Un manoscritto con mille anni di storia. Il salterio-innario-collettario dell'abbazia di Farfa


Unico sopravvissuto autoctono dell’antico scriptorium dell’abbazia di Farfa, il salterio-innario-collettario 281 dell’abbazia di Farfa è un prezioso manoscritto che ha circa mille anni di storia. E in più, contiene un’immagine decisamente singolare.

Un manoscritto che ha attraversato mille anni di storia ed è giunto fino a noi pressoché intatto: è il Manoscritto AF. 281 conservato presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Farfa, la ricca biblioteca dell’Abbazia di Farfa, che si trova nei pressi di Fara in Sabina, tra le creste verdeggianti dei monti Sabini, che separano Roma da Rieti. Si tratta di un manoscritto in pergamena risalente all’XI secolo, che oggi è esposto in una teca nella Biblioteca di Farfa ed è dunque visibile al pubblico, proprio in ragione della sua particolarità e della sua unicità. Si tratta di un manoscritto composito, formato da 183 fogli membranacei, che contiene al suo interno diverse opere: la parte più consistente è quella formata dai fogli fino al 110, che riportano un salterio, ovvero la raccolta completa dei 150 salmi, distribuiti lungo i giorni la settimana in modo da essere recitati secondo le ore canoniche della liturgia.

Scorrendo il testo, i fogli dal 110 al 119 contengono i Cantici dell’Antico Testamento, con glossa, ovvero commentati con note a margine, mentre i fogli dal 119 al 123 proseguono con i Cantici del Nuovo Testamento e alcune preghiere. Due fogli, il 123 e il 124, riportano alcune litanie dei santi, mentre dal 125 al 132 è possibile leggere alcune preghiere. La parte che va dal foglio 133 al 159 è per consistenza la seconda più lunga del manoscritto AF. 281: si tratta di un innario, una raccolta di inni religiosi. Dal foglio 159 al 165 è possibile trovare alcuni canti biblici del Temporale e del Santorale (sono due tempi dell’anno liturgico: il Temporale comprende l’Avvento, il Natale, la Quaresima, la Pasqua e tutte le domeniche del tempo ordinario, mentre il Santorale comprende i giorni in cui si celebrano i santi), mentre le letture del Temporale e del Santorale occupano i fogli dal 165 al 182. Si termina con gli ultimi due fogli che contengono le Orationales totius anni circuli (l’ultimo foglio è però mutilo).

Il manoscritto AF. 281. Fotografia di Fabrizio Farese
Il manoscritto AF. 281. Fotografia di Fabrizio Farese
Il manoscritto AF. 281. Fotografia di Fabrizio Farese
Il manoscritto AF. 281. Fotografia di Fabrizio Farese
Il manoscritto AF. 281. Fotografia di Fabrizio Farese
Il manoscritto AF. 281. Fotografia di Fabrizio Farese

Il manoscritto fu compilato in due tempi diversi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo: gli studiosi hanno infatti riscontrato un momento di transizione tra due diverse mani tra i fogli 143 e 144, anche se entrambe hanno adoperato la stessa scrittura, la minuscola romanesca, una particolare forma di scrittura carolina diffusa a Roma e dintorni. La scrittura carolina conobbe, dopo la fine dell’VIII secolo, una vasta diffusione e una grande fortuna, tanto che era ancora adoperata nell’XI secolo: era infatti una scrittura molto rapida e pratica, che aveva consentito di sostituire con successo tutte le scritture precedenti proprio perché molto più performante. La minuscola romanesca fu una tipizzazione locale della scrittura carolina, come se ne svilupparono molte: si distingue per le lettere relativamente grandi e inclinate sulla destra, per l’allineamento piuttosto irregolare, per il disegno squadrato delle lettere che possono però avere alcuni ondulamenti nelle aste.

