La “Visione triste” di Giuseppe Mentessi: il calvario laico dei lavoratori dimenticati


Nel 1898, durante i mesi della repressione dei moti di Milano e delle proteste dei lavoratori, Giuseppe Mentessi dipinse uno dei suoi capolavori, la “Visione triste”: un toccante calvario laico dei lavoratori dimenticati.

I cannoni selvaggi di Bava Beccaris s’erano accaniti con brutalità insensata sui lavoratori ch’eran scesi per le strade di Milano a manifestare e a protestare contro il rincaro del prezzo del pane. La sanguinosa artiglieria del generale aveva lasciato per le strade della città decine di morti e centinaia di feriti: ottantuno e quattrocentocinquanta, rispettivamente, secondo i dati ufficiali. Ne seguì, poi, una dura repressione contro politici e giornalisti “sobillatori”: arresti, processi, condanne in uno dei momenti più tetri della storia dell’Italia post-unitaria. “Vivissimo sdegno e dolore” furono i sentimenti che Giuseppe Mentessi provò in quel frangente. Il pittore ferrarese riversò il suo turbamento in una lettera inviata a Ersilia Majno nei giorni in cui i detenuti politici venivano spediti nelle carceri. “Come sono assassini, cretini, crudeli”: nella mente dell’artista non potevano trovar spazio altre parole dinnanzi allo strazio di quei lavoratori ai quali si sentiva tanto vicino, la “povera gente che lavora rassegnata, buona, paziente sempre”.

Mentessi era nato e cresciuto a Ferrara, nel pieno centro cittadino come s’è scoperto alcuni anni fa smentendo una vulgata critica che lo voleva pittore campagnolo, ma la sua famiglia conosceva bene il lavoro più duro: il padre era un commerciante che s’era trasferito dall’Appennino modenese, la madre veniva invece da una stirpe di contadini del ravennate che si contentavano “di polenta pel corpo e di giaculatorie per lo spirito”, come lo stesso artista ricordò in una lettera scritta proprio nel 1898 dei moti di Milano. Né si poteva dire che non fosse conscio della mesta condizione dei contadini ferraresi, dato che all’epoca la campagna più profonda s’apriva appena passate le mura estensi. E allo stesso modo conosceva il movimento operaio milanese: a Milano aveva studiato e tornava spesso per lavoro e per insegnare all’Accademia di Brera. Logico, dunque, che si sentisse così profondamente toccato dalla crudezza della repressione, tanto da esser tra i pochi artisti disposti a non abbandonare l’arte di denuncia sociale di fronte agl’imponenti e feroci apparati messi in campo dalla macchina della reazione. E fu in questo contesto che Mentessi maturò l’idea di dipingere un quadro che raccontasse di nuovo quella realtà.

Per il pittore, l’attenzione rivolta ai lavoratori più umili non era una novità. Alcuni dei suoi capolavori avevano già denunciato le tristi condizioni dei braccianti delle campagne ferraresi. Alla prima Biennale di Venezia, che s’era tenuta nel 1895, aveva portato Panem Nostrum Quotidianum, ritratto d’una contadina recante in braccio la figlia addormentata, immersa in un campo di grano. E nei giorni delle violenze milanesi aveva dipinto Lagrime, uno dei dipinti più strazianti di fine Ottocento: una madre che abbraccia un figlio che s’abbandona a un pianto disperatissimo. Per la Biennale del 1899 Mentessi volle però pensare a qualcosa di più impegnativo, più coinvolgente, più incline a una certa poetica simbolista nutrita d’un sentimento mistico, religioso. Pare che l’idea gli fosse venuta osservando il modo in cui i contadini guardavano la vanga quandi li chiamava nel suo studio per posare: “Io non so cosa possa passare per la loro mente, ma guardo anch’io quell’arma terribile, e mi pare come un simbolo di un dolore antico. Da quanto tempo che cosa mai cerca quel meraviglioso e terribile istrumento nella terra? Cerca del sangue, della vita, della vita che la povera creatura che lavora non ha”.

Giuseppe Mentessi, Visione triste (1899; tempera e pastello su cartoncino intelato, 139 x 238 cm; Venezia, Galleria Internazionale di Ca’ Pesaro 2018) © Archivio Fotografico - Fondazione Musei Civici di Venezia
Giuseppe Mentessi, Visione triste (1899; tempera e pastello su cartoncino intelato, 139 x 238 cm; Venezia, Galleria Internazionale di Ca’ Pesaro 2018) © Archivio Fotografico - Fondazione Musei Civici di Venezia

