Luminare, tumultuoso, splendido Pisanello: sulla mostra di Mantova a Palazzo Ducale


Recensione della mostra “Pisanello. Il tumulto del mondo”, a cura di Stefano L’Occaso. A Mantova, Palazzo Ducale, dal 7 ottobre 2022 all’8 gennaio 2023.

Per dare l’idea dell’eccezionalità d’una mostra che veda per protagonista Pisanello, sarà sufficiente ricordare che sono trascorsi ventun anni dall’ultima occasione espositiva che gli fu dedicata (alla National Gallery di Londra, nel 2001), e che negli ultimi cinquant’anni sono stati soltanto tre gli eventi centrati attorno alla sua figura (oltre all’esposizione londinese, si contano infatti le due di Parigi e Verona nel 1996). Il principale inconveniente che pesa oggi su questo artista, scriveva Joanna Woods-Marsden recensendo la mostra della National Gallery su Renaissance Quarterly nel 2002, sta nel fatto che la sua arte è poco accessibile da parte del pubblico che frequenta i musei perché poco di lui è sopravvissuto: basti pensare che la mostra Pisanello. Il tumulto del mondo, nuovo capitolo della storia espositiva del Pisanello che s’è aperto lo scorso 7 ottobre al Palazzo Ducale di Mantova, a cura di Stefano L’Occaso, raduna in pratica la metà della produzione mobile nota di questo “Raffaello del suo tempo” (la definizione è ancora della Woods-Marsden), esclusi disegni e medaglie. L’occasione d’una mostra nella città dei Gonzaga è data da un anniversario: ricorre quest’anno il cinquantenario della presentazione al pubblico delle pitture murali della “sala del Pisanello”, scoperte negli anni Sessanta del Novecento e restituite alla collettività dal soprintendente Giovanni Paccagnini. Scoperta “sudata”, come la definì Cesare Brandi (per il quale Pisanello era “artista luminare e sfuggente, antico e nuovo”), e dunque forse non ve ne fu “una più laboriosa e meritata di questa”. La mostra accompagna un intervento di valorizzazione del Torneo dei cavalieri, ideato dallo stesso L’Occaso e progettato dal polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano, con supervisione di Eduardo Souto de Moura: una nuova illuminazione che esalta ogni dettaglio del ciclo, una pedana sopraelevata per portare i visitatori alla quota del pavimento com’era nel Quattrocento, all’epoca del Pisanello, e strumenti digitali che mostrano al pubblico la sala com’era prima dello strappo del fregio settecentesco con le effigi dei duchi di Mantova e delle riquadrature neoclassiche che avevano alterato le sembianze di quest’ambiente.

Quella scoperta, resa possibile dall’intuito e dall’ostinazione di Paccagnini (una targa apposta nella sala lo ricorda), è stata una delle più straordinarie del secolo scorso, e giustamente viene ricordata con una mostra degna della sua importanza, allestita in parte sotto le pitture di Pisanello e in parte nelle sale dell’appartamento di Santa Croce. Dell’intervento di valorizzazione, e di tutto quel che riguarda il Torneo dei cavalieri, su queste pagine s’è già detto: la mostra però non è un mero riempitivo, un’aggiunta da liquidare in poche battute a fronte del lavoro considerevole ch’è stato fatto per dare nuova leggibilità alla sala del Pisanello, e che rimarrà anche quando tutte le opere concesse in prestito per la rassegna avranno raggiunto gl’istituti d’appartenenza. È, viceversa, una delle più importanti mostre che si tengano quest’anno in Italia, anzitutto perché è l’unica che si possa allestire in un luogo dove Pisanello ha direttamente lavorato su parete (a meno d’immaginare improbabili esposizioni dentro alle chiese veronesi): un elemento capace di garantire alla mostra una completezza alla quale né la mostra parigino-veronese del 1996, né quella londinese di cinque anni dopo, potevano aspirare, ed è significativo il fatto che, in conferenza stampa, questo aspetto sia stato anzitutto riconosciuto da Dominique Cordellier, che curò la mostra del Louvre di ventisei anni fa. Poi, perché dà modo di portare negli ambienti al pian terreno di Palazzo Ducale una selezione di opere estremamente utile a calare il visitatore, anche quello che poco conosce il periodo nel quale operò il Pisanello, nel contesto della Mantova d’inizio Quattrocento, e di saggiarne la feconda vitalità artistica. E ancora, è una mostra rilevante per la sua dimensione internazionale: giungono a Mantova prestiti di primissimo ordine, come si vedrà più avanti.

