Teatro Comunale di Firenze: teniamoci il cubo nero, un monumento al riqualificazionismo


La vicenda dell’ex Teatro Comunale di Firenze, sostituito da una costruzione che ha fatto indignare molti, è la perfetta allegoria di un processo che da molto tempo investe il capoluogo toscano. E il cubo nero che ora sorge sul Lungarno Vespucci potrebbe essere considerato simbolo del “riqualificazionismo” che ha convinto tutti. L’editoriale di Federico Giannini.

Sul cubo nero che da quest’estate ha cominciato a malmenare i palazzi del lungarno Vespucci a Firenze gli unici chiarimenti, per il momento, andrebbero chiesti alla Soprintendenza: occorrerà sapere perché, almeno per il momento, il risultato della ricostruzione dell’ex Teatro Comunale appare così diverso dai rendering che ce lo presentavano, certo, sempre saettante sopra corso Italia, ma rivestito di toni caldi e dorati, meno impattante dello scatolone opaco e nero che s’innalza arrogante dietro le finestre timpanate e le lesene in pietra serena del palazzo che fu dei Demidoff e che ospitò Čajkovskij e Tolstoj. Ma non è questo l’aspetto più interessante della faccenda, e non è neppure quello più importante, benché sia quello su cui è più facile esprimersi (e indignarsi: del resto, oggi i due verbi sono diventati quasi sinonimi).

Primo: non stupisce che il Comune (e, varrà la pena sottolinearlo, la questione dell’ex Teatro Comunale ha visto avvicendarsi tre amministrazioni diverse, ancorché tutte dello stesso segno) abbia operato nel solco di quel modello economicista di gestione della città che s’è imposto in tutta Italia a partire almeno dagli anni Novanta, e ha conosciuto poi frequenti accelerazioni dalla crisi dei subprime in poi, senza contare che, nel caso specifico di Firenze, lo spazio per un’idea di città che ruotasse attorno ai beni pubblici del centro storico e alle loro potenzialità non può che ridursi dinnanzi alla constatazione che il capoluogo toscano è (o è diventato) una delle città più turistiche del mondo. Lo ha spiegato bene l’urbanista Ilaria Agostini: “Il ruolo della città nel turismo culturale – in forte crescita a scala planetaria – la apre […] a scenarî di forte attrattività nei confronti di attori economici internazionali. Le holding non tardano a irrompere con prepotenza sulla scena. […] In una città nella quale la storia è messa a reddito, il centro antico diviene così una miniera d’oro, pura astrazione di mattoni e rendita”.

Secondo: il fatto che la polemica si concentri più sul “come” che sul “che cosa” è indice del fatto che, fondamentalmente, sul “che cosa” la cittadinanza non ha granché da obiettare, dal momento che il progressivo processo di privatizzazione dello spazio pubblico che a Firenze va avanti da anni (quella dell’ex Teatro Comunale non è che una delle tante alienazioni che si sono susseguite negli ultimi anni, tra quelle comunali e quelle demaniali: nel novero delle alienazioni più vistose sarà sufficiente ricordare l’ex caserma di Costa San Giorgio, di cui s’è parlato anche su queste pagine, Palazzo Vivarelli Colonna, l’ex ospedale di San Gallo, il convento di Monte Oliveto), di pari passo con un tipo di gentrificazione meno appariscente ma altrettanto impattante sul tessuto sociale della città, ossia quella dei piccoli proprietarî che hanno venduto o messo a reddito le case che avevano in centro o nei quartieri più vicini al centro e hanno scelto di spostarsi fuori città. Per farsi un’idea del fenomeno si potrebbe osservare, anche in maniera superficiale, l’andamento delle quotazioni degli immobili registrate nel database di Immobiliare.it: in un quartiere semicentrale come l’Isolotto il prezzo medio al metro quadro è salito (complice, certo, anche l’apertura della tramvia che ha reso più facile il collegamento col centro, a beneficio dei residenti ma anche e forse soprattutto dei turisti) dai 2.821 € di aprile 2017 ai 3.697 € di luglio 2025. Significa che oggi chi voglia comperare un appartamento di cento metri quadri in zona è tenuto a sborsare, per lo stesso immobile, quasi 100mila euro in più rispetto a otto anni fa. Lo stesso apprezzamento s’osserva anche in altre zone di Firenze, da quelle più centrali come Porta al Prato (4.250 contro 3.146) a quelle più periferiche come Careggi (3.974 contro 3.004).

