposta negli anni Novanta da Ugo Bazzotti, che individuava sulle pareti della cappella una prima stesura del Cristo tra i dottori, ovvero l’affresco che decora la parete di fondo, una seconda fase bonacolsiana con la ridipintura della stessa scena e l’esecuzione delle Storie di Cristo e dei santi sulle altre pareti, e infine la fase gonzaghesca. L’artista della seconda fase era un pittore già giottesco, e gl’intenti erano ambiziosi: “a questo maestro”, ha scritto Andrea De Marchi nel 2000, “si deve senz’altro l’intelaiatura decorativa dell’intero ambiente, articolata da tre fasce verticali con ornati cosmateschi e compassi mistilinei, che proseguivano sulla volta a botte, secondo un’incredibile volontà di rifare in minuscolo la cappella degli Scrovegni”.

Il Matrimonio mistico, s’è detto, appartiene alla fase successiva. In quello ch’è rimasto della scena, omaggio della moglie di Luigi Gonzaga, Caterina Malatesta, alla sua santa patrona, vediamo un mezzo trono gotico, scorciato in una prospettiva empirica e intuitiva, sul quale è assisa la Vergine, che regge con una sola mano il Bambino, distogliendo lo sguardo dalla scena. Il piccolo tiene con improbabile equilibrio la sua posizione: è in piedi sul ginocchio della madre e si sporge in avanti col braccio destro per infilare l’anello al dito di santa Caterina, voltata di tre quarti, e con gli occhi fissi su quelli di Gesù. Vediamo i personaggi a mezza figura, ma in origine erano dipinti per intero: lo notiamo bene nelle copie degli affreschi eseguite da Giuseppe Razzetti nel 1858, quando le pitture erano appena state scoperte dal conte Carlo d’Arco. Gli affreschi furono però smembrati e messi sul mercato dall’allora proprietario dello stabile: quelli meglio conservati furono acquistati dal fotografo veneziano Carlo Naya, quindi vennero ereditati dallo scultore Antonio Dal Zotto, e poi passarono al nipote Ferruccio Battaglio. Il Matrimonio mistico rimase a lungo a Venezia, per esser acquistato nel 1991 dall’imprenditore Romano Freddi: da allora la storia dell’affresco è rimasta legata a lui e alla sua fondazione.

L’eccezionalità di questo dipinto è tale che Berenson si spinse ad attribuirlo addirittura a Giotto. Anni dopo, Federico Zeri, che parlò del Matrimonio mistico nel catalogo dei dipinti italiani del Metropolitan di New York, dove si trova un frammento della decorazione della cappella Bonacolsi, stabilì che l’autore di questa scena doveva comunque aver guardato al Giotto degli Scrovegni, o più in generale alla pittura padovana dopo Giotto, e dello stesso avviso sarebbe stato in seguito Andrea De Marchi: che l’artista conoscesse le pitture dell’Arena è dimostrato, spiega L’Occaso, dalla resa in scorcio delle aureole che seguono la profondità dello spazio suggerita dal trono in prospettiva, dall’impostazione delle figure e dall’incarnato che “è fuso, come negli affreschi padovani”: “un confronto piuttosto stringente”, scrive lo studioso, “si può suggerire con la Iusticia monocroma nella zoccolatura” della cappella degli Scrovegni, mentre “gli angeli che si materializzano dalle nuvole hanno anch’essi un precedente, per esempio nell’Adorazione dei pastori e nell’Annuncio a Gioacchino dell’Arena”.

Non sappiamo però a chi si debba questa bella pittura con le figure che si stagliano su di un cielo blu, né v’è accordo unanime sulla sua area di provenienza. Padovano, s’è detto, secondo Zeri e De Marchi, ma anche secondo Bazzotti, mentre sarebbe veronese secondo Chiara Spanio e Stefano L’Occaso, che chiama in causa i legami tra i Gonzaga e gli Scaligeri, oltre che i rapporti di parentela tra Luigi Gonzaga e Guglielmo da Castelbarco, condottiero veronese noto per aver promosso la costruzione della chiesa di San Fermo a Verona ed esser stato il committente delle pitture di cui è ornata. Pitture giottesche, che sanciscono l’arrivo del linguaggio del maestro fiorentino a Verona prima del 1320. Il Matrimonio mistico potrebbe esser della stessa mano dell’artista che ha dipinto gli affreschi di San Fermo: diversi caratteri formali (modo di trattare i panneggi e morfologie dei personaggi) hanno spinto L’Occaso, in occasione della mostra su Dante e Mantova, a proporre “con crescente convinzione il nome del Maestro del Redentore, autore degli affreschi del coro della chiesa francescana di San Fermo a Verona”. Lo dividono da quest’ultimo “una morbidezza di incarnati e una rotondità di panneggi superiori”. Dipingere per un committente privato in un ambiente di limitate dimensioni era però cosa ben diversa dall’eseguire un impegnativo ciclo d’affreschi in una grande chiesa. Ad ogni modo, chiunque sia l’autore, possiamo dire con buon margine di sicurezza che, alla data del 1330, la cultura giottesca era già arrivata a Mantova.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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