Il carattere di novità del progetto è da trovare anzitutto nel taglio ch’è stato dato alla rassegna: le due mostre del 1996, con più di un centinaio di pezzi (tra dipinti, disegni, medaglie), intendevano offrire al pubblico una lettura complessiva del percorso artistico e culturale del Pisanello. Quella di Londra, molto meno vasta delle due precedenti, si focalizzava sui rapporti tra Pisanello e i suoi committenti. La nuova rassegna organizzata a Mantova si concentra invece, da un lato, sulle pitture della Sala del Pisanello che dialogano con un nutrito nucleo di disegni esposti al di sotto delle opere su parete, e dall’altro sul contesto da cui sorsero i capolavori del pittore toscano.

Veduta della mostra Pisanello. Il tumulto del mondo
Veduta della mostra Pisanello. Il tumulto del mondo. Foto Palazzo Ducale Mantova
Veduta della mostra Pisanello. Il tumulto del mondo
Veduta della mostra Pisanello. Il tumulto del mondo. Foto Palazzo Ducale Mantova
Veduta della mostra Pisanello. Il tumulto del mondo
Veduta della mostra Pisanello. Il tumulto del mondo. Foto di Vincenzo Bruno
Veduta della mostra Pisanello. Il tumulto del mondo
Veduta della mostra Pisanello. Il tumulto del mondo. Foto Palazzo Ducale Mantova

La mostra comincia proprio nella sala del Pisanello, con un nucleo di opere (tra disegni, dipinti e medaglie) legati all’intervento che l’artista eseguì sulla parete dell’ambiente: spicca, nell’originale allestimento progettato da Archiplan Studio, uno dei pezzi più ragguardevoli della rassegna, la Testa di donna in prestito dal Museo di Palazzo Venezia di Roma, di cui peraltro, curiosa coincidenza, si celebra quest’anno il centenario dell’ingresso nelle collezioni statali (era il 1922 quando questo frammento di affresco fu acquisito dallo Stato). Non conosciamo l’originaria ubicazione di questo lacerto (si è ipotizzato, in particolare, una sua provenienza dalle Storie del Battista cominciate in in San Giovanni in Laterano da Gentile da Fabriano e poi proseguite dal Pisanello), né sappiamo per certo chi rappresenti: l’idea più probabile, ribadita anche in occasione della rassegna di Palazzo Ducale, è che questa dama facesse parte d’un gruppo più o meno affollato, di quelli che talvolta s’incontrano nelle pitture di Pisanello. È esposta in mostra in ragione della stretta somiglianza che palesa con la dama di profilo dipinta da Pisanello nel palco che s’ammira in alto a sinistra nella sala di Palazzo Ducale, tanto che alcuni studiosi hanno avanzato la supposizione che siano state ricavate da un unico disegno preparatorio: sono silenziose e vive testimoni del mondo fiabesco del Pisanello, delle atmosfere cortesi delle sue pitture. Il frammento di Palazzo Venezia è attorniato da una selezione di disegni in alcuni casi direttamente collegati al Torneo dei Cavalieri. È il caso, per esempio, del foglio 2275 del Louvre, dove vediamo una figura femminile simile a quelle che troviamo nel palco delle dame sulla parete. Non ha legami diretti, ma è di somma utilità, il foglio 2278, ritenuto, scrive Margherita Zibordi in catalogo, “tra i più importanti per fare luce sulla cronologia” delle opere di Pisanello. Nel foglio compare infatti uno stemma, quello dei Gonzaga inquartato con i due leoni di Boemia che furono concessi nel 1394 dall’imperatore Venceslao IV: Pisanello lo vide riprodotto in marmo a Palazzo Ducale, e poiché lo stemma in questione fu in uso fino al settembre del 1433, il foglio non poté che essere eseguito prima di quell’anno, ragion per cui siamo pressoché certi che questi studî appartengano al periodo mantovano di Pisanello.

