Lorenzo Viani, l'eretico scomodo della storia dell'arte italiana


Il nuovo allestimento “Lorenzo Viani. Emozioni dell’umanità” della GAMC di Viareggio è un percorso espositivo tra opere pubbliche e private, che permette un viaggio profondo nell’arte dell’artista viareggino.

Pare sia una prassi assodata, quel colpevole e insensato ritardo con cui in Italia ci riappropriamo dei protagonisti delle vicende artistiche tra il XIX e il XX secolo. Che sia per snobismo culturale, spasmodica esterofilia, oscillazioni di gusto o culto per un passato più remoto, la schiera delle vittime illustri di questa attitudine culturale è ancora molto nutrita. In quest’ultima manciata di anni stiamo assistendo al recupero, anche da parte del grande pubblico, attraverso un continuo proliferare di mostre, della figura di Giovanni Fattori e degli altri Macchiaioli, che sembrano finalmente essere riusciti a mettersi alle spalle il famigerato anatema di Roberto Longhi. Ma a una compagine riscattata fa da controcanto ancora una moltitudine di personalità che sono state smarrite tra le pieghe della storia dell’arte: pittori, scultori e creativi di ogni genere, le cui esperienze artistiche e di vita sono di grande interesse. Tra questi figura inspiegabilmente anche un artista del valore di Lorenzo Viani.

Pittore, xilografo e scrittore, Viani portò avanti numerose attività artistiche con altissimi risultati nella sua vita iniziata a Viareggio nel 1882 e finita ad appena cinquantaquattro anni nel 1936. Certo, la redenzione del pittore toscano è già stata auspicata da considerevoli critici, e accompagnata da un buon numero di pubblicazioni e qualche mostra interessante, ma la sua opera è ancora oggi poco nota e apprezzata, tanto che anche diversi musei che possiedono i suoi dipinti non si sentono in dovere di esporli. L’ostilità nei confronti di Viani, secondo Mario De Micheli, era da imputarsi ad una certa “diffidenza estetica” poiché egli non è mai rientrato nei canoni rassicuranti della pittura formale di facile approvazione. Questo eretico scomodo sia al mondo dell’arte che a quello delle lettere, come lo appellava Fortunato Bellonzi, è sicuramente uno dei profili più significativi della pittura nostrana a cavallo tra XIX e XX secolo, ma rientra anche tra gli esiti più ragguardevoli di certa produzione espressionista e sociale europea. Ecco che allora l’appassionato d’arte non può farsi sfuggire l’occasione dell’incontro con l’opera di Viani, garantito dal nuovo allestimento temporaneo della GAMC di Viareggio, il museo dedicato all’artista, che fino al 5 maggio ospiterà la mostra Viani. Emozioni dell’umanità.

Allestimenti della mostra “Lorenzo Viani. Emozioni dell'umanità”
Allestimenti della mostra Lorenzo Viani. Emozioni dell’umanità
Allestimenti della mostra “Lorenzo Viani. Emozioni dell'umanità”
Allestimenti della mostra Lorenzo Viani. Emozioni dell’umanità
Allestimenti della mostra “Lorenzo Viani. Emozioni dell'umanità”
Allestimenti della mostra Lorenzo Viani. Emozioni dell’umanità
Allestimenti della mostra “Lorenzo Viani. Emozioni dell'umanità”
Allestimenti della mostra Lorenzo Viani. Emozioni dell’umanità

Si tratta di un’iniziativa espositiva pensata per far fronte al restauro della sede museale, il Palazzo delle Muse, rendendo accessibile una selezione dei capolavori del maestro viareggino presenti nelle collezioni civiche e arricchita da sedici dipinti provenienti da collezioni private. Per comprendere l’arte di Viani è necessario sondarne anche le vicende biografiche, poiché il pittore degli ultimi e dei derelitti inizia la sua avventura di vita in una Versilia che non è quella delle patinate stagioni balneari, né quella dei villini al mare della nobilità lucchese, benché il padre fosse a servizio del principe don Carlos di Borbone. Invece fin dalla più tenera età, l’immaginario di Lorenzo è dominato da presagi di morte e solitudine, esce dal palazzo borbonico per frequentare la gente della Darsena, anarchici e avanzi di galera, che Viani elegge a fedeli compagni di viaggio per tutta la sua vita. Questa adesione si intensificò quando il padre perse il lavoro, e la famiglia precipitò in un baratro di miseria. Il giovane prese mestiere presso un barbiere, che si impose come una scuola di umanità; infatti, come scrisse in seguito, “Prima di averli disegnati questi visi acciabattati, ricuciti di gavine... li ho mantrugiati”. Ma oltre a quell’impietoso campionario umano, nella bottega fa la conoscenza anche di personaggi famosi, come l’anarchico Pietro Gori e Plinio Nomellini. Il pittore livornese in particolare avrà un ruolo di primo piano nello spingere Viani ad impugnare matita e pennelli. La sua formazione, fatta di peregrinazioni per le città circostanti e di letture, passa anche per l’Istituto d’arte di Lucca. Ma quando vi arriva ha accumulato così tante importanti esperienze in presa diretta che la sua coscienza ha già preso una direzione e dall’accademia impara solo il mestiere: “Le bellezze greche e romane non le notai nemmeno. Mi sembravano cose morte. Al di fuori ero troppo in contatto con la vita, perché potessi godere il Gladiatore morto, quando la rissa mi aveva già mostrato dei morenti, o la Veneri di Milo, quando nei postriboli di Via della Dogana avevo veduto dei corpi belli nella luce rossa delle tendine”.