Il profilo della costruzione che ha sostituito il Teatro Comunale di Firenze visto dal Lungarno Vespucci. Foto: Marcello Mancini
Il profilo della costruzione che ha sostituito il Teatro Comunale di Firenze visto dal Lungarno Vespucci. Foto: Marcello Mancini

Naturalmente è difficile rinfacciare a un locatore la sua venalità, specie nel momento in cui il mercato degli affitti a breve termine diventa decisamente più redditizio rispetto a quello degli affitti a lungo termine ai residenti: sarebbe come rimproverare un gatto per la sua territorialità. E poi, evidentemente, a nessuno è mai interessato cercare d’arginare questo fenomeno: da una parte, una significativa porzione della cittadinanza s’è trovata nella posizione di poter trarre profitti importanti da un bene in proprio possesso senza neanche avere più l’impellente necessità di frequentare il centro storico perché i servizî si sono progressivamente spostati fuori (alzi la mano chi conosce un fiorentino che per le sue esigenze quotidiane ha bisogno di andare in centro: lo stesso caso dell’ex Teatro Comunale, sostituito con la nuova costruzione del Teatro del Maggio, vicino al Parco delle Cascine, con ampia disponibilità di parcheggi nelle immediate vicinanze e agevole raggiungibilità, attaccato alla stazione di Porta al Prato, è un caso più che esemplare) o, come ovunque, sono stati digitalizzati, e dall’altra tutti hanno accolto con favore pressoché unanime quest’ambigua, insidiosa ideologia del riqualificazionismo, chiamiamola così, convinti che la continua risistemazione del patrimonio (“rigenerazione”, si direbbe in neolingua) avrebbe portato indiscutibili benefici economici, che la cessione di ampie porzioni di città a privati che hanno investito perlopiù nella ricettività di alto bordo fosse una forma di restituzione e che la continua trasformazione delle aree urbane andasse interpretata come un segno di sviluppo. Ma se questa è la percezione, è difficile riconoscere gli effetti collaterali: la trasformazione del tessuto sociale (ormai probabilmente irreversibile, se non con processi pluridecennali), l’allontanamento dei residenti storici, l’omologazione, la coltivazione del turismo come principale fonte di reddito (senza peraltro avvedersi dell’ulteriore danno nel danno: profonda vulnerabilità economica, basso livello di innovatività e produttività, larghe quote di lavoro poco qualificato). Alla fine, è un contratto win-win che tutti hanno accettato in cambio di una smart city più bella, più moderna, più piacevole. E la vicenda dell’ex Teatro Comunale non è che una conseguenza, di cui nessuno avrebbe parlato se solo la nuova costruzione fosse stata qualche metro più bassa (demolirlo, come vorrebbero tanti fiorentini che commentano sui social, servirà magari a salvere il profilo del Lungarno Vespucci, ma sarebbe azione del tutto irrilevante sui processi strutturali). Sarebbe allora forse più interessante capire se le origini di questa trasformazione della città sono da rinvenire in un processo storico-sociale-economico inevitabile (e nel caso ci sarebbe poco da biasimare a chicchessia) o nell’avvio, ormai in epoca che possiamo considerare storica, di un preciso progetto di città che è sempre andato verso una precisa direzione. Non tanto per poter cambiare la direzione del processo, quanto piuttosto per capire se altre città dove questo processo è più indietro rispetto a Firenze, ma se ne possono già avvertire i sintomi (si legga alla voce Bologna, per esempio), sono avviate allo stesso destino.

