Briciole per la cultura: un taglio del 90%, ovvero 182 milioni di euro anziché oltre un miliardo e 700 milioni, sulla parte più consistente della programmazione strategica del Ministero della Cultura, ovvero sulle risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC): stanziamenti che, negli ultimi dieci anni, hanno consentito lavori importanti come il riallestimento del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, i restauri della Reggia di Caserta, alcuni dei piani per la Grande Pompei, il recupero del Complesso di Santa Maria della Scala a Siena, la trasformazione e l’apertura del Corridoio Vasariano, i programmi di conservazione del Palazzo Ducale di Mantova e la sua valorizzazione museografica, e molto altro ancora. La notizia è piuttosto recente: si parla del riparto del FSC assegnato al Ministero della Cultura che, in seguito all’Accordo per la Coesione sottoscritto lo scorso 31 ottobre fra la presidente del consiglio Giorgia Meloni e il ministro della cultura Alessandro Giuli (qui il testo), ha ricevuto una dotazione di appena 182 milioni di euro, tra FSC e cofinanziamento: di questi 182 milioni, peraltro, 104,5 riguardano il completamento di interventi già programmati, mentre circa 60 sono stati destinati a una linea d’azione chiamata “Riqualificazione di natura culturale e sociale di contesti urbani difficili” (in sostanza, andranno alle periferie). Altri 6,8 milioni serviranno per l’assistenza tecnica agli enti coinvolti nella programmazione. E questi 182 milioni rappresentano soltanto il 10% della dotazione che il Ministero aveva ottenuto dallo stesso fondo nel ciclo precedente. Si tratta, come si vedrà più avanti, di una somma che non è stata stabilita durante l’accordo, ma la sostanza non cambia.
Intanto, una rapida digressione per inquadrare la materia di cui si sta parlando. Il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione è, insieme ai Fondi Strutturali Europei, come si legge sul sito per l’Agenzia per la Coesione Territoriale, lo “strumento finanziario principale attraverso cui vengono attuate le politiche per lo sviluppo della coesione economica, sociale e territoriale e la rimozione degli squilibri economici e sociali in attuazione dell’articolo 119, comma 5, della Costituzione italiana e dell’articolo 174 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea”. Il quinto comma dell’articolo 119 della Costituzione preveda che lo Stato destini delle risorse aggiuntive in favore di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni qualora sia necessario rimuovere gli squilibri economici e sociali, mentre l’articolo 174 del Trattato stabilisce che l’Unione mira a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni d’Europa e il ritardo delle regioni meno favorite. Ne consegue che il Fondo è essenziale per lo sviluppo del Meridione d’Italia, tant’è che il grosso degl’interventi che il Ministero della Cultura ha avviato negli ultimi anni con la dotazione del FSC ha riguardato siti nelle regioni del Sud (la legge, del resto, stabilisce che l’80% dei fondi vada alle aree del Mezzogiorno, e il resto al Centro-Nord). Il FSC ha carattere pluriennale e la sua programmazione si articola in cicli di sette anni: quello attuale è il ciclo 2021-2027 e aveva una dotazione iniziale pari a 50 miliardi di euro (poi rifinanziati con la legge di bilancio 2022 e aumentati di 23,5 miliardi), mentre il precedente, 2014-2020, era fornito d’una dotazione iniziale di 54,8 miliardi di euro. Va subito detto che le risorse non vengono tutte spese entro i sette anni: il ciclo attuale, per esempio, prevedeva inizialmente una spesa di 4 miliardi per il 2021, 5 miliardi l’anno per tutti gli anni dal 2022 al 2029, e 6 miliardi per il 2030 (poi aumentati di 3 miliardi per ciascuno degli anni dal 2022 al 2028 e di 2,5 miliardi per il 2029). A questo punto è utile anticipare che, a fronte dei 182 milioni assegnati al MiC nel quadro dell’attuale FSC, nel ciclo precedente il Collegio Romano era riuscito a ottenere 1 miliardo e 740 milioni di euro circa, poi leggermente ridotti quando il turismo è stato scorporato dai beni culturali, e dunque le risorse previste per gl’interventi sul turismo sono state riassegnate al nuovo dicastero. Possiamo dunque ribadire brutalmente che il MiC ha ricevuto, per questo ciclo, le briciole di quel che aveva ottenuto per il FSC 2014-2020.