Osservando il testo si può notare come sia stato sottoposto a diverse aggiunte lungo i secoli. Per esempio, nei primi fogli si nota una dedica al lettore datata “XV calend. decembris 1755”. Sul primo foglio è invece possibile leggere un’aggiunta posteriore che recinta: “Desunt psalmi xx per totum cum eorum expositione, et dimidium Psalmi xxi sequentis”. Qualcuno a un certo punto aggiunse anche la datazione, sempre nel primo foglio: “Codex XII Saec.”. Nell’ultimo foglio si legge anche la scritta “Huius codici desideratur finis”. L’opera fu sicuramente prodotta nello scriptorium dell’abbazia di Farfa, e questa informazione si desume da alcuni dettagli riscontrabili nel testo: le litanie, infatti, celebrano alcuni santi, come i martiri Valentino, Ilario e Getulio, le cui spoglie tra il IX e il X secolo furono trasferite a Farfa, o ancora alcuni monaci come Equizio, Colombano e Libertino (inni in loro onore si ritrovano in altre litanie farfensi), e ancora le vergini Vittoria e Anatolia, anch’esse legate all’abbazia di Farfa. Inoltre, come ha dimostrato la studiosa Paola Supino Martini, alcune caratteristiche tecniche del manoscritto, ovvero il tipo di scrittura e di decorazione, e la sequenza di inni, preghiere, melodie e glosse, sono paragonabili al manoscritto Chigi C.VI.177 conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana e contenente il “Breviario di Farfa”. A oggi, il salterio-innario-collettario è l’unico manoscritto “farfense” di quelli conservati nell’abbazia, dal momento che il patrimonio antico della biblioteca di Farfa è andato disperso nei secoli. Dall’analisi delle glosse siamo certi del fatto che il manoscritto AF 281 fu utilizzato in modo continuativo almeno fino al XIII secolo. Nel 1972 fu infine rubato, assieme ad altri manoscritti, dall’abbazia: fu però ritrovato e nel 1975 sottoposto a restauro nel laboratorio di restauro del libro della Badia di Cava (in quell’occasione fu apposto il timbro del laboratorio di restauro, in particolare nel foglio di controguardia posteriore: i fogli di guardia sono quelli inseriti tra la copertina e i fogli scritti, con funzioni di protezione).

Il manoscritto AF. 281. Fotografia di Fabrizio Farese
Il manoscritto AF. 281. Fotografia di Fabrizio Farese
Il manoscritto AF. 281. Fotografia di Fabrizio Farese
Il manoscritto AF. 281. Fotografia di Fabrizio Farese
Il manoscritto AF. 281. Fotografia di Fabrizio Farese
Il manoscritto AF. 281. Fotografia di Fabrizio Farese

Il manoscritto AF. 281 si distingue anche per la particolarità delle sue decorazioni: ci sono diverse iniziali decorate, con motivi fitomorfi, zoomorfi, fitozoomorfi, antropomorfi (si notano per esempio un pavone al foglio 2v, una testa di animale al 7v, una figura con aureola in atto di benedire al foglio 65v, un animale che morde al foglio 177r). L’immagine più importante e singolare si trova però al foglio 70v, dove, in corrispondenza del salmo 101, e sopra a una splendida “O” di colore blu scuro e realizzata con il lapislazzulo (uno dei pigmenti più costosi, segno che il manoscritto doveva avere per l’abbazia una importanza estrema) si osserva una Madonna col Bambino in trono, affiancata da due angeli e dai santi Giovanni Battista e Giovanni evangelista, mentre in basso si nota un monaco nell’atto di adorare la Vergine. Si tratta di una immagine problematica, sia per quanto riguarda l’identificazione del soggetto, sia per ciò che concerne la sua datazione.

L’ipotesi più probabile è che sia stata aggiunta in un’imprecisata epoca posteriore su di una parte di testo cancellato (in effetti in prossimità dell’illustrazione pare manchino alcuni elementi del testo), e che in più le figure che compaiono ai lati della Vergine siano state eseguite da mani diverse, sia per evidenti differenze stilistiche (panneggi più morbidi, tipi facciali diversi), sia per il fatto che l’inchiostro è differente. Inoltre, è plausibile, data anche la precisione del tratto, che l’immagine tracciata dall’anonimo artista che eseguì questa figura sia una riproduzione della Madonna di Farfa: nota anche come Madonna di Acuziano dal nome del monte su cui sorgeva la prima sede dell’abbazia di Farfa, è un’icona bizantineggiante, che oggi sopravvive in forma frammentaria (con anche rifacimenti ottocenteschi), conservata nella chiesa abbaziale di Santa Maria di Farfa. Il volto della Vergine che compare nell’illustrazione è molto simile a quello che sopravvive nell’immagine che oggi si può vedere nella chiesa: se così fosse, si tratterebbe di una attestazione di come doveva presentarsi l’immagine integra della Madonna di Farfa in tempi antichi. In particolare, si tratterebbe di una Madonna del tipo iconografico kyriotissa, “signora”, che la vede raffigurata in trono in abito da basilissa (“regina”), mentre mostra il Bambino, che a sua volta veniva raffigurato nell’atto di benedire. Immagine solenne e frontale, conobbe una vasta diffusione fin dai primi secoli del cristianesimo.

Ad ogni modo, il manoscritto AF. 281 non è solo importante per la sua antichità e per la sua significativa immagine della Madonna col Bambino, ma anche in quanto notevole testimonianza della vita nell’abbazia di Farfa: i monaci farfensi, infatti, recitano ancora oggi le preghiere contenute nel manoscritto, che nel corso dei secoli sono andate incontro ad alcune modifiche formali, ma che non ne hanno alterato il contenuto. Una ritualità che prosegue da mille anni, e il manoscritto ne è il suo testimone più concreto ed eloquente.

La Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Farfa

L’abbazia di Farfa sorse tra il V e il VI secolo, e la sua biblioteca probabilmente ebbe origine nello stesso periodo. Le prime notizie certe risalgono tuttavia alla metà dell’VIII secolo: la biblioteca, in particolare, era alimentata dalla cospicua produzione dello scriptorium abbaziale. Gli abati che si succedettero nei secoli incrementarono notevolmente la raccolta libraria. Nell’898 si assistette a una prima dispersione dei volumi, con l’evacuazione dell’abbazia a causa degli attacchi saraceni: i monaci si divisero in tre gruppi, e parte dei libri andò peraltro distrutta durante un incendio appiccato durante l’occupazione saracena. Fu nel X secolo, col ritorno a Farfa dei monaci, che si cominciò a ricomporre la biblioteca nella sua sede. La vera rinascita si ebbe tuttavia con l’abate Ugo I, che, tra l’altro, introdusse a Farfa nel 999, sotto il pontificato di Silvestro II, la riforma cluniacense. Ugo arricchì la biblioteca di molte sue opere e sotto il suo governo lo scriptorium raggiunse la massima importanza, tanto che la maggior parte dei codici giunti fino a noi appartengono a questo periodo, nel quale si caratterizzò anche con precisione la scrittura romanesca farfense.

Con il passaggio da Abbazia Imperiale a dominio diretto della Curia romana dopo il Concordato di Worms e la conseguente nomina di abati commendatari, le sorti di Farfa nel XII secolo cominciarono a declinare. Ne risentì anche la biblioteca, con vendite e furti di codici. La dispersione definitiva del patrimonio librario di Farfa cominciò proprio in questo periodo e continuò nei secoli successivi, tanto che nel 1400 il papa Bonifacio IX proibiva l’asportazione a qualsiasi titolo delle “scritture” appartenenti al monastero e nominava suo nipote, il cardinale Francesco Tomacelli, abate commendatario per risollevare le sorti dell’abbazia. La dispersione rallentò ma non cessò, e la situazione divenne drammatica dopo la soppressione napoleonica nel 1798, quando pressoché tutti i libri avevano ormai lasciato l’abbazia, e anche il patrimonio mobile fu messo in vendita. Nel 1861 il territorio di Farfa fu annesso allo Stato Italiano e tutti i beni del monastero furono incamerati. Tra questi, 1.750 volumi della biblioteca farfense che nel 1876 finirono alla Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II, mentre il materiale d’archivio (dal XVII al XIX secolo) fu sistemato nell’Archivio di Stato a Roma. Il monastero rimase pressoché abbandonato per alcuni decenni fino a che, all’inizio del Novecento, un monaco di origine tedesca, don Bruno Albers, si prese cura della biblioteca, riuscendo a recuperare molte carte d’archivio, provvedendo all’acquisto di molte opere e lasciando una cospicua biblioteca personale di argomento storico-religioso in dono all’abbazia. Nel 1920, un gruppo di monaci si insediò nuovamente nell’abbazia e la biblioteca cominciò a rifiorire, acquisendo opere e fondi bibliografici, con un’opera proseguita anche nei decenni successivi. Una prima catalogazione sommaria fu effettuata nel 1943 dall’abate don Basilio Trifone, quando la Biblioteca era collocata nei corridoi del piano superiore dell’abbazia: in totale 10.300 volumi, un centinaio di riviste ed una cinquantina di miscellanee. La biblioteca, insieme con altre dieci in Italia, fa ora parte della speciale categoria di Biblioteche annesse ai Monumenti Nazionali. L’inaugurazione ufficiale avvenne il 9 febbraio 1964.

Oggi la Biblioteca di Farfa possiede circa 450 volumi manoscritti dal X al XX secolo, circa 200 dei quali di carattere archivistico e 17 di epoca medievale (l’unico ritenuto “autoctono” è il salterio-innario-collettario AF. 281), 270 pergamene datate tra i secoli XII e XVIII (tra cui la copia degli Annales sacri et imperialis Monasterii farfensis redatta dal monaco Gregorio Urbano negli anni 1643-46 per l’abate Gregorio Coppini e a lui dedicata), 50 frammenti pergamenacei dei secoli dal XI al XVII, circa 50.000 volumi a stampa, un fondo storico di circa 8.000 volumi, 46 incunaboli, 581 cinquecentine, 200 titoli di periodici italiani e stranieri. Infine, oltre al patrimonio librario di proprietà statale, la biblioteca ospita nella sala riviste il Fondo Cremonesi costituito da circa 2.000 volumi che vanno dal XV al XX secolo. Il fondo, appartenente alla omonima Fondazione, proprietaria anche del borgo di Farfa, è costituito dai volumi della biblioteca di Filippo Cremonesi, senatore e governatore di Roma durante il periodo fascista. La sezione, insieme con un gran numero di foto relative alle attività pubbliche e private del senatore, è a disposizione degli utenti grazie alla disponibilità della Fondazione Filippo Cremonesi.

La Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Farfa
La Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Farfa

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