Animali e luoghi fantastici nei musei d'Italia: Marche


Le Marche sono la dodicesima tappa del nostro viaggio alla scoperta di animali e creature fantastiche nei musei italiani. Un progetto in collaborazione con il Ministero della Cultura.

Siamo giunti alla tappa numero dodici del nostro viaggio tra i musei italiani alla ricerca di animali, creature e luoghi fantastici. Questa volta l’itinerario si ferma nelle Marche alla ricerca delle presenze nei musei della regione. Ecco cosa abbiamo trovato! Il progetto è realizzato da Finestre sull’Arte in collaborazione con il Ministero della Cultura per promuovere la frequentazione dei musei, luoghi sicuri e adatti a tutti (famiglie, bambini, amici, coppie, colleghi, singoli visitatori... ), attraverso un punto di vista diverso.

1. Il Pegaso degli orecchini del Museo Archeologico Nazionale delle Marche

Secondo la mitologia greca, era il cavallo alato che fu addomesticato dall’eroe Bellerofonte, e accompagnò quest’ultimo nell’impresa che lo portò a sconfiggere la Chimera, un’altra creatura fantastica. Sempre secondo il mito, Pegaso avrebbe colpito con uno zoccolo il monte Elicona, facendo scaturire una sorgente chiamata “Ippocrene” (ovvero “sorgente del cavallo”), divenuta poi sacra alle muse. Qui, vediamo Pegaso in una coppia di raffinati orecchini d’oro a cerchio, lavorato a tortiglione: l’antico orefice che ha realizzato questi due pezzi ha lavorato tutta la parte anteriore per darle la forma del cavallo alato. Si tratta di una elegante produzione di oreficeria che si può avvicinare alle lavorazioni del Mediterraneo orientale: è stata rinvenuta nel sepolcro di una donna, assieme ad altri monili, nella necropoli di Montefortino di Arcevia. Secondo gli esperti, si tratta di un oggetto risalente alla fine del III secolo a.C. e dimostra la qualità della produzione orafa che era stata raggiunta in zona a quel tempo.

Oreficeria romana, Coppia d'orecchini con Pegaso (fine del III secolo a.C.; oro; Ancona, Museo Archeologico Nazionale delle Marche)
Oreficeria romana, Coppia d’orecchini con Pegaso (fine del III secolo a.C.; oro; Ancona, Museo Archeologico Nazionale delle Marche)

2. Il grifone del sarcofago di Medea al Museo Archeologico Nazionale delle Marche

Il Museo Archeologico Nazionale delle Marche conserva un sontuoso sarcofago romano del 150 d.C. circa, dove viene raccontata l’intera storia di Medea. La versione più famosa è quella narrata nella Medea di Euripide: la maga Medea aveva aiutato Giasone e gli argonauti a conquistare il vello d’oro, e i due si unirono in amore. Dopo alcuni anni tuttavia Giasone abbandonò Medea per sposare Glauce, figlia del re di Corinto, Creonte: Medea si vendicò facendo morire in maniera atroce Glauce e Creonte, e uccidendo, seppur tormentata dal dolore, i figli avuti da Giasone, per poi volarsene verso Atene sul carro del Sole. Il sarcofago, scoperto nel XV secolo, in antico era ritenuto così importante che anche Pieter Paul Rubens lo disegnò durante un suo soggiorno a Roma (era infatti visibile presso il Cortile delle Statue del Belvedere in Vaticano: sarebbe giunto ad Ancona solo nel 1927 in seguito a un’acquisizione per arricchire le raccolte del nascente Museo Archeologico della città). Su uno dei lati del sarcofago è raffigurato un grande grifone: questa leggendaria creatura aveva il corpo di leone e la testa e le ali d’aquila, e in antico era considerata una creatura sacra al dio del Sole. Ecco dunque perché la si trova riportata in un sarcofago che narra il mito di Medea.