Osservando ancora i fogli che Pisanello disegnò in preparazione del Torneo dei cavalieri, si può apprezzare con una certa curiosità il 2300 del Louvre, dominato dalla figura di un uomo che soffia per suonare una tromba, e che ritroviamo preciso sulle pitture murali: da notare il realismo, quasi grottesco, col quale Pisanello, che fu con tutta probabilità il più attento e indagatore dei pittori del suo tempo, studia l’aspetto che assume il volto del personaggio durante l’azione. Sono fogli spesso caotici: prova ne è il fatto che Pisanello utilizza il cappello del personaggio per abbozzare un cavallo, per non parlare poi del minuscolo schizzo che osserviamo nell’angolo in alto a sinistra, interpretato, fin dagli anni Sessanta del secolo scorso, come uno studio per una pala d’altare. Ammirare i disegni del Pisanello consente dunque d’entrare in confidenza col pittore, di vederlo al lavoro, di conoscere l’impegno profuso nello studiare i dettagli di ogni composizione, nell’elaborare idee, nel procedere sperimentando, come accade nel foglio 2280, un panorama di fantasia con un castello in primo piano e alcune montagne sullo sfondo, che palesa qualche affinità con le sinopie della sala di Palazzo Ducale, e come accade in maniera ancor più evidente in un foglio di bottega che giunge in prestito dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano, dove s’ammira un uomo intabarrato in una grossa pelliccia alla moda del primo Quattrocento, raffigurato secondo diverse pose e angolazioni: si tratta con ogni probabilità, spiega Zibordi nel catalogo, di raffigurazioni degli ungheresi della corte dell’imperatore Sigismondo di Lussemburgo, giunto in visita a Mantova nel 1433. Evento di fondamentale importanza, tanto per i suoi risvolti politici (l’imperatore giungeva sulle rive del Mincio una prima volta nel 1432 per concedere il titolo di marchese a Gianfrancesco Gonzaga, e una seconda volta nel 1433 per rinnovare la concessione), quanto per quelli artistici e culturali (si pensa che l’accuratezza delle sinopie dipenda dalla necessità di dover presentare le pitture murali in uno stato di finitezza tale da poter esser ritenuto degno d’accogliere il sovrano). In mostra sono esposti anche altri oggetti legati alla visita di Sigismondo e, più in generale, alle illustri committenze di Pisanello: troviamo, per esempio, un profilo dell’imperatore eseguito da Pisanello in occasione della visita, esposto non lontano da un singolare foglio del 1440 circa, in prestito dalla Fondation Custodia, con un cavaliere estense dal larghissimo copricapo foderato in pelliccia e con un falco sul guanto. Si tratta, in particolare, di un disegno contraddistinto da un altissimo grado di finitura (ci sono anche dorature sugli speroni del cavaliere), e che ha dunque “carattere di presentazione”, come scrive Andrea De Marchi, che sottolinea come il cavaliere rappresenti non tanto una raffigurazione realistica (“non si andava certo a caccia così sontuosamente bardati e tanto meno montando un mulo”), quanto invece una rappresentazione di un’immagine gradita ai cavalieri, d’un modo in cui amavano apparire. La visita a questa sezione della mostra si conclude con l’esposizione di alcune medaglie, tra cui quella del committente delle pitture murali, Gianfrancesco Gonzaga, anche se, evidenzia Giulia Zaccarotto, “la stretta assonanza iconografica con il ciclo cavalleresco del Palazzo non è sufficiente a ritenere la medaglia una produzione precoce di Pisanello ed è proprio per ragioni stilistiche che questa deve essere collocata almeno a metà degli anni Quaranta” (le pitture invece, con tutta probabilità, risalgono a un periodo compreso tra il 1430 e il 1433).

