Il Mappamondo di Fra Mauro, un monumento della cartografia del tardo Medioevo


La Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia conserva un vero monumento della cartografia del tardo Medioevo: è il Mappamondo di Fra Mauro, uno straordinario planisfero della metà del Quattrocento da cui ricaviamo molte informazioni sulle conoscenze geografiche del tempo. 

Si trova alla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia un’opera considerata tra i principali monumenti della cartografia del tardo Medio Evo: il Mappamondo di Fra Mauro, un grande planisfero risalente alla metà del Quattrocento e attribuito al monaco veneto noto, appunto, come Fra Mauro. L’opera rappresenta l’ecumene, ovvero il mondo intero con le terre conosciute all’epoca della sua realizzazione.

Il Mappamondo si presenta in una forma quasi perfettamente rotonda (misura 193 per 196 centimetri lungo gli assi nord-sud e ovest-est), è composto da quattro pergamene di pelle di vitello, delle quali si riescono a intravvedere le giunzioni (in corrispondenza dei Dardanelli, fra l’India prima e la Chremania e infine attraverso Sumatra), montate su tre assi di legno di pioppo perpendicolari all’orientamento delle pergamene. Nel Mappamondo di Fra Mauro l’ecumene appare completamente circondata dai mari, con un disegno orientato a sud. Inoltre, la rappresentazione è priva di coordinate, di scala e di linee lossodromiche (quelle che congiungono i poli), ma presenta ai margini i nomi dei punti cardinali e degli intermedi. L’opera è quindi inserita in una cornice lignea quadrata di 223 per 223 centimetri, nei cui angoli sono riportate note cosmologiche: nell’angolo superiore sinistro (il sud-est geografico) il numero dei cieli e le distanze astronomiche, nell’angolo superiore destro (sud-ovest) la teoria delle maree e la teoria delle terre emerse, nell’angolo inferiore sinistro (nord-est) la descrizione del Paradiso Terrestre, con una raffigurazione attribuita a Leonardo Bellini, e infine nell’angolo inferiore destro (nord-ovest) la teoria degli elementi e la teoria dell’abitabilità delle regioni australi. L’ecumene di Fra Mauro si estende a sud dai limiti meridionali dell’Africa, a est da Giava, a ovest dall’isola di Madera, e a nord dalla parte più settentrionale della regione della Permia, che si trova oltre i monti Urali. Sulla superficie dell’ecumene compaiono centinaia di iscrizioni (quasi tremila) che comprendono toponimi ma anche note storiche e geografiche fondamentali per comprendere l’opera oltre che la mentalità dell’epoca e per rendersi conto di quale fossero le conoscenze geografiche del XV secolo.

Nelle raffigurazioni medievali e tardo medievali dell’ecumene, infatti, l’insistenza sul simbolismo religioso era evidente: la città di Gerusalemme era situata al centro geometrico e simbolico delle raffigurazioni, e il Paradiso Terrestre era rappresentato all’interno del disegno; Mauro invece pose il Paradiso Terrestre al di fuori del circolo dell’ecumene, a raffigurarne l’esistenza simbolica ed effettiva, secondo la dottrina agostiniana a cui viene fatto riferimento nella didascalia, ma relativa allo spazio cosmografico e non a quello corografico. Il centro del mondo allora conosciuto è posto in un’area compresa fra la Caldea, la Siria e la Mesopotamia. La scelta di non considerare più Gerusalemme come l’axis mundi, che oggi potrebbe sembrare normale ma che lo stesso Mauro dovette giudicare forse troppo innovativa per i suoi contemporanei, viene da egli stesso in certa misura giustificata nell’ampia didascalia che ne accompagna il toponimo, con una spiegazione che tenta evidentemente di conciliare tradizione religiosa e scienza: “è in mezo de la terra habitabile secondo la latitudine de la terra habitabile, benché secondo la longetudine la sia più occidental, ma perché la parte ch’è più occidental è più habitada per l’europa perhò l’è in mezo ancora secondo la longitudine. non considerando el spatio de la terra ma la moltitudine di habitanti”. Nel Mappamondo, peraltro, compaiono rarissimi riferimenti a testi biblici. Per esempio vi si trovano i richiami convenzionali per il monte Oreb, o per Babilonia, oppure una nota con la presunta derivazione del nome dell’Africa da un discendente di Abramo, e in più ci sono soltanto tre riferimenti a santi: sotto Patrasso è riportato “qui fo marturizà sancto andrea apostolo”, nel mare fra Cipro e la Cilicia, in un cartiglio, si legge “In questa cita de tarso naque san paulo apostolo” e infine all’interno di un cartiglio a ovest delle coste norvegesi si trova la nota “...Qui se dice esser el corpo de sancta brigida la qual segondo alguni fo de suetia ...”.