Arte romana, Grifone dal Sarcofago di Medea (150-160 d.C.; marmo; Ancona, Museo Archeologico Nazionale delle Marche)
Arte romana, Grifone dal Sarcofago di Medea (150-160 d.C.; marmo; Ancona, Museo Archeologico Nazionale delle Marche)

3. Le sfingi alate dell’omphalos al Museo Archeologico Statale di Urbisaglia

Un omphalos (termine che si può anche tradurre nell’italiano “onfalo”, e che letteralmente significa “ombelico”) è una pietra scolpita che in antico aveva un importante valore religioso (era infatti tipicamente posta nella parte più centrale e più sacra di un antico santuario, solitamente dedicato al dio Apollo: il più famoso omphalos dell’antichità greco-romana era quello del santuario di Delfi), e poteva essere decorata con scene, figure, motivi ornamentali. Non sappiamo dove fosse utilizzato l’omphalos oggi conservato al Museo Archeologico Statale di Urbisaglia, ma data la presenza delle due sfingi (le creature fantastiche che avevano la testa e il seno di donna, il corpo di cane, le ali d’aquila, le zampe di leone e la coda di serpente) si ipotizza che anche questa pietra fosse legata al culto di Apollo: al santuario di Delfi erano infatti presenti due grandi sfingi sopra a due alte colonne, che avevano la funzione di guardiane del tempio.

Arte romana, Omphalos con sfingi (I secolo a.C.-I secolo d.C.; calcare; Urbisaglia, Museo Archeologico Statale)
Arte romana, Omphalos con sfingi (I secolo a.C.-I secolo d.C.; calcare; Urbisaglia, Museo Archeologico Statale)

4. I satiri nel kylix dell’Antiquarium Statale di Numana

Nell’antica Grecia si chiamava kylix una grande coppa da vino realizzata in ceramica, che aveva la forma di una tazza piatta, con due manici ai lati: la vasca, molto larga e sottile, poggiava su di un piede esile, ed era decorata sia nella parte inferiore, sia nella parte centrale, quella che si riempiva col vino. Questa conservata all’Antiquarium Statale di Numana, di produzione attica, è una kylix a fondo bianco con figure nere, dal profilo arrotondato, con interno che si presenta interamente nero (a eccezione del tondo centrale dov’è raffigurato un discobolo), ed esterno ornato con figure di satiri, intenti a suonare, chi la lira e chi il flauto. Poiché la kylix veniva utilizzata durante i banchetti, era normale che venisse decorata con scene che rimandavano a momenti di festa, di ozio, di divertimento: non fa eccezione quest’opera, con i satiri, creature metà uomo e metà capra, che si dànno alla musica.

Arte attica, Kylix con satiri (530-500 a.C.; ceramica a figure nere, 21,2 x 8,4 cm; Numana, Antiquarium Statale)
Arte attica, Kylix con satiri (530-500 a.C.; ceramica a figure nere, 21,2 x 8,4 cm; Numana, Antiquarium Statale)

5. Il satiro e l’animale fantastico nella lucerna del Museo Archeologico di Ascoli Piceno

Dall’epoca dei romani ci sono arrivate tantissime lucerne: erano gli strumenti di illuminazione più diffusi nel mondo romano. Potevano essere realizzate in terracotta, in bronzo o in altri materiali, avevano un corpo tondeggiante che serviva da serbatoio per il combustibile (tipicamente olio, che veniva inserito attraverso un foro di alimentazione), un manico e un beccuccio (anche se a volte i beccucci potevano essere più di uno). Se ne producevano di tutti i tipi e solitamente erano decorate con le scene più disparate: quella conservata al Museo Archeologico di Ascoli Piceno raffigura un satiro, una creatura fantastica con il corpo metà uomo (la parte superiore) e metà capra (la parte inferiore) e con corna caprine, vicino a un animale fantastico, una specie di drago. Il satiro è intento a suonare una tibia, il tipico flauto doppio, mentre l’animale è sdraiato e lo sta guardando: poiché spesso i satiri venivano raffigurati a cavallo di animali fantastici o mostri assortiti, è probabile che qui l’anonimo autore di questa lucerna abbia semplicemente voluto raffigurare le due creature assieme in un momento in cui il satiro non cavalca l’animale, ma si prende un momento per suonare.

Arte romana, Lucerna con satiro e animale fantastico (II secolo d.C.; terracotta; Ascoli Piceno, Museo Archeologico Nazionale)
Arte romana, Lucerna con satiro e animale fantastico (II secolo d.C.; terracotta; Ascoli Piceno, Museo Archeologico Nazionale)