Pisanello, Testa di donna (1430-1435; Dipinto murale staccato, 24 x 17 cm Roma, VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia)
Pisanello, Testa di donna (1430-1435; Dipinto murale staccato, 24 x 17 cm Roma, VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia)
Pisanello, Studio di quattro teste maschili, un'ancona, un cavallo (prima del 1433; penna e inchiostro bruno, tracce di matita rossa su carta, 272 x 205 mm; Parigi, Louvre, Département des Arts graphiques, inv. 2300)
Pisanello, Studio di quattro teste maschili, un’ancona, un cavallo (prima del 1433; penna e inchiostro bruno, tracce di matita rossa su carta, 272 x 205 mm; Parigi, Louvre, Département des Arts graphiques, inv. 2300)
Pisanello, Donna affacciata a un parapetto traforato, base foliata e due studi di abiti maschili (prima del 1433; penna e inchiostro bruno, acquarellature e inchiostro grigio carta, 248 x 176 mm; Parigi, Louvre, Département des Arts graphiques, inv. 2275)
Pisanello, Donna affacciata a un parapetto traforato, base foliata e due studi di abiti maschili (prima del 1433; penna e inchiostro bruno, acquarellature e inchiostro grigio su carta, 248 x 176 mm; Parigi, Louvre, Département des Arts graphiques, inv. 2275)
Pisanello, Profilo dell'imperatore Sigismondo di Lussemburgo (1432-1433; matita nera, penna e inchiostro bruno su carta, 333 x 211 mm; Parigi, Louvre, Département des Arts graphiques, inv. 2339)
Pisanello, Profilo dell’imperatore Sigismondo di Lussemburgo (1432-1433; matita nera, penna e inchiostro bruno su carta, 333 x 211 mm; Parigi, Louvre, Département des Arts graphiques, inv. 2339)
Bottega di Antonio di Puccio detto Pisanello, Studi di figure in abiti contemporanei, un cavaliere seduto su una roccia, un drago (1433 circa; punta metallica e penna su pergamena, 194 x 175 mm; Milano, Biblioteca Ambrosiana) © Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio/M.Ranzani
Bottega di Antonio di Puccio detto Pisanello, Studi di figure in abiti contemporanei, un cavaliere seduto su una roccia, un drago (1433 circa; punta metallica e penna su pergamena, 194 x 175 mm; Milano, Biblioteca Ambrosiana) © Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio/M.Ranzani
Pisanello, Cavaliere estense come falconiere (1440 circa; penna e acquarellature brune, rosse e blu su traccia a matita nera, dorature a missione, carta tinta ocracea controfondata, 226 x 173 mm; Parigi, Fondation Custodia)
Pisanello, Cavaliere estense come falconiere (1440 circa; penna e acquarellature brune, rosse e blu su traccia a matita nera, dorature a missione, carta tinta ocracea controfondata, 226 x 173 mm; Parigi, Fondation Custodia)
Pisanello, Gianfrancesco Gonzaga / Il marchese a cavallo (1445-1447, bronzo, fusione, diametro 99 mm; Milano, Gabinetto Numismatico e Medagliere, Castello Sforzesco) © Comune di Milano
Pisanello, Gianfrancesco Gonzaga / Il marchese a cavallo (1445-1447, bronzo, fusione, diametro 99 mm; Milano, Gabinetto Numismatico e Medagliere, Castello Sforzesco) © Comune di Milano

Scendendo all’appartamento di Santa Croce, si viene accolti da una Madonna del latte di anonimo artista cremonese, parte delle collezioni di Palazzo Ducale, e inserita in avvio della sezione conclusiva della mostra per fornire al pubblico un eloquente esempio di quel linguaggio tardogotico che caratterizzava il contesto mantovano negli anni in cui Pisanello avrebbe lavorato in città: si tratta, nella fattispecie, del frammento di un affresco staccato da una casa del centro storico, che peraltro era già stato selezionato per la mostra su Pisanello del 1972, quella organizzata da Paccagnini per presentare la scoperta delle pitture murali. Opera che ha sollevato vivaci discussioni in merito all’area in cui potrebbe esser stata prodotta, esemplifica al meglio quelle atmosfere di raffinatezza distaccata e cortese eleganza (si vedano non soltanto l’espressione della Vergine, con quello sguardo dolce e altero al contempo, i suoi incarnati d’avorio ravvivati qua e là da lievi rossori o le proporzioni lievemente allungate, ma anche alcuni dettagli come i polsini foderati di pelliccia, o la decorazione dell’aureola che imita la punzonatura) che si ritrovano in tutte le opere del periodo, a cominciare da quelle della sala successiva: giunge dalla Pinacoteca di Brera, infatti, la splendida Adorazione dei Magi di Stefano da Verona, pressoché coeva alle pitture murali di Pisanello. È un dipinto che riassume al meglio i caratteri del gotico internazionale: il preziosismo delle decorazioni, con financo l’utilizzo di finiture dorate, oppure il verismo nella descrizione degli elementi botanici (tipico, questo, del tardogotico d’area lombarda), i paesaggi stilizzati che paiono quasi usciti da un sogno, i panneggi sinuosi che fasciano corpi dalle proporzioni allungate fin quasi all’eccesso. S’aggiunga poi, nell’Adorazione di Stefano da Verona, un naturalismo nell’indagine dei volti dei personaggi che non può non richiamare le precedenti prove di Pisanello a Verona. Alcuni personaggi richiamano direttamente quelli della piccola folla del San Giorgio e la principessa della chiesa di Santa Anastasia, opera che Stefano evidentemente ben conosceva, se riteniamo plausibile, data la presenza di santa Anastasia accanto a san Giuseppe nella tavola di Brera, che l’opera provenga proprio dallo stesso complesso nel quale Pisanello dipinse il suo capolavoro.

