Se c’è una cosa che Anselm Kiefer non teme è il confronto con il passato: che si tratti del suo vissuto personale oppure dell’allestimento delle opere in contesti storicamente assai connotati, l’artista riesce sempre a innescare cortocircuiti di grande efficacia e potenza. Lo ha dimostrato il grandioso progetto mediante il quale nel 2022 (grazie al coraggioso invito di Gabriella Belli, allora direttrice della Fondazione Musei Civici di Venezia) ha potuto rivestire le pareti della Sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale di Venezia, dove l’artista sovrappose temporaneamente ai dipinti di Tintoretto, Palma il Giovane, Andrea Vicentino, enormi teleri che reinterpretavano con un linguaggio contemporaneo la celebrazione della gloria della Serenissima. Kiefer, da molti celebrato come il maggior artista vivente, è stato poi convocato in Italia nel 2024 per una corposa retrospettiva ospitata nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze e oggi tocca a Milano dedicargli un’esposizione che ha suscitato, fin dal suo annuncio, grandi aspettative. La location, alla pari di quella veneziana, è decisamente suggestiva e ricca di tracce del passato: la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, infatti, risale al 1774-1778 e fu realizzata su progetto di Giuseppe Piermarini; il 15 agosto 1943, durante l’attacco su Milano dei bombardieri della RAF, uno spezzone incendiario cadde sul tetto della sala, provocandone l’incendio. Andarono così distrutti la volta (compreso l’affresco di Francesco Hayez con L’apoteosi di Ferdinando I del 1838) e il ballatoio con i dipinti di Andrea Appiani, oltre a gran parte delle decorazioni in stucco e del pavimento.
Lo stesso artista ha ammesso la fascinazione per quell’ambiente imperfetto, pervaso di un’atmosfera decadente tipica delle “rovine” e ornato di sculture lacerate e mai ricostruite, nonché di specchi ossidati che danno luogo a interessanti effetti di riflessione. Nel corso della conferenza stampa Kiefer ha rivelato inoltre che il progetto originario prevedeva di appendere in alto i dipinti, e crediamo che così facendo l’effetto sarebbe stato ancora più scenografico rispetto all’attuale allestimento della mostra, che vede le tele montate su sostegni che richiamano dei paravento. Al centro della sala si formano quindi dei corridoi nei quali ci si aggira per osservare le opere da molto vicino, il che comporta anche un certo sforzo cervicale per poter scorgere la parte alta dei dipinti, i quali raggiungono l’altezza considerevole di quasi sei metri: l’impressione è che questi imponenti schermi facciano un po’ perdere lo stretto legame con le decorazioni originarie dell’ambiente, in particolare con le cariatidi. Se ci è concessa una critica, la esprimiamo nei confronti delle rotelle alla base dei supporti, decisamente “stonate” in un contesto così prestigioso; tanto più che gli otto dipinti collocati nella Sala del Lucernario sono montati su supporti invisibili e appoggiati direttamente sul pavimento, con un effetto più elegante.
Ma veniamo alle protagoniste dei quarantadue teleri: Kiefer si è concentrato sulle donne che nel corso dei secoli hanno studiato o praticato l’alchimia e che in tal modo hanno contribuito alla nascita della scienza moderna, per venire poi dimenticate dalla storia e riemergere di recente grazie a numerose ricerche, come quella di Meredith K. Ray (Figlie dell’alchimia. Donne e cultura scientifica nell’Italia della prima età moderna, Roma, 2022). Non è la prima volta che l’artista tedesco si confronta con i temi alchemici: già negli anni Ottanta si ispirò alla “malinconia saturnina” (impossibile non richiamare alla mente la celebre incisione di Albrecht Dürer) realizzando una serie di lavori in cui fece largo uso del piombo, il metallo rappresentativo del primo stadio alchemico, legato a Saturno e alla fase di “nigredo”, ovvero la putrefazione che costringe a “operare una scelta in mezzo alla grande riserva di possibilità”, ha scritto l’artista in un testo del 2011. In Melancholia del 1990-1991 è peraltro evidente il poliedro di düreriana memoria, e lo stesso titolo corrisponde a quello del capolavoro dell’artista rinascimentale.