6. La sfinge della Rocca Roveresca di Senigallia

Tra le sale della Rocca Roveresca di Senigallia è possibile trovare anche alcune sfingi: l’attuale conformazione del castello è infatti dovuta a Giovanni della Rovere, che fu signore di Senigallia tra il 1474 e il 1501 e aveva tra i simboli anche la sfinge senza ali, coronata da sette serpenti uniti da un nastro con su scritto: “Hinc nostras licet estimare”, ovvero “di qui è giusto stimare le nostre (virtù)”. A completare il motto si trova un altra frase: “Seram haec semper nec mors mihi seva negabit”; ovvero “Le conserverò sempre, né la morte crudele me le toglierà”. Giovanni aveva a cuore la sfinge poiché si considerava un novello Edipo in grado di sconfiggere con acume l’astuzia malefica (i serpenti) della sfinge che, vinta, si getta dalla rupe (dunque senza ali che la possono proteggere) in cui cadevano i viaggiatori che, sull’itinerario di Tebe dove la sfinge si trovava, erano incapaci di risolvere il quesito da lei posto. L’intelligenza dell’uomo compie, quindi, una vittoria sulla morte stessa. Giovanni, secondo questa mentalità, incarna la virtus rinascimentale: ciò che è stato realizzato in vita consegna ai posteri, con la memoria, l’immortalità dell’uomo valoroso, e la Rocca ne è un esempio.

Artista marchigiano, Sfinge (fine del XV secolo; pietra; Senigallia, Rocca Roveresca)
Artista marchigiano, Sfinge (fine del XV secolo; pietra; Senigallia, Rocca Roveresca)

7. Il drago nel San Michele di Andrea di Bartolo alla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino

Questo San Michele, opera del pittore senese Andrea di Bartolo (Siena, 1360 circa - 1428), è parte di un polittico smembrato: l’arcangelo è raffigurato su fondo dorato, sotto un arco a sesto acuto polilobato, e con i suoi tipici attributi iconografici: l’armatura (in questo caso anch’essa dorata, estremamente raffinata, e coperta da un mantello rosso cangiante bordato d’oro), la lancia e, ovviamente, il drago, che in questa raffinato dipinto viene tenuto a terra proprio con la punta della lancia. Il drago, nei dipinti che vedono per protagonista san Michele, è il simbolo del diavolo, del demonio, del male, che è stato sconfitto dalle schiere angeliche comandate proprio dall’arcangelo Michele: per questo nei dipinti antichi questo santo è raffigurato sempre come un cavaliere forte, bello ed elegante. Quest’opera si contraddistingue per i colori tenui, per la finezza dei dettagli e per il suo preziosismo, tutte caratteristiche tipiche della scuola senese a cui Andrea di Bartolo apparteneva: era figlio di un altro grande pittore locale, Bartolo di Fredi, e aveva studiato osservando le opere di Spinello Aretino e di Simone Martini.

Andrea di Bartolo, San Michele (inizi del XV secolo; tempera su tavola, 144 x 36 cm; Urbino, Galleria Nazionale delle Marche)
Andrea di Bartolo, San Michele (inizi del XV secolo; tempera su tavola, 144 x 36 cm; Urbino, Galleria Nazionale delle Marche)

8. I diavoli nel miracolo dell’ostia profanata di Paolo Uccello alla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino

La tavola con il Miracolo dell’ostia profanata è una delle opere più celebri di Paolo Uccello e, in uno degli scomparti in cui è suddivisa la storia, vede la presenza di due diavoli. L’opera, dipinta tra il 1467 e il 1468 come predella della pala d’altare con la Comunione degli apostoli eseguita da Giusto di Gand per la chiesa di Santa Maria di Pian di Mercato della confraternita del Corpus Domini di Urbino, racconta una vicenda raccontata dal cronista Giovanni Villani nel Trecento, e avvenuta a Parigi nel 1290: protagonista è un usuraio ebreo, che acquista da una donna un’ostia consacrata (primo episodio). L’ebreo e la sua famiglia dànno fuoco all’ostia, che miracolosamente si mette a sanguinare, richiamando l’attenzione di alcune guardie (secondo episodio). L’ostia viene dunque nuovamente consacrata (terzo episodio) e la sacrilega che l’aveva venduta viene giustiziata (quarto episodio), e lo stesso accade all’ebreo e alla sua famiglia, messi sul rogo (quinto episodio). Infine, nel sesto e ultimo episodio, diavoli e angeli si contendono l’anima della donna. La storia riflette dunque l’opinione estremamente negativa che nell’Europa del tempo si aveva per gli ebrei. L’opera, spiega lo studioso Andrea Bernardini, “è dipinta nel linguaggio maturo di Paolo Uccello, caratterizzato da forme e colori fantastici e dalle sue originali invenzioni prospettiche”.