Pisanello, peraltro, è presente nella stessa sala con un paio di disegni collegati alla piccola sala che li ospita. Il disegno 2277 del Louvre presenta alcuni studi per l’impresa del cane alano (uno dei simboli che hanno permesso di ricondurre le pitture murali scoperte da Paccagnini alla committenza di Gianfrancesco Gonzaga, e che troviamo non soltanto nella sinopia di Pisanello, ma anche nel fregio di questo ambiente dell’appartamento di Santa Croce), che nel foglio compaiono assieme ad alcuni abbozzi di fili d’erba, all’immagine di una gamba che indossa un’elaborata calzatura ornata con gioielli, e allo studio di una figura coperta da un pesante mantello alla moda. E volgendo lo sguardo al soffitto non si potrà far a meno di notare la somiglianza della loggia dipinta con quella disegnata nel foglio 2276: un’architettura che ricorda quelle di Venezia, città dove Pisanello lavorò a lungo, impiegato nelle decorazioni del palazzo dei dogi, e città ch’ebbe anche con Mantova qualche relazione, come ci rammenta il San Benedetto tentato nel deserto presso Subiaco di Niccolò di Pietro, pittore veneziano ch’eseguì questa tavola come parte d’un polittico di cui son note oggi altre tre tavole, tutte agli Uffizi. Il polittico in questione era quasi certamente destinato a un monastero benedettino d’area mantovana (forse l’abbazia di Sant’Andrea, o il monastero di Polirone a San Benedetto Po, spiega Michela Zurla), ed è testimone della vivacità dell’ambiente artistico mantovano nel torno d’anni sul quale la mostra si concentra. La presenza in mostra del sontuoso Messale di Barbara di Brandeburgo (commissionato in realtà da Gianlucido Gonzaga, figlio di Gianfrancesco, e non dalla moglie di Ludovico II, come le insegne presenti sul codice potrebbero indurre a pensare), capolavoro di Giovanni Belbello da Pavia, è del resto funzionale a suggerire al pubblico tutta la floridezza della vita artistica nella Mantova d’inizio Quattrocento.

Lo stesso si potrebbe dire per il breve ma prezioso focus sulla scultura, che s’avvale degli originali allestimenti aperti di Archiplan, progettati per favorire i confronti tra opere scolpite e opere dipinte, e per rendere più stretti gl’intrecci tra le diverse sale. La selezione che il curatore L’Occaso ha dispiegato nelle sale riservate alla scultura è d’altissimo livello (com’è del resto nelle altre sale: uno dei meriti della mostra di Palazzo Ducale è l’assenza di qualunque cedimento di qualità): si comincia con un San Giorgio di Filippo di Domenico da Venezia, in origine parte degli apparati decorativi della cattedrale di Mantova e debitore nei riguardi delle idee di Pierpaolo dalle Masegne (la posa ricorda peraltro quella del Giovane guerriero di Tullio Lombardo, opera di circa ottant’anni successiva), si prosegue con una ieratica Madonna col Bambino dello stesso autore (le sue opere, scrive Vera Cutolo in catalogo, “costringono a una ricerca di modelli stilistici che scandagli un perimetro assai vasto”, dalla scultura tardogotica veneziana al cantiere di San Petronio in Bologna), anch’essa in origine in Duomo e poi spostata nel Seicento nella parrocchiale di Villa Saviola, e si finisce con due lavori di vivissima intensità quali il Cristo in pietà di Michele dello Scalcagna, artista fiorentino, formatosi in Toscana e poi trasferitosi nel nord Italia dove lavorò per lungo tempo eseguendo, tra le altre opere, questo Cristo segnato da una tangibile tensione drammatica, e con il Cristo morto di Jacopino da Tradate dalla chiesa di San Francesco a Casalmaggiore, in origine parte di un più ampio Compianto.