Nei primi anni del XX secolo si sposta all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove Nomellini lo introduce a Giovanni Fattori. Il maestro macchiaiolo vedendo le sue figure deformate torceva la bocca ed esclamava: “Ci sono degli errori, però sono errori buoni”. E ancora: “son cose originali, fai come vedi e come senti”. E la lezione del Fattori avrà per sempre un peso fondamentale sul viareggino, che trovò congeniale quel suo bagno di realismo. Concepire la pittura per larghe campiture, l’estrema sintesi, il servirsi del mezzo pittorico in maniera disincantata, sono solo parti del bagaglio tecnico che apprese dal “babbo” livornese, a cui si aggiunse quella linea di contorno spessa e irrequieta memore di certe incisioni del macchiaiolo.

E il Fattori si ritrova anche in uno dei lavori più tardi del Viani, il primo che accoglie il visitatore in mostra, Lavoratori del marmo in Versilia del 1934, realizzato insieme a un’altra tela per decorare la stazione ferroviaria di Viareggio. Queste tele sono immediatamente precedenti l’ultima opera di Viani, gli affreschi nel Collegio “IV Novembre” a Castel Fusano a Lido di Ostia. Il monumentale dipinto benché non si soffermi sugli aspetti più tragici di un’umanità derelitta, del resto non congrua a una commissione ufficiale, mostra una materia pittorica esangue e una narrazione per gruppi compositivi sperimentata più volte nelle opere di grande formato, capace di mettere a profitto apporti diversi, dallo spigoloso paesaggio delle Apuane di profumo cubista fino alla sua meditazione sui primitivi italiani, riflessa nello ieratico gruppo della Madonna con bambino.

Le due sale successive ospitano le opere di collezioni private e della donazione Lucarelli e Varraud Santini, i due corpus che hanno reso il museo di Viareggio tappa indispensabile per un pellegrinaggio artistico sulle orme di Viani: queste tele si pongono come una lugubre adunata di poco raccomandabili figure, oppressi e schiacciati dalla vita che Viani incontrava nei bordelli, nelle losche taverne, e in più in generale in tutti quei bassifondi dilavati dagli umori del mondo, di cui il pittore non era solo spettatore o cantore, ma a cui andava la sua evangelica adesione.

Lorenzo Viani, Lavoratori del marmo in Versilia (1932-1935; tempera su tela, 397 x 187 cm; Viareggio, Collezione civica, GAMC)
Lorenzo Viani, Lavoratori del marmo in Versilia (1932-1935; tempera su tela, 397 x 187 cm; Viareggio, Collezione civica, GAMC)
Lorenzo Viani, Famiglia di poveri (1908; olio su cartone, 68 x 97 cm; Collezione Varraud Santini)
Lorenzo Viani, Famiglia di poveri (1908; olio su cartone, 68 x 97 cm; Collezione Varraud Santini)
Lorenzo Viani, L’ossesso (1910-1912; olio su cartone, 71 X 103 cm; Donazione Lucarelli)
Lorenzo Viani, L’ossesso (1910-1912; olio su cartone, 71 X 103 cm; Donazione Lucarelli)
Lorenzo Viani, La preghiera del cieco (1919-1922, carboncino, tempera e olio su cartone; 67 X 97 cm; Collezione Lucarelli)
Lorenzo Viani, La preghiera del cieco (1919-1922, carboncino, tempera e olio su cartone; 67 X 97 cm; Collezione Lucarelli)
Lorenzo Viani, Volto Santo (1912-1914; tempera e olio su tela, 400 x 195 cm; Viareggio, Collezione civica, GAMC)
Lorenzo Viani, Volto Santo (1912-1914; tempera e olio su tela, 400 x 195 cm; Viareggio, Collezione civica, GAMC)
Lorenzo Viani, Benedizione dei morti nel mare (1913-1915; olio su tela, 394 x 192 cm; Viareggio, Collezione civica, GAMC)
Lorenzo Viani, Benedizione dei morti nel mare (1913-1915; olio su tela, 394 x 192 cm; Viareggio, Collezione civica, GAMC)