Fra Mauro, Mappamondo (1450-1460 circa; colori e oro su pergamena incollata su legno, 230 x 230 cm; Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana)
Fra Mauro, Mappamondo (1450-1460 circa; colori e oro su pergamena incollata su legno, 230 x 230 cm; Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana)

Non abbiamo molte notizie sull’autore di un’opera tanto complessa: sappiamo che Fra Mauro fu sicuramente un converso del monastero camaldolese di San Michele di Murano, dove svolse il suo mestiere di cartografo, tanto da avere attorno a sé un atelier, dal momento che alla realizzazione di un’opera complessa nei contenuti e impegnativa nella forma come il Mappamondo oggi alla Marciana dovettero certamente prender parte più collaboratori. Tuttavia, conosciamo i nomi di appena due di loro, grazie alle testimonianze ricavate dalle registrazioni delle spese del convento: nel 1457, e ancora nel 1459, fu chiamato Francesco da Cherso, monaco a San Michele, e nel 1459 Andrea Bianco, comandante di galee, e importante cartografo, autore di una nota carta nautica datata 1448 e conservata alla Biblioteca Ambrosiana di Milano. L’attività del converso camaldolese si svolse quindi entro questo arco di tempo e prima dell’agosto del 1460, cioè prima della data riportata in un’iscrizione posta sul retro del sostegno ligneo del mappamondo, “MCCCCLX adi XXVI avost. Fo chonplido questo lavor”.

Il lavoro preparatorio del Mappamondo fu sicuramente lungo e approfondito. Possiamo rendercene conto osservando non soltanto la ricchezza e il dettaglio della descrizione cartografica, ma anche i contenuti delle numerose note e descrizioni che accompagnano i toponimi registrati. Il trattamento e il numero delle fonti utilizzate costituiscono certamente lo scarto maggiore fra la rappresentazione del mondo realizzata da Mauro e la cartografia precedente. Il Mappamondo di Fra Mauro, opera straordinariamente innovativa per il suo tempo, racchiude infatti una sintesi molto varia di differenti linguaggi (cartografici, storici, letterari, testimonianze orali).

Lo spazio illustrato è rappresentato da immagini e da testi: le immagini riprendono una tipologia comune alla cartografia precedente (si notano montagne, fiumi, palazzi, templi, chiese e moschee, ponti, monumenti sepolcrali, navi, animali, piante), e inoltre riproducono stilemi piuttosto convenzionali, mentre i testi offrono descrizioni e spiegazioni discorsive, nelle quali si può cogliere con evidenza la volontà dell’autore di esplicitare le sue scelte e le ragioni che le hanno determinate. In queste note, tutte redatte in volgare veneziano, l’autore ha introdotto notizie, osservazioni, commenti e riflessioni, che lasciano trasparire una sicura conoscenza degli scritti di autori classici, tardo latini e altomedievali che si trovano citati e che forniscono dunque le coordinate del sapere geografico di Fra Mauro: Aristotele, Tolomeo, Strabone, Catone, Stazio, Plinio, Messalla, Arriano, Sallustio, Pomponio Mela, Solino, San Gerolamo, Sant’Agostino, Alberto Magno, San Tommaso d’Aquino, Nicolò de Lyra. L’autore dimostra anche una grande familiarità con materiale strettamente cartografico, per esempio con i portolani (carte dove venivano segnati i porti) e le carte nautiche in generale, e con fonti meno convenzionali, come i resoconti di viaggi di mercanti, missionari e navigatori. La consapevolezza dell’importanza dell’opera che Mauro stava realizzando, oltre che della sua novità rispetto alle precedenti rappresentazioni dell’ecumene, trova una sintesi in un cartiglio posto a sud della Bretagna, dove Fra Mauro dichiara esplicitamente di volersi rivolgere a un pubblico vasto senza però escludere i letterati. Si legge infatti: “In questa opera per necessita ho conuenuto usar nomi moderni e uulgari. perche al uero se io hauesse fato altramente. pochi me haueria inteso saluo che qualche literato. auegna che ancora lor non possa acordar hi autori. cum quel che hora se pratica”.

