Un presepe intimo e raccolto: la Natività di Federico Barocci


Tra le immagini della Natività più note del Cinquecento, figura sicuramente la tela che Federico Barocci eseguì per il duca di Urbino, Francesco Maria II della Rovere. Uno dei presepi più intimi e raccolti della storia dell'arte.

La Natività è uno dei temi più rappresentati nella storia dell’arte: esistono centinaia di raffigurazioni della nascita di Gesù Bambino che seguono le più tradizionali composizioni da mangiatoia del presepe o che mostrano scene ricche di personaggi che giungono appositamente dinanzi al Bambino per celebrare il lieto evento. Riflettendo su quale opera possa essere la più adatta a rappresentare questo Natale 2020, che sarà probabilmente ricordato come il Natale più raccolto e ristretto, se non solitario, degli ultimi tempi, ho pensato a una delle Natività più intimiste che siano state mai realizzate: la Natività di Federico Barocci (Urbino, 1535 – 1612).

Protagonista della scena è infatti solo la Sacra Famiglia con gli immancabili bue e asinello; si aggiungono poi due pastori che però rimangono sulla soglia e si affacciano per vedere all’interno, insieme a una pecorella, dalla porta tenuta socchiusa da san Giuseppe. Giunti per adorare il Bambino, il Salvatore del mondo, i pastori appaiono quasi fuori dalla scena, che al contrario intende dare principale rilevanza al neonato e ai neo-genitori, sottolineando l’aspetto più intimo e familiare dell’evento. La stalla diviene un ambiente domestico riservato alla sola Sacra Famiglia, dove ad adorare il Bambin Gesù, posto su una mangiatoia colma di fieno e avvolto nell’ampio mantello blu della madre con un candido cuscino su cui poggia la piccola e delicata testina, sono la Vergine, e il bue e l’asinello che allo stesso tempo lo riscaldano con il loro fiato. La giovane madre dai lineamenti fini e delicati, con un leggero rossore sulle gote, volge lo sguardo in adorazione della sua creatura; è in ginocchio e tiene le braccia aperte in segno di venerazione. I capelli sono raccolti sotto un velo trasparente e il capo è cinto da un’aureola; indossa una morbida veste rosa stretta in vita che le giunge fino a terra, da cui spunta un piede, e una sottoveste color ocra. La Vergine e il Bambino si scambiano un intenso e amorevole sguardo reciproco che esprime tutta la dolcezza tra una madre e un figlio. La prima, al centro della scena, appare inoltre completamente illuminata frontalmente: l’ambiente non presenta né un’illuminazione naturale né una artificiale, ma è il Bambino stesso a emanare luce. Si parla di naturalismo mistico: tutto è inondato dalla luce divina che si diffonde dal volto di Gesù Bambino.

In basso a sinistra si notano alcuni oggetti: una cesta poggiata su una pietra, il cappello di san Giuseppe, un sacco. Una piccola natura morta che dona al dipinto un senso di casa, di quotidianità. L’intera opera è pervasa dal calore familiare: sembra che l’ambiente sia riscaldato da un caldo tepore, ma in realtà, se ci si sofferma a osservare attentamente ogni dettaglio, l’unica “fonte” di calore presente è data dal fiato dei due animali rivolti teneramente verso il neonato. San Giuseppe si è appena allontanato dalla mangiatoia per scostare di poco la porta della stalla, dietro cui s’intravedono le figure dei pastori e di una pecorella: questi rimangono meravigliati da così tanta bellezza, da così tanta luce emanata dalla piccola creatura. Restano sull’uscio, quasi per voler lasciare intatta quella sorta di quiete familiare, mentre san Giuseppe indica il nuovo arrivato.

L’avvento divino è rappresentato con una grande partecipazione affettiva: nella Natività, Federico Barocci porta ai suoi massimi vertici espressivi la cosiddetta poetica degli affetti, già magistralmente utilizzata da Leonardo, Raffaello, e soprattutto dal Correggio, di cui Barocci sente fortemente l’influenza. La dolce atmosfera coinvolge l’aspetto emozionale della composizione; il piano umano e il piano divino vengono accostati per una narrazione avvolgente e intima del soggetto biblico. Il divino si concretizza nella forte luce che si diffonde in tutto il dipinto dal Bambino, ma allo stesso tempo le sacre figure raccontano il felice evento della nascita di un figlio dal punto di vista umano, con umiltà e semplicità. Barocci è stato in grado di creare, grazie alla naturalezza e alla grande padronanza dei suoi mezzi pittorici, un’opera pregna di grazia, raffinatezza, devozione e affettività, un’atmosfera in cui il divino si combina all’umano in una straordinaria espressività e intensità, soprattutto in quella stupenda aura nella parte destra del dipinto.