Non si tenti di periodizzare le opere del Viani, poiché sono connotate da stili e temperature pittoriche spesso diverse: del resto, come evidenziava De Micheli, il viareggino “non mirava alla coerenza formale, bensì all’efficacia”. Talvolta vi si rivede un gusto corsivo e caricaturale alla Daumier come nei Mendicanti, o nel Viandante, altre volte pare in bilico tra le allucinate visioni di Ensor private dai carnevaleschi colori e la piatta campitura di Toulouse-Lautrec, come nelle teste delle parigine. Queste ultime sono testimonianza anche dei suoi soggiorni a Parigi, dove si va ad “aberintare” (per usare un vocabolo presente nel suo racconto dedicato alla Ville Lumière, che, come si può immaginare, non è quella dei boulevard o degli eleganti café frequentati dagli Impressionisti).

Dalle sue tele sporgono corpi flaccidi e molli come nel Balena, maschere di cera, carni livide o fantocci di paglia come quelli della Famiglia di poveri, occhi vuoti e privi di luce nei suoi ciechi. Ancor più inquieta è la figura de L’ossesso, opera che per la sua inaudita crudezza subì nel corso del tempo numerose censure. In questo mare di densa disperazione fa contrasto il dipinto Borsalino (ritratto di Gea della Garisenda e di Teresio Borsalino) del 1929 circa, che ritrae la cantante soprano con il senatore figlio dell’imprenditore della famosa casa di cappelli. Il quadro mostra una scenografia mondana e una “bellezza fatale e dannunziana”, come ne scrive Enrico Dei, probabilmente poiché lavoro nato su commissione. Interessante è anche il giovanile brano Strada viareggina, dove una scena cittadina è rappresentata con estremo sintetismo e svelta calligrafia, in toni tanto didascalici da ricordare il medesimo linguaggio delle tavolette ex voto, presenti in innumerevoli santuari. Altrettanto notevole, seppur di temperie completamente diversa, è il dipinto Monte Costa. Qui, le geometrie cubiste più che mostrare una decostruzione formale, complicano la trama, mentre la materia cromatica magra lascia affiorare il supporto di cartone, dando vita a un complesso gioco astratto di tasselli policromi.

Ci si imbatte poi nella produzione di xilografie di Viani, di cui viene presentata una selezione: l’artista durante la sua vita scolpì oltre 250 legni, nella ricerca di una linea pura e affascinato dagli effetti drammatici che offriva la bicromia bianca e nera. Anche in questo campo, è tra gli artisti più significativi della modernità. “Gabriele D’annunzio le disse di mistica forza. Grazia Deledda: delinquenza mistica. Leonardo Bistolfi: impronte terribili. Ceccardo Roccataglia Ceccardi: inferno terreno. Umberto Boccioni: fede incrollabile”. Queste opere di struggente forza nascono talvolta come studi per le sue opere pittoriche, ma acquistano un’espressività tale da renderle capolavori indipendenti.

La grandezza di Viani trova ulteriore conferma in mostra in due dei suoi capolavori più celebri, le monumentali tele della Benedizione dei morti in mare e il Volto Santo. Si tratta di opere dove il fare del pittore si fa grande, in narrazioni concatenate dal denso valore simbolico. La Benedizione si sviluppa come un fregio antico di poco meno di 4 metri, in cui si alternano cinque scene concepite come se fossero dei gruppi scultorei.

Le opere con soggetto “le parigine” in collezione privata
Le opere con soggetto “le parigine” in collezione privata
Lorenzo Viani, S. Andrea (1927 – 1928; matita, china e tempera su compensato, 152 x 147 cm; Donazione Lucarelli)
Lorenzo Viani, S. Andrea (1927 – 1928; matita, china e tempera su compensato, 152 x 147 cm; Donazione Lucarelli)
Lorenzo Viani, Carcerati (1910 – 1911; olio su tela, 100 x 124 cm; Collezione Varraud Santini)
Lorenzo Viani, Carcerati (1910 – 1911; olio su tela, 100 x 124 cm; Collezione Varraud Santini)
Lorenzo Viani, Strada Viareggina (1905; olio su cartone, 59 X 48 cm; Collezione Varraud Santini)
Lorenzo Viani, Strada Viareggina (1905; olio su cartone, 59 X 48 cm; Collezione Varraud Santini)
Lorenzo Viani, Due figure in palude (1912-1913; pastello su cartone, 96 x 65 cm, Collezione Varraud Santini)
Lorenzo Viani, Due figure in palude (1912-1913; pastello su cartone, 96 x 65 cm, Collezione Varraud Santini)
La xilografia mostra lo studio per il gruppo Il ritorno nella tela Benedizione dei morti in mare
La xilografia mostra lo studio per il gruppo Il ritorno nella tela Benedizione dei morti in mare