Sulle quasi tremila iscrizioni superstiti, alle quali dovrebbero aggiungersi tutte quelle relative all’area di Venezia e dell’alto Adriatico, dell’Italia settentrionale e Centrale, che sono quasi completamente consunte, ben 309 contengono, in forma più o meno estesa, notazioni che, come anticipato, non si limitano alla toponomastica. Molte di queste note si presentano in forma sintetica: in corrispondenza del Golfo di Mannar, si legge per esempio “In questo colfo se pesca perle”, o ancora in una nota a sud di Aden, “Qui se paga el datio”, mentre altre invece si articolano su più righe di testo. Al limite del Settentrione è posta una legenda, una sorta di avviso al lettore che risulta di particolare interesse non solo perché suggerisce che il Planisfero potrebbe essere stato realizzato dietro commissione della stessa Serenissima (“Questa opera fatta a contemplation de questa illustrissima signoria non ha in sì quel compimento che la doueria perché certo non è possibile a l’intellecto human …”), e perché riprende il tema dei limiti dell’opera di Tolomeo (“intendando lui non hauer possudo in tuto uerificar la sua cosmographia”), ma soprattutto perché dichiara i suoi intenti in modo risoluto: “Per tanto dico che io nel tempo mio ho solicitado uerificar la scriptura cum la experientia inuestigando per molti anni e praticando cum persone degne de fede le qual hano ueduto ad ochio quello che qui suso fedelmente demostro”.

La raffigurazione del Paradiso Terrestre attribuita a Leonardo Bellini
La raffigurazione del Paradiso Terrestre attribuita a Leonardo Bellini
Il centro del mondo
Il centro del mondo
Il Mar Mediterraneo
Il Mar Mediterraneo
L'Italia
L’Italia

L’atteggiamento molto moderno con cui Mauro si pone nei confronti delle auctoritates negli studi storici e corografici (“molti cosmographi e doctissimi homeni i qual scriveno che in questa Affrica, maxime ne le Mauritanie, esservi molti monstruosi homeni e animali”) dimostra come l’autore del Mappamondo sia già orientato all’osservazione scientifica, espressa nella “diligentia” con la quale l’autore raccoglieva informazioni e testimonianze. Questa proiezione moderna dello studio e della rappresentazione dello spazio geografico contrasta con il fatto che venga del tutto sottaciuto il suo debito nei confronti dell’opera di Marco Polo, forse perché dalla lettura dei toponimi e dei cartigli i testi poliani emergono con tale evidenza da portare Fra Mauro a ritenere superflui i richiami. Infatti, alla metà del XV secolo, chi volesse informazioni sull’Asia doveva ancora attingere al Milione, che ancora a quell’epoca, nonostante i due secoli di divario, era ancora un testo imprescindibile per una descrizione corografica del continente asiatico, sebbene Fra Mauro avesse arricchito il Mappamondo di notizie recenti, evidentemente ricavate dai numerosi viaggiatori e mercanti, che allora giungevano a Venezia, allora un riferimento al quale tutti guardavano e attraverso il quale si svolgeva lo snodo obbligato negli scambi commerciali fra Oriente e Occidente.

La fortuna del Mappamondo di Fra Mauro come rappresentazione grafica di un modello cognitivo è attestata già dal XVI secolo, in piccola parte in Giovanni Battista Ramusio, ma più in Agostino Fortunio, e conobbe riprese e testimonianze sin dalla sua creazione. L’opera venne posta in origine nella chiesa del monastero di San Michele, fu quindi spostato in una sala attigua, poi detta appunto del Mappamondo e infine trasferito nella biblioteca del convento il 20 gennaio 1655, come viene riportato in un cartiglio in pergamena incollato nella parte superiore destra della cornice lignea, sotto la nota cosmologica della teoria delle maree. La biblioteca del convento di San Michele subì le stesse vicende delle biblioteche conventuali durante la dominazione napoleonica, e quindi le soppressioni religiose, e fu merito di Jacopo Morelli (direttore della Marciana dal 1797 al 1819) se il Mappamondo fu trasferito alla Marciana nel maggio del 1811. A partire dal 2022, completati i lavori di progettazione nel nuovo allestimento del percorso museale, che comprende oltre alle Sale Monumentali i ridotti dei Procuratori di San Marco, questo capolavoro cartografico è visibile in un contesto che ne esalta la bellezza formale e ne consente una migliore lettura attraverso la riproduzione ad alta definizione (del mappamondo e della cornice), rielaborata in due progetti scientifici, l’uno curato dal Museo Galileo di Firenze e l’altro dalla Nanyang Technological University di Singapore.