Tra le sculture, due sale più piccole, allestite per dare al pubblico la sensazione di una sorta di preziosa, sorprendente ansa nel percorso espositivo, ospitano i due capolavori di Pisanello, la Madonna della Quaglia e la Madonna col Bambino e i santi Antonio abate e Giorgio. Un’opera che precede e una che segue le pitture di Palazzo Ducale: una ventina d’anni separa l’opera in arrivo da Castelvecchio, del 1420 circa, e quella che giunge invece dalla National Gallery di Londra, dipinta attorno al 1440. Raffinatezza, effetti luministici ricercati, abbondanza di dettagli, lussuose dorature cozzano con alcune incertezze tipiche d’un pittore giovane (il Bambino sproporzionato, i nimbi imprecisi, “la resa routinaria degli elementi vegetali”, come scrive Luca Fabbri in catalogo) e che hanno fornito in passato argomenti per mettere in dubbio l’attribuzione del dipinto a un “maestro solitamente controllatissimo” come si sarebbe poi sempre dimostrato Pisanello. Alcuni elementi ravvisabili in altre opere certe, tuttavia, inducono a non dubitare dell’autografia di un’opera di gran qualità. Nella sala a fianco, racchiusa dalla sua cornice ottocentesca ispirata alle medaglie di Pisanello, ecco invece la Madonna dalla National Gallery, dipinto eccezionale: è l’unica opera mobile firmata dall’artista (si nota in basso la firma “Pisanus”), e viene esposta per la prima volta in Italia. La tavola ricomparve infatti sul mercato negli anni Sessanta dell’Ottocento, quando fu acquistata da sir Charles Eastlake nel 1862 e poi donata, cinque anni dopo, al museo londinese. Opera che, spiega L’Occaso in catalogo, “trova discrete affinità con il [...] San Giorgio veronese, la cui esecuzione porebbe non distare troppo dal 1438”, potrebbe esser stata ispirata, secondo Anna Rosa Calderoni Masetti, da un gioiello acquistato nel 1450 da Leonello d’Este (la tavola è di probabile provenienza estense), richiamato dal tondo con raggi dorati in cui trova spazio la figura della Madonna che tiene teneramente stretto a sé il Bambino. L’originalità delle soluzioni, dal disco dorato al bosco che fa da sfondo ai personaggi, dalla posa di spalle di san Giorgio alla sua elegante e abbondante armatura, fino al cavallo che invade lo spazio col suo muso entrando da destra, unita alla possibilità d’ammirare un Pisanello che evidentemente s’interroga sulle novità rinascimentali rinunciando completamente al fondo oro e cercando di orchestrare uno spazio scientificamente credibile, vanno aggiunti ai motivi per cui la tavola della National Gallery è uno dei vertici della produzione di Pisanello. E la sua presenza in mostra è uno dei motivi principali per cui andare a Mantova a visitarla.