Federico Barocci, Natività (1597; olio su tela, 134 x 105 cm; Madrid, Museo del Prado)
Federico Barocci, Natività (1597; olio su tela, 134 x 105 cm; Madrid, Museo del Prado)


Correggio, Adorazione dei Pastori o La Notte (1528-1530 circa; olio su tavola, 256,5 x 188 cm; Dresda, Gemäldegalerie)
Correggio, Adorazione dei Pastori o La Notte (1528-1530 circa; olio su tavola, 256,5 x 188 cm; Dresda, Gemäldegalerie)


Alessandro Vitali (da Federico Barocci), Presepe (1599; olio su tela, 135,4 x 110 cm; Milano, Pinacoteca Ambrosiana)
Alessandro Vitali (da Federico Barocci), Presepe (1599; olio su tela, 135,4 x 110 cm; Milano, Pinacoteca Ambrosiana)

Dopo il suo secondo soggiorno romano tra il 1561 e il 1563, in cui si dedicò agli affreschi della Casina di Pio IV nella Città del Vaticano, sulla volta della sala della Sacra Conversazione, inserendosi nella tradizione raffaellesca a cui faceva capo Taddeo Zuccari, Barocci si era già cimentato con la poetica degli affetti e in questo accostamento tra umano e divino nella celebre Annunciazione compiuta tra il 1582 e il 1584 per la cappella del duca di Urbino Francesco Maria II della Rovere nella Basilica di Loreto: anche qui si nota un linguaggio molto lirico e intimista e una resa semplice e immediata del tema biblico dell’Annunciazione, accompagnati da un colorismo e da un effetto luministico di grande suggestione.

Anche per quanto riguarda il valore divino che Barocci conferisce alla luce che si propaga dallo stesso Gesù Bambino, l’artista risente enormemente dell’influenza del Correggio (probabilmente vide a Parma i suoi capolavori): viene alla mente infatti uno dei notturni più belli della storia dell’arte, l’Adorazione dei Pastori (1525 - 1530) della Gemäldegalerie di Dresda, meglio conosciuta come La Notte, in cui il Bambino tra le braccia della Vergine irradia una sacra luce.

Oggi conservata al Museo del Prado, la Natività di Barocci venne realizzata nel 1597 su commissione di Francesco Maria II della Rovere, duca di Urbino, e nel 1605 quest’ultimo la donò a Margherita d’Austria, moglie di Filippo II di Spagna. Ecco dunque la ragione per cui oggi è possibile ammirare il dipinto a Madrid.

L’artista combina qui stilisticamente il colorismo d’impronta veneziana, particolarmente evidente nella figura della Vergine, con il già citato naturalismo mistico. Il trattatista e pittore Giovanni Paolo Lomazzo ha definito Barocci come uno dei seguaci di Correggio “che hanno dato alle lor pitture la forza e la prontezza dei moti e la leggiadria de i colori”. Armonia dei colori ma anche armonia dei lineamenti ottenuta grazie a numerosi studi precedenti alla realizzazione dell’opera finale. Lo stesso Lomazzo evidenziò l’utilizzo della luce quale elemento strategico per far risaltare la tessitura cromatica compositiva e affettiva delle opere. In un sonetto in cui lodava l’artista, pubblicato nel 1589, ne esaltò “il rar maneggio / dei lumi et ombre [che Federico] dal natural prese” e le qualità correggesche degli scorci. Barocci è considerato precursore dell’arte barocca, poiché rappresenta scene religiose con realismo e immediatezza emotiva.

Una identica replica della Natività del Prado è esposta a Milano, all’Ambrosiana, e si è discusso a lungo sulla sua paternità: gli studiosi hanno affermato di recente che si tratta di una fedele copia. A realizzarla nel 1599 circa fu Alessandro Vitali, allievo di Barocci. Secondo lettere di Federico Borromeo, quest’ultimo commissionò il Presepe nel dicembre del 1598, quando egli si trovava a Urbino, poco dopo l’originale del Barocci eseguito per il duca. Ricevette il dipinto nell’agosto dell’anno successivo e ne rimase pienamente soddisfatto, in quanto incontrava i suoi gusti: lo definì “una delle più care cose che io mi abbia” e probabilmente lo tenne esposto nel suo studio del palazzo arcivescovile. Solo alla sua scomparsa, l’opera entrò a far parte della collezione ambrosiana, dove la si può ancora ammirare, anche se costituisce la replica di uno stupendo originale baroccesco.


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Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Giornalista, sono co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. Sono nata a Carrara nel 1987 e mi sono laureata a Pisa. Sono responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.

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