La Biblioteca Nazionale Marciana

Risale al 1468 il primo nucleo della Biblioteca Nazionale Marciana: l’istituto veneziano deve infatti la sua nascita al mecenatismo del cardinale Bessarione, che quell’anno donò a Venezia la sua raccolta composta da circa 750 codici, ai quali aggiunse poi altri 250 manoscritti e alcune opere a stampa. Solo diversi anni più tardi la Repubblica di Venezia decise di far costruire un palazzo per accogliere la raccolta di Bessarione e al contempo diventare biblioteca pubblica dello Stato veneto: la costruzione dell’edificio fu affidata nel 1537 a Jacopo Sansovino (Firenze, 1486 – Venezia, 1570) che fece erigere le prime sedici arcate, mentre Vincenzo Scamozzi (Vicenza, 1548 – Venezia, 1616) proseguì l’opera nel 1588 demolendo il Palazzo delle Beccherie ed edificando le ultime cinque arcate verso il molo.

Precede l’ingesso alla Libreria di San Marco il vestibolo, dove il dipinto di Tiziano Vecellio raffigurante la Sapienza introduce al Salone. Per questo ambiente furono realizzati due importanti cicli decorativi: per le pareti, i ritratti di filosofi, realizzati da Paolo Veronese, Jacopo Tintoretto e altri e per il soffitto, i tondi raffiguranti le arti e le virtù, eseguiti da Andrea Schiavone, Paolo Veronese, Battista Zelotti, Giulio Licinio, Battista Franco, Giuseppe Salviati e Giovanni De Mio. La Marciana incrementò ben presto le proprie raccolte soprattutto grazie a donazioni e a lasciti, fra i quali quello del medico e botanico Melchiorre Guilandino (1520-1589), del chirurgo Girolamo Fabrici Acquapendente (1533-1619), di Giacomo Contarini (1536-1595) e dall’inizio del XVII secolo, per effetto dell’obbligo imposto agli stampatori di depositarvi un esemplare di ogni libro pubblicato, come previsto da una legge veneta del 1603 (la prima in Italia in materia), iniziò a conservare anche tutta la produzione editoriale delle numerose e fiorenti tipografie attive nei territori della Serenissima. All’inizio del XVIII il suo patrimonio librario si aggirava intorno ai diecimila volumi e altre importanti donazioni ne accrebbero il valore: il lascito del bibliofilo Giambattista Recanati (1687-1724), quello dello studioso e traduttore Tommaso Giuseppe Farsetti (1720-1791) e del collezionista Giacomo Nani (1725-1797). Dopo la caduta della Repubblica veneta, la biblioteca venne arricchita a seguito della concentrazione in essa di parte delle biblioteche degli enti religiosi soppressi in epoca napoleonica, ma continuarono le donazioni di privati.

La Marciana oggi conserva 13.117 manoscritti e circa un milione di stampati tra cui 2.887 incunaboli e 24.000 cinquecentine. Oltre all’importante patrimonio di codici greci, latini e italiani la Marciana conserva più di 22.000 edizioni a stampa musicali, fra le quali figurano numerose edizioni veneziane dei secoli XVI-XVII (dai Gardano a Girolamo Scoto e Alessandro Vincenti) ma soprattutto partiture ottocentesche pervenute per diritto di stampa. Sempre orientata alla conservazione, all’accrescimento e alla valorizzazione delle proprie raccolte storiche, la Marciana ha saputo cogliere, già alla fine degli anni novanta del Novecento, l’importanza della diffusione della consultabilità del proprio patrimonio manoscritto e a stampa a un pubblico sempre più vasto, realizzando importanti progetti di digitalizzazione che ne consentono la fruizione nel web.

La Biblioteca Nazionale Marciana
La Biblioteca Nazionale Marciana

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