Artista cremonese, Madonna del latte (1410-1420 circa; affresco sstrappato e montato su supporto in alluminio, 99,8 x 79,9 cm; Mantova, Palazzo Ducale)
Artista cremonese, Madonna del latte (1410-1420 circa; affresco sstrappato e montato su supporto in alluminio, 99,8 x 79,9 cm; Mantova, Palazzo Ducale)
Stefano di Giovanni da Verona, Adorazione dei magi (1435-1438?; tempera su tavola, 72 x 47 cm; Milano, Pinacoteca di Brera)
Stefano di Giovanni da Verona, Adorazione dei magi (1435-1438?; tempera su tavola, 72 x 47 cm; Milano, Pinacoteca di Brera)
Niccolò di Pietro, San Benedetto tentato nel deserto presso Subiaco (1415-1420 circa; tempera su tavola, 109,4 x 65,4 cm; Milano, Museo Poldi Pezzoli)
Niccolò di Pietro, San Benedetto tentato nel deserto presso Subiaco (1415-1420 circa; tempera su tavola, 109,4 x 65,4 cm; Milano, Museo Poldi Pezzoli)
Pisanello, Studi di una gamba, un anello, una corona, un uomo in abiti contemporanei, e un emblema con un cane, fiori (prima del 1433; penna e inchiostro bruno su carta, 280 x 200 mm; Parigi, Louvre, Département des Arts graphiques, inv. 2277)
Pisanello, Studi di una gamba, un anello, una corona, un uomo in abiti contemporanei, e un emblema con un cane, fiori (prima del 1433; penna e inchiostro bruno su carta, 280 x 200 mm; Parigi, Louvre, Département des Arts graphiques, inv. 2277)
Filippo di Domenico da Venezia, San Giorgio (1401-1410 circa; pietra d'Istria, 124 x 48 x 36 cm; Mantova, Museo Diocesano Francesco Gonzaga)
Filippo di Domenico da Venezia, San Giorgio (1401-1410 circa; pietra d’Istria, 124 x 48 x 36 cm; Mantova, Museo Diocesano Francesco Gonzaga)
Filippo di Domenico da Venezia, Madonna col Bambino, dettaglio (1401-1410 circa; marmo, 120 x 40 x 30 cm; Villa Saviola, chiesa di San Michele arcangelo)
Filippo di Domenico da Venezia, Madonna col Bambino, dettaglio (1401-1410 circa; marmo, 120 x 40 x 30 cm; Villa Saviola, chiesa di San Michele arcangelo). Foto di Vincenzo Bruno
Pisanello, Madonna della Quaglia (1420 circa; tempera su tavola, 54 x 32 cm; Verona, Museo di Castelvecchio)
Pisanello, Madonna della Quaglia (1420 circa; tempera su tavola, 54 x 32 cm; Verona, Museo di Castelvecchio)
Pisanello, Madonna col Bambino e i santi Antonio e Giorgio (1435-1441; tempera su tavola, 46,5 x 29 cm; Londra, National Gallery)
Pisanello, Madonna col Bambino e i santi Antonio e Giorgio (1435-1441; tempera su tavola, 46,5 x 29 cm; Londra, National Gallery)
Michele dello Scalcagna, Cristo in pietà (1438-1443 circa; terracotta già policroma, 68 x 33,5 x 22 cm; Mantova, Museo Diocesano Francesco Gonzaga)
Michele dello Scalcagna, Cristo in pietà (1438-1443 circa; terracotta già policroma, 68 x 33,5 x 22 cm; Mantova, Museo Diocesano Francesco Gonzaga). Foto di Vincenzo Bruno
Jacopino da Tradate, Cristo morto (1430-1440 circa; marmo di Candoglia, 183 x 76,2 x 28 cm; Casalmaggiore, chiesa di San Francesco)
Jacopino da Tradate, Cristo morto (1430-1440 circa; marmo di Candoglia, 183 x 76,2 x 28 cm; Casalmaggiore, chiesa di San Francesco)

Completa la mostra un ricco catalogo che si concentra soprattutto sulle pitture murali e sulle relative sinopie, sottoposte a nuove indagini di cui vien dato puntualmente conto nei tanti saggi che s’allineano tra le pagine della pregevole pubblicazione, oltre che a un’accurata campagna fotografica restituita al pubblico sotto forma d’un notevole atlante che consente d’apprezzare anche i più minuti dettagli di ciò ch’è rimasto nella sala del Pisanello. Inoltre, una sezione nella Sala dei Papi illustra ulteriormente le tappe che hanno portato alla scoperta delle pitture raccontando nei dettagli la vicenda di Giovanni Paccagnini e del suo fondamentale ritrovamento, che gli avrebbe anche procurato la medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica per i benemeriti della cultura e dell’arte, il Premio nazionale dell’Accademia dei Lincei, e financo un riconoscimento toponomastico, dal momento che la città di Mantova gli avrebbe dedicato la piazza situata nei pressi di piazza Pallone.

Due anni di lavoro sono occorsi per portare al pubblico Pisanello. Il tumulto del mondo, una mostra di piccole dimensioni (una trentina in tutto le opere esposte, ma tutte di elevata qualità) e dunque dal ritmo serrato, privo di opere fuori posto, un evento di caratura internazionale, che entra a pieno titolo nella più importante storia degli studî su Pisanello e sulla cultura artistica tardogotica (dal momento che la mostra si estende, come s’è visto, anche al contesto, e per il catalogo vale lo stesso assunto), e che s’annovera tra gli appuntamenti espositivi più significativi dell’anno in Italia, ma forse anche al di fuori. Uno dei pochissimi, insomma, per cui una rinuncia alla visita potrebbe provocare qualche rimpianto.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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