La materia è piuttosto corposa, ma per comprendere cosa sia accaduto al Ministero della Cultura è possibile operare qualche semplificazione, tenendo conto che gli strumenti di assegnazione delle risorse previste dal FSC hanno subito diverse modifiche nel corso degli ultimi anni. Il governo Conte I, col decreto-legge 34 del 30 aprile 2019 (articolo 44), ha stabilito l’istituzione dei Piani di Sviluppo e Coesione (PSC), ovvero lo strumento di programmazione delle risorse, creato per sistemare e dare ordine e unitarietà alle ripartizioni che prima venivano allocate tramite delibere del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, poi diventato nel 2021 CIPESS, ovvero Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile: è un organismo che dipende dalla presidenza del consiglio dei ministri ed è composto dal presidente del consiglio, che lo presiede, e dai ministri di Economia, Esteri, Sviluppo Economico, Agricoltura, Infrastrutture, Lavoro e Ambiente) a fronte di presentazione dei singoli piani (per singoli interventi, o gruppi d’interventi) delle varie amministrazioni centrali e locali: i PSC servivano per semplificare i programmi e snellire le procedure, e soprattutto servivano a ricondurre a un unico piano per ciascuna amministrazione i tanti piani e strumenti di programmazione che fino a quell’anno venivano adoperati per stanziare le risorse FSC. Ogni PSC doveva essere approvato dal CIPESS tramite delibera. Nel 2021, il CIPESS approvava il Piano Sviluppo e Coesione del Ministero della Cultura, con delibera numero 7 di quell’anno: il piano presentato dal MiC riclassificava tutti gli strumenti di programmazione fino a quel momento adoperati per l’uso delle risorse FSC, per un ammontare complessivo di 1 miliardo e 737,41 milioni di euro, somma approvata dal CIPESS. Quell’ammontare è stato poi leggermente ritoccato al ribasso: con delibera CIPESS n. 59 del 2021, sono stati trasferiti 46 milioni di euro al Ministero del Turismo, e ulteriori 100 milioni sono stati di nuovo spostati sul turismo nel 2022, con delibera CIPESS n. 45, col risultato che alla fine al Ministero della Cultura è rimasta una dotazione complessiva di 1.590,57 milioni di euro, ovvero quasi 1,6 miliardi. Con questi soldi è stato possibile finanziare gl’interventi di cui s’è detto in apertura: chi voglia vederli tutti, può trovare l’elenco completo sul sito della Programmazione Strategica del Ministero.
Per il ciclo 2021-2027, la materia è cambiata: il governo Meloni, col decreto-legge n. 124 del 2023, ha sostituito i PSC con gli Accordi per la coesione, ovvero intese definite tra le amministrazioni destinatarie delle risorse e il Ministro per gli affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il PNRR, e che stabiliscono obiettivi di sviluppo, specificazione degli interventi ed eventuali linee d’azione, cronoprogramma procedurale, piano finanziario e via dicendo, il tutto poi sempre approvato con delibera del CIPESS. L’accordo ha introdotto una modifica sostanziale nella procedura, ovvero il governo, col nuovo assetto, ha operato una “riduzione degli spazi di azione amministrativa in capo alle amministrazioni centrali e regionali” costringendo ministeri e Regioni “a fare i conti con un livello di coordinamento centrale decisamente rafforzato” (così si legge nel saggio La sfida dell’integrazione tra approccio PNRR e governance dei fondi strutturali di Anna Teselli). Gli accordi coi ministeri sono stati poi sottoscritti dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni lo scorso ottobre.