All’alchimia possono essere senz’altro accostate anche le tecniche impiegate dall’artista, come sottolinea la filosofa e storica della scienza Natacha Fabbri nel saggio in catalogo: “La stessa resa cromatica è frutto di processi vivi: ossidazioni, patine, combustione, elettrolisi, sedimenti, chimica lenta che continua a scrivere sul supporto e a plasmarlo”. Ne risulta una cifra stilistica riconoscibilissima, che tende più alla trasmutazione della materia che a un risultato immutabile nel tempo, da cui tra l’altro consegue un effetto sensoriale distintivo: prima che con lo sguardo, le opere di Kiefer si riconoscono infatti con l’olfatto, percependo il loro odore unico, caratterizzato da spiccate note chimiche, di processi ancora in atto. Un odore che si percepisce nettamente anche a Milano appena si entra nella Sala delle Cariatidi.
La serie realizzata per Palazzo Reale ha una forte connotazione femminile, pur non essendo un progetto “femminista”, ci tiene a ribadire Kiefer che, durante presentazione di Milano e in altre occasioni, ha dichiarato di essere “per metà donna”, annullando così qualsiasi discorso di genere. Le Alchimiste si collocano infatti tra le altre sue serie dedicate alle donne, come le Frauen der Revolution, le Women of Antiquity, le Reines de France e le opere dedicate a Lilith, tutte ricordate dalla curatrice Gabriella Belli. Quali sono allora i soggetti, finora pressoché sconosciuti, del corteo di donne dipinte, che avanzano osservate dai resti di altre creature femminili, le cariatidi, modellate nello stucco e straziate dalla violenza della guerra? Queste alchimiste sono state anche regine e nobildonne, mogli di filosofi e di uomini di scienza, studiose autonome delle teorie alchemiche e coraggiose praticanti nei laboratori domestici, o ancora semplici assistenti di padri e mariti che si dedicavano alla ricerca della “pietra filosofale”. Molte di loro pubblicarono trattati di alchimia, repertori botanici, raccolte di ricette di farmaci e cosmetici, spinte spesso da un intento caritatevole e sociale; di altre si conserva la memoria in testi di diversi autori o in pubblicazioni postume. Ogni protagonista, nella serie di Kiefer, è identificabile dal suo nome tracciato in caratteri dorati e talvolta da simboli che sono anche quelli ricorrenti nella poetica dell’artista: il libro di piombo, il girasole con la testa abbassata, i fiori e gli elementi vegetali essiccati oltre che, ovviamente, l’oro che illumina molti sfondi su cui si stagliano alcune figure in volo, circondate da un mantello svolazzante. Un modello, questo, che avevamo già visto nell’opera guida della mostra di Palazzo Strozzi, Engelssturz (Caduta dell’angelo).
Anche grazie alle biografie sintetizzate nel catalogo, si scopre quindi che le alchimiste sono esistite fin dall’età antica e l’artista tedesco oggi ne restituisce la loro esistenza, le loro pratiche, i loro pensieri e visioni, oltre che il loro coraggio. Tra le figure più intriganti, i cui volti e corpi emergono dalla materia mutevole che ricopre le tele, si incontrano Theosebia e Paphnutia: la prima fu collega o allieva di Zosimo di Panopoli, alchimista vissuto tra la fine del III e l’inizio del IV secolo d.C., mentre la seconda veniva considerata da Zosimo un esempio da non seguire. In epoca antica fu attiva ad Alessandria d’Egitto anche Cleopatra, mentre in pieno Medioevo la regina di Francia Blanche von Navarra patrocinò l’alchimista Nicolas Flamel. Le testimonianze sulle alchimiste del Quattro e soprattutto nel Cinquecento sono più numerose, e tra di esse spiccano Caterina Sforza, signora di Imola e contessa di Forlì, autrice del manoscritto Experimenti in cui raccolse 400 tra ricette di cosmesi e farmacopea, oltre a procedimenti di alchimia operativa; Anne Marie Ziegler che prometteva, grazie a un olio chiamato “sangue di leone”, di poter generare la vita e che, fallita l’impresa di creare la pietra filosofale, morì sul rogo nel 1575; Sophie Brahe, sorella dell’astronomo Tycho Brahe, che praticò chimica e medicina e coltivò un orto dei semplici per ricavarne rimedi da destinare agli ultimi. La timeline delle alchimiste annovera quindi Anne Conway, legata al filosofo Henry More e interprete di un’alchimia come arte sperimentale a servizio della cura; Dorothea Juliana Wallich che riuscì a pubblicare numerosi testi chimici, mentre il volume di Elisabeth Grey, pubblicato postumo, conteneva sia soluzioni alchemiche sia un ricettario culinario. Il libro di Marie Meudrac, La Chymie charitable et facile, en faveur des dames pubblicato nel 1666, ebbe invece una notevole fortuna grazie al suo taglio sistematico ma accessibile, rivolto specificamente al pubblico femminile. E poi, per il Settecento, ricordiamo Susanna von Klettenberg, guida spirituale di Goethe, che coinvolse nei suoi esperimenti in un laboratorio domestico improvvisato, introducendo il celebre scrittore pure all’ermetismo. Tra le più recenti alchimiste, una figura chiave della ricezione spirituale dell’alchimia nell’Ottocento inglese fu Mary Anne Atwood che pubblicò insieme al padre un’opera per poi ritirarla e distruggerla, nella convinzione di aver rivelato i segreti di una materia sacra.
Anselm Kiefer non è certo il primo artista, e non sarà nemmeno l’ultimo, a ispirarsi ai processi alchemici: Lawrence M. Principe nel suo saggio in catalogo cita ad esempio David Teniers, Pieter Brueghel, Thomas Wick. Noi aggiungiamo l’imprescindibile e già citato Albrecht Dürer con la sua Melancholia I, ricca di simboli ermetici e pregevolmente studiata da Erwin Panofsky e Fritz Saxl, e poi Parmigianino, che Vasari definì “uomo salvatico”, raccontando peraltro che il pittore si rovinò a causa della sua incessante ricerca dell’oro; dopo la scomparsa di Francesco Mazzola si diffuse addirittura il gossip di un suo avvelenamento letale da mercurio (verosimilmente, però, morì per colpa della malaria).
Come è ovvio, a interessarsi all’alchimia non furono, e non sono, solamente gli artisti: non si può infatti dimenticare Carl Gustav Jung e il suo volume di Psicologia e alchimia (1944), scritto dopo 15 anni di studio e capace di rileggere l’alchimia, appunto, come una metafora della realizzazione del sé e dell’esplorazione dell’inconscio. Lo citiamo anche perché, in concomitanza con l’apertura della mostra di Milano, lo psicanalista Massimo Recalcati ha pubblicato per Marsilio (la cui business unit Marsilio Arte ha co-prodotto la mostra Le alchimiste insieme a Palazzo Reale) Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer, ponendosi l’obiettivo di rispondere alle domande: “È possibile generare qualcosa di vivo da ciò che appare già morto? È possibile fare dei resti un’opera nuova?”. Ancora oggi, quindi, le fasi alchemiche della nigredo, dell’albedo, della rubedo si dimostrano attuali e in grado di non solo di raccontare le radici della scienza moderna, ma anche di sublimare simbolicamente le questioni archetipiche dell’esistenza e della spiritualità.
L'autrice di questo articolo: Marta Santacatterina
Marta Santacatterina (Schio, 1974, vive e lavora a Parma) ha conseguito nel 2007 il Dottorato di ricerca in Storia dell’Arte, con indirizzo medievale, all’Università di Parma. È iscritta all’Ordine dei giornalisti dal 2016 e attualmente collabora con diverse riviste specializzate in arte e cultura, privilegiando le epoche antica e moderna. Ha svolto e svolge ancora incarichi di coordinamento per diversi magazine e si occupa inoltre di approfondimenti e inchieste relativi alle tematiche del food e della sostenibilità.Per inviare il commento devi
accedere
o
registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo
l’accesso.