Vi è raffigurata la processione che ogni anno si teneva a Viareggio per commemorare i morti che scomparendo in quel “cimitero sterminato” che è il mare, come lo definiva Viani, non potevano il più delle volte ambire nemmeno a una sepoltura. Gente di mare di cui neppure si sapeva con certezza il destino, ma che la lunga assenza accompagnata dal buon senso suggeriva perduti per sempre, lasciando a terra solo un ricordo, e una vedova e qualche orfano, che nella memoria appena potevano trovare consolazione, ma che a poco sarebbe servita nella continua lotta col sopravvivere quotidiano. Queste martiri erano viste da Viani come “possenti statue di pece, imbacuccate nei teli monacali, prolifiche, con la chiocciata dei figli attaccati alle gonne e quello piccolo in collo. In ogni barca che passa all’orizzonte esse veggono quella su cui viaggia il loro uomo”. Dalla sinistra si nota un gruppo di vedove, che si fanno forza tra loro, una di queste stringe un bambino fasciato e il ventre rigonfio tradisce il suo essere nuovamente incinta, poiché la vita non si ferma neanche nella tragedia. Del resto, lo stesso pargolo ostentato come un Gesù bambino durante l’adorazione fronteggia invece il volto luttuoso e scavato della donna, come in un confronto tra morte e vita.

Il ritorno è il gruppo successivo contraddistinto da un abbraccio che rende le due figure un unico monolite, una donna cinge con le braccia il suo uomo che pensava di aver perso in mare, ma anche in questo ricongiungimento non c’è serenità, bensì commozione e disperazione per una sorte che stavolta è stata clemente, ma difficilmente lo sarà ancora. Il centro della composizione è scandito dal Volto Santo, da dove si irradia la luce che si riverbera su tutta la tela, si tratta della celebre icona del Cristo crocifisso che si conserva nel Duomo di Lucca, ai suoi piedi si prostra una platea di manti neri come la notte. Segue una sorta di sinistra Visitazione, in cui due donne, come tenebrose vestali, danno il loro muto sostegno a una compagna, il cui marito ha seguito lo stesso destino del loro. Nell’estremità a destra è pressata una famiglia con prole, anche loro angustiati, prodromi della ventura a cui nemmeno queste nuove anime potranno negarsi.

L’epopea delineata da Viani si muove tra sacro e laico, summa tra un linguaggio di memoria antica e una composizione modernissima, tra una narrazione personale e una universale veicola il messaggio archetipo del dolore. Anche la tela col Volto Santo si muove sui medesimi presupposti: un campionario di dolenti si affanna sulla Darsena, annichiliti dall’affogamento di un bambino, in attesa di una teofania che non si è palesata, portando via con sé ogni speranza.

Sono ancora molte le opere che meriterebbero menzione, perché ogni rappresentazione che esce dal pennello di Viani è un universo che si impone con forza e immediatezza. Tra questi i Carcerati dove la povertà del mezzo pittorico, giocata sulla materia dissanguata, e la tavolozza spenta costruita sui toni del marrone e dell’ocra sembrano aderire al tema di forte impronta sociale; o S. Andrea, tela che mostra davanti a una chiesa l’eterno dualismo tra l’opulenta borghesia e l’affamato popolo minuto; o ancora la piccola scultura in creta della Testa di pazza, modellata sull’esempio di Medardo Rosso, ma che rammenta l’interesse per gli squilibri psichici già sondati da Messerschmidt.

Così il nuovo allestimento della GAMC di Viareggio, pur rimanendo lontano dai clamori mediatici, si pone realmente come tappa imprescindibile per il recupero dell’arte di Lorenzo Viani, il pittore che conosciuto Picasso ne rimase deluso perché denotato dalla “superiore indifferenza del creatore”. E del resto come avrebbe potuto condividere questo distaccato atteggiamento lui che mai volle abbandonare quell’umanità che, seppur grottesca, fallace, miserabile e disgustosa, riconobbe sempre come sorella?


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Jacopo Suggi

L'autore di questo articolo: Jacopo Suggi

Nato a Livorno nel 1989, dopo gli studi in storia dell'arte prima a Pisa e poi a Bologna ho avuto svariate esperienze in musei e mostre, dall'arte contemporanea, alle grandi tele di Fattori, passando per le stampe giapponesi e toccando fossili e minerali, cercando sempre la maniera migliore di comunicare il nostro straordinario patrimonio.



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