A questo punto è utile un confronto tra i riparti dei due cicli. Le tabelle meglio comprensibili del ciclo 2014-2020 si possono reperire sul sito dell’Agenzia per la Coesione Territoriale, mentre per trovare quelle di più agile consultazione per il ciclo 2021-2027 si può andare sul sito della Camera dei Deputati. Confrontando le tabelle emerge subito una differenza importante (per praticità terremo conto solo dei fondi assegnati a Regioni e amministrazioni centrali, escludendo dunque le città metropolitane): se nel ciclo precedente il FSC dava circa 30 miliardi di euro alle amministrazioni centrali e circa 15 alle Regioni, il ciclo attuale ha invertito quasi letteralmente le dotazioni, con circa 30 miliardi alle Regioni e 15 alle amministrazioni centrali (ne consegue, dunque, che molti interventi culturali saranno, almeno si presume, in capo alle amministrazioni regionali). Questa inversione è dovuta soprattutto al fatto che il grosso dei fondi PNRR è gestito dalle amministrazioni centrali. Il problema è che, nella generale diminuzione di risorse FSC che ha riguardato quasi tutti i dicasteri, il Ministero della Cultura è quello che più di tutti è uscito massacrato dalle proposte di ripartizione presentate al CIPESS e dagli accordi sottoscritti con la presidente del consiglio. Solo tre ministeri hanno avuto aumenti: lo sport, passato dai 250 milioni del ciclo precedente ai 400 dell’attuale, il turismo (da 46,84 a 121,1) e l’istruzione cui sono stati dati 360 milioni contro i 60 del ciclo 2014-2020 (anche se, in realtà, si tratta sostanzialmente di una diminuzione, dal momento che per il ciclo precedente l’Istruzione poteva contare su ulteriori 425 milioni di euro del ciclo 2007-2013, unico caso assieme al MiC, che disponeva di 1,614 miliardi del ciclo 2014-2020 e di ulteriori 76 milioni del ciclo 2007-2013). Per quanto riguarda gli altri, a nessun dicastero è toccata una riduzione del 90% (89,35 per la precisione) come quella che ha interessato il MiC. La riduzione media, tolto il MiC, è stata del 65%. Il ministero cui è andata meglio è quello delle infrastrutture, che ha visto un dimezzamento delle allocazioni: da 16,9 miliardi a 7,9. Seguono la Salute (da 200 milioni a 90), l’Ambiente (da 3,5 miliardi a 1,1), lo Sviluppo Economico (da 7,1 miliardi a 2,2), il Miur (da 1 miliardo a 306 milioni), l’Agricoltura (da 542 milioni a 113). E tra l’agricoltura e il MiC c’è comunque uno scarto di 10 punti percentuali sulla riduzione. Se al MiC fosse stata concessa una riduzione in media con le altre, il ministro Giuli avrebbe ottenuto quasi 600 milioni di euro anziché i 180 attuali: si parla sempre di un terzo delle risorse del ciclo precedente, ma di certo non sarebbero neppure i bruscoli che sono toccati al MiC. Per offrire un termine di paragone, il piano strategico “Grandi Progetti Beni Culturali”, avviato nel 2014, ha avuto nei suoi primi dieci anni di vita risorse per 828 milioni di euro che sono servite a finanziare 171 interventi.
Si diceva che non si tratta d’una cifra stabilita durante l’accordo: il riparto delle risorse da destinare alle amministrazioni centrali è stato deciso con delibera CIPESS n. 77 del 2024, su proposta del ministro per gli affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il PNRR (all’epoca Raffaele Fitto) approvata dallo stesso CIPESS (per il ciclo precedente invece la proposta è stata formulata dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che era all’epoca l’autorità politica per la coesione). La proposta del ministro Fitto, si legge nella delibera, è stata avanzata tenendo conto delle amministrazioni tradizionalmente destinatarie di risorse FSC, delle risorse già stanziate nel PNRR, nel Piano Nazionale Complementare e nei programmi europei, e delle “specifiche priorità strategiche quali, ad esempio, investimenti in favore del miglioramento della qualità della vita di persone affette da disabilità, per il potenziamento dei sistemi di sorveglianza e sicurezza pubblica e la digitalizzazione degli archivi, per le politiche di protezione civile, per interventi volti alla realizzazione di impiantistica sportiva nelle aree degradate, anche presso gli oratori, con il fine di contrastare la dispersione giovanile, e per il potenziamento dell’iniziativa del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale denominato ‘Turismo delle radici’”. Appare insomma evidente, anche da questa delibera, che la cultura non rientra fra le massime priorità dell’agenda del governo Meloni: siamo in una situazione totalmente diversa rispetto a quella delle trascorse stagioni, quando le diverse priorità dei passati governi, e l’autorità politica di Dario Franceschini, alla guida del Collegio Romano con quattro governi diversi, hanno consentito al Ministero della Cultura d’avere un peso fino a quel momento inedito nella storia recente.