C’è un’eco di quest’idea nel titolo dell’opera che Mentessi immaginò in quei mesi: Visione triste, l’aveva chiamata. La vanga, in questa visione, diventava una sorta di trait d’union tra il cielo e la terra. Strumento del lavoro dei contadini, ma anche del loro calvario laico, al pari della croce che, nelle idee iniziali, doveva esser portata da un contadino. Spetta a Marcello Toffanello la scoperta, nel 1999, d’una cartella di disegni che, uniti alle lettere del pittore, ci consegnano una visione completa del processo creativo che portò alla nascita di Visione triste. Gli studî iniziali raffigurano un contadino appoggiato alla sua vanga, smunto e denutrito: l’idea primigenia dell’artista era quella di denunciare il problema della pellagra che imperversava nelle campagne padane. Poi, tra il luglio e il settembre del 1898, si affacciò alla sua mente il proposito di “sovrapporre a questa rappresentazione realistica della condizione dei contadini”, scrive Toffanello, “un’iconografia religiosa, disegnando una croce sulle spalle dei lavoratori curvi a terra”. Dapprima, il ruolo del portacroce, come detto, doveva spettare a un contadino, poi si fece largo nei suoi intendimenti l’idea di affidare il gravame non direttamente al lavoratore, ma a una madre in atto di abbracciare il figlio, nel tentativo di sollevarlo dal peso del legno. Ed è questa la visione che vediamo nel quadro finito.

Un quadro, in fondo, molto semplice: è una campagna, tirata con le pennellate filamentose del divisionismo à la Previati, che diventa un calvario su cui giacciono alcuni contadini sopraffatti dal peso delle loro croci. Punto centrale è la madre, anch’ella incapace di sostenere il peso dello strumento del suo martirio, ma più preoccupata di salvare il suo bambino. Sulla destra, un contadino anziano è pianto da una donna più in alto, mentre due braccia tentano di liberare il corpo dalla croce. Davanti, le vanghe stese a terra e all’orizzonte i bagliori rosati dell’alba. Eppure, nonostante l’apparente immediatezza del dipinto, molti critici fraintesero alcuni elementi, come ha recentemente ricordato lo studioso Michele Nani: vi fu anche chi, ad esempio, scambiò la campagna per una “spiaggia marina”. Altri apprezzarono il contenuto, ma demolirono la resa tecnica, o alcune trovate come la cupezza per mettere in rilievo la desolazione della veduta, “artificio troppo meschino” secondo Mario Morasso. Ci fu poi chi lodò questo dipinto intendendone appieno il significato. Vittorio Pica, estimatore di Mentessi (nel 1903 lo avrebbe definito un artista “di sentimento” che “ha fatto di quasi ciascuna delle sue opere un inno all’amore, al dolore, alla pietà”), comprese bene chi fossero i protagonisti del quadro del pittore di Ferrara: “uomini e donne moderne. Sì, sono nostri contemporanei, sono nostri simili quegli artigiani, quei contadini, quelle donne che, nell’epica tela del Mentessi, trascinano penosamente la massiccia croce del dolore umano o soggiaciono ad essa lungo la ripida salita del Calvario della vita”.

Nella sua “peculiare fusione tra realismo sociale e simbolismo mistico” (così, efficacemente, ha scritto Beatrice Avanzi), scevra di qualunque retorica, e che qualche mese dopo avrebbe forse suggerito qualche spunto all’amico Previati per la sua Via Crucis, Giuseppe Mentessi voleva rammentare al riguardante che il lavoro nutre ma può essere anche uno strumento di tortura, che quelle donne e quegli uomini stremati sotto le loro croci sono donne e uomini che vivono il nostro tempo e sono più vicini di quanto pensiamo, che una società non potrà mai aspirare a essere moderna se continueranno a esserci lavoratori che dovranno portare il peso d’una croce.

Nel 1900, Ada Negri, colpita da Visione triste, scrisse una poesia omonima ispirata al quadro: “Per l’erta ove non trema alito o voce / Penosamente vanno; e ognun di loro / Curva le spalle sotto la sua croce. / L’aria che stagna, immota e densa, in torno, / Ha quel pallor fantastico dei sogni / Che ancor non sembra notte, e non è il giorno”. Per la poetessa, quella di Mentessi è una visione michelangiolesca aperta su di una turba che ha perso quasi ogni parvenza umana, una turba d’ignoti di cui nessuno conoscerà mai il nome, dimenticati, soffocati da una vita di stenti. Eppure il messaggio è positivo, e Ada Negri lo aveva inteso. La speranza esiste anche in questa Visione triste, ed è affidata a due elementi: il primo è il bambino (“Sarà Colui che vince e che consola / Madre, il tuo bimbo dal candor di giglio?”), il secondo è l’alba. Quei bagliori potrebbero esser letti come la luce della resurrezione, la rinascita che attende gli ultimi. Una speranza che però è molto terrena, immanente: è quella d’un futuro dove ci saranno condizioni di lavoro migliori, garantite anzitutto dalla solidarietà. Ed era quanto s’attendeva lo stesso Giuseppe Mentessi, in una sorta d’eco vagamente leopardiana: “Per questa strada che conduce alla nostra fine e che noi tutti facciamo insieme trascinando ognuno la nostra croce perché non possiamo aiutarci?”.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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