Terzo: c’è tutta una classe intellettuale fiorentina che sulla questione non ha aperto bocca, ma neppure l’indignazione col cadavere dell’ex Teatro Comunale ormai strasepolto e stradimenticato sorprende più di tanto, dato che nell’era dei social non sono soltanto i politici ad aver compreso che la ricerca d’un consenso fondato sul dopodomani come orizzonte più lontano sia l’attività più redditizia nella quale investire le proprie energie. A che scopo rischiare di autoescludersi dal dibattito pubblico e di autocondannarsi all’irrilevanza culturale parlando di una joint venture internazionale che rileva l’ex Teatro Comunale di Firenze da Cassa Depositi e Prestiti (quando il grosso del tuo pubblico probabilmente manco sa dell’esistenza di Cassa Depositi e Prestiti) se puoi ottenere consenso, editoriali, ospitate qua e là limitandoti a commentare i faits divers della giornata, anche quelli più scemi e irrilevanti ma che hanno larga presa sul pubblico che passa ore del suo tempo libero a sollazzarsi su Instagram e compagnia, oppure offrendo il tuo punto di vista sui massimi sistemi del mondo?

Siamo seri: a quanti lettori possono interessare i rapporti tra la città e il suo capitale immobiliare? Chi ha voglia d’aprire un dibattito su di un tema complesso? Meglio commentare ciò che garantisce audience immediata (giusto per rimanere su Firenze, ricordiamo alcuni dei temi che hanno occupato gli intellettuali in lunghe e appassionatissime discussioni: la Ferragni agli Uffizi, i loghi degli sponsor del Firenze Light Festival proiettati su Ponte Vecchio, la chiusura di Piazza Santo Spirito per la sfilata di Gucci, i turisti che mangiano per strada, i tour operator che fanno fare i giri in elicottero sopra al centro storico: altrimenti detto, ci s’accapiglia per le cose che durano qualche ora, e passano sotto traccia i progetti per tirar su le palazzine che rimarranno a vita, salvo poi accorgersene a cose finite). Poi, alle volte, capita che qualcuno si ricordi che a Firenze hanno tirato su un cubo di vetro e cemento dietro i palazzi che Giovanni Signorini dipingeva quando Firenze era amministrata da Leopoldo II di Lorena, ma giusto il tempo di raccattare un po’ di facilissimo consenso, dato che chiunque è in grado di manifestare disappunto se il tema è una costruzione che sul panorama circostante fa lo stesso effetto di un destro di Tyson sul naso di un ragioniere, dopodiché, per i prossimi diciassette anni (ovvero il lasso di tempo intercorso tra il cambio di destinazione d’uso dell’ex Teatro Comunale e le polemiche sull’impatto della nuova costruzione), eventuali nuove discussioni potranno tranquillamente passare in cavalleria se non saranno ritenute sufficientemente coinvolgenti. Ma, di nuovo: qualcuno se la sente di rimproverare l’intellettuale che cerca disperatamente d’evitare la marginalizzazione in un mondo che lo costringe a campare di visibilità e tenendo conto che anche l’intellettuale c’ha le bollette da pagare?

E allora forse non serviranno neanche i chiarimenti del caso, non servirà chiedere alla proprietà di ovviare con una costruzione meno impattante, non servirà far presente che il rendering era diverso: teniamoci lo scatolone nero lì dov’è, monumento al riqualificazionismo, simbolo della nuova città che tutti abbiamo contribuito a costruire. Intanto, è pur sempre stratificazione, è la città che sale (ed è salita in tutto, anche nei prezzi). E poi, tra cento o duecento anni, se il cubo sarà ancora in piedi, lo si potrà ritenere una delle più importanti testimonianze della storia di Firenze, al pari della cupola del Brunelleschi (sempre che non l’avranno ancora buttata giù per rigenerarla, ovviamente: non si sa mai), allegoria di quell’epoca in cui la città di Arnolfo di Cambio e Leon Battista Alberti era diventata un luna park.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale (presso Università di Genova e Ordine dei Giornalisti), inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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