Si potrebbe pensare a questo punto che ci siano delle attenuanti, chiamate PNRR e programmi europei, ovvero: magari il MiC ha ricevuto così poco perché aveva ricevuto tanto in precedenza. In realtà, se si fa il confronto con altri ministeri che hanno ricevuto somme ingenti dal PNRR, non si riscontra la stessa linearità. Un confronto a spanne tra Cultura, Salute e Imprese (ex Sviluppo Economico) mostra che i tre ministeri gestiscono quote PNRR rispettivamente per 4,2 miliardi, 15,63 miliardi e 28,842 miliardi, a fronte di riduzioni FSC che pesano rispettivamente l’89,35%, il 55% e il 68,41% (la Salute ha ricevuto fondi FSC per 90 milioni di euro, contro i 200 del ciclo precedente, mentre il Mimit 2,250 miliardi di euro contro i 7,124 del ciclo 2014-2020), e in paragone a bilanci di circa 3, 2,5 (cui va però aggiunto il consistente fondo sanitario nazionale, che viene tuttavia ripartito tra le amministrazioni locali: è di 140 miliardi circa) e 15 miliardi. Quanto ai fondi FESR, al MiC sono stati concessi, nel 2022, poco meno 200 milioni in più sul ciclo 2021-2027 rispetto a quello precedente (per un totale di 648,33 milioni di euro): con queste risorse il MiC sostiene il Piano Nazionale Cultura. Insomma, dal quadro pare abbastanza evidente che le ragioni dei 182 milioni di risorse FSC al Ministero della Cultura siano squisitamente politiche.
Per dare un’idea delle grandezze, sarà sufficiente qualche esempio: per il completamento dei restauri di Palazzo Barberini il Piano Sviluppo e Coesione ha messo a disposizione 8,7 milioni di euro, altri 19,7 sono serviti per sistemare il Parco di Paestum e Velia, e i soli lavori alla Reggia di Caserta sono stati finanziati con 39,5 milioni di euro. E con il PSC è stato possibile sostenere circa 120 interventi. Certo, non tutti con gl’importi garantiti alla Reggia di Caserta (ma ci sono stati, d’altra parte, anche stanziamenti ben più consistenti: al carcere di Santo Stefano a Ventotene sono stati dati 70 milioni di euro, e 90 invece sono stati assegnati al centro storico di Napoli), ma comunque anche con singoli piani di dimensioni più contenute è stato possibile far partire cantieri molto importanti. Con i 180 milioni di euro risultati dall’accordo tra Giuli e Meloni, invece, non si potrà fare niente. E “niente” è da intendersi in senso letterale, perché se 100 milioni serviranno per completare i lavori del ciclo precedente e il resto andrà alle periferie, per gl’interventi su monumenti, centri storici, siti archeologici, musei e patrimonio culturale in generale non ci saranno risorse FSC cui attingere.
Le somme accordate al MiC non sono immutabili: possono essere integrate, rimodulate, rifinanziate attraverso delibere CIPESS e atti integrativi vari, come del resto è già stato fatto in passato. Il problema è che è difficile immaginare scostamenti e rinegoziazioni importanti, perché il FSC 2021-2027 è già fortemente impegnato e, a quanto pare, ha priorità politiche diverse rispetto alla cultura. Eventuali integrazioni dipenderanno, sostanzialmente, dalla disponibilità residua del FSC. E dipenderanno, soprattutto, da fattori di carattere meramente politico. Il problema è che se la cultura (quanto meno se intesa come elemento di coesione nazionale, data la natura di questi fondi) non diventerà una delle priorità del governo Meloni, ci sarà poco da fare. Un taglio del 90% rispetto a una media del 65% è probabilmente un’indicazione piuttosto chiara: occorrerà a quel punto sperare nella capacità negoziale del ministro, che sarà chiamato a dimostrare che la propria azione è fondata su di una visione strategica (andrà rammentato che i quasi 2 miliardi del ciclo precedente arrivarono in concomitanza con la stagione delle riforme Franceschini, epocali dacché hanno cambiato radicalmente il volto del ministero, a prescindere dal grado d’apprezzamento che possono aver suscitato), difendere politicamente il proprio settore e l’importanza degl’investimenti nei suoi cantieri, e dimostrare infine che ogni centesimo delle risorse assegnate al Ministero della Cultura è un centesimo speso bene, se si vuole sperare che la cultura riesca a strappare qualche milione di euro in più.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
Per inviare il commento devi
accedere
o
registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo
l’accesso.