Paolo Uccello, Miracolo dell'ostia profanata, sesto episodio (1467-1468; tempera su tavola; Urbino, Galleria Nazionale delle Marche)
Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, sesto episodio (1467-1468; tempera su tavola; Urbino, Galleria Nazionale delle Marche)

9. Le creature fantastiche della Porta Virtutis di Federico Zuccari

Questa singolare e unica opera di Federico Zuccari (Sant’Angelo in Vado, 1539 - Ancona, 1609) nacque a seguito di un fatto che suscitò l’indignazione dell’autore. Nel 1581 l’artista era stato incaricato da Paolo Ghiselli, scalco di papa Gregorio XIII, di realizzare un’opera per la cappella di famiglia nella chiesa di Santa Maria del Baraccano a Bologna, con soggetto la processione di Gregorio Magno. L’opera non piacque né a Ghiselli, né agli artisti bolognesi, pertanto l’artista fu dileggiato e umiliato, e Ghiselli decise di rivolgersi a un altro artista, Cesare Aretusi. Per rifarsi dell’onta subita, Federico Zuccari dipinse, assieme a Domenico Cresti detto il Passignano, un enorme cartone, la Porta Virtutis, che nel giorno di san Luca (patrono dei pittori) del 1581, fu esposto sulla facciata della chiesa della corporazione dei pittori. Durante l’esposizione, Zuccari spiegò a tutti i presenti l’opera: tuttavia, il gesto gli procurò numerosi guai di natura legale. A Urbino si conserva una versione dipinta in scala ridotta del grande cartone originale, che l’artista avrebbe in seguito donato al duca Francesco Maria II Della Rovere. È un’allegoria dell’ambiente della pittura a Bologna: il grande arco al centro è la porta della virtù, dove vediamo Minerva, dea della saggezza, che sta a guardia della porta per allontanarne le creature che simboleggiano le qualità negative. Sono le creature mostruose che vediamo ai suoi piedi e alcuni animali: il cinghiale e la volpe sono simboli di ignoranza, la donna tormentata dalle serpi è l’invidia, il satiro che sputa fuoco è il ministro dell’invidia. Sopra di lei, volano le quattro qualità dell’arte (disegno, colorito, invenzione e decoro), simboleggiate da quattro angeli che portano in trionfo la pala di Federico Zuccari, mentre la personificazione della presunzione fa vedere al re ignorante, il re Mida caratterizzato dalle orecchie d’asino (in riferimento, ovviamente, al committente), la pala peggiore per qualità, ma che sarà poi scelta dal committente.

Federico Zuccari, Porta Virtutis (1581; olio su tela, 159 x 112 cm; Urbino, Galleria Nazionale delle Marche)
Federico Zuccari, Porta Virtutis (1581; olio su tela, 159 x 112 cm; Urbino, Galleria Nazionale delle Marche)

10. Il tritone nella ceramica di Carmine Gentili alla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino

La cittadina di Castelli, in Abruzzo, è uno dei principali centri italiani della produzione della ceramica: le botteghe degli artigiani che producevano le maioliche si svilupparono soprattutto tra Sei e Settecento (anche se le prime opere moderne dei ceramisti castellani risalgono al Quattrocento). Fu però tra il XVI e il XVII secolo che nacquero e crebbero le botteghe più importanti, che si tramandavano l’attività di generazione in generazione: tra queste figurava la bottega dei Gentili, a cui apparteneva l’autore di questa ceramica della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, ovvero Carmine Gentili (Castelli, 1678 – 1763). I ceramisti castellani si distinguevano per le loro opere coloratissime (quasi sempre sui toni del blu e del giallo), raffiguranti scene anche complesse, come questa Galatea trasportata in mare da un tritone: Galatea era una Nereide, ovvero una ninfa del mare, e viene spesso raffigurata assieme alle sue compagne o alle creature fantastiche del mare. Il tritone, che qui vediamo in basso assieme a un grosso pesce mentre cerca di toccare una delle altre ninfe, era una creatura marina metà uomo e metà pesce: questi esseri, tutti appartenenti alla progenie del dio Tritone, figlio del dio Poseidone e della ninfa Anfitrite, ricoprivano il ruolo di servitori delle divinità marine.

Carmine Gentili, Galatea trasportata in mare da un tritone (XVIII secolo; ceramica; Urbino, Galleria Nazionale delle Marche)
Carmine Gentili, Galatea trasportata in mare da un tritone (XVIII secolo; ceramica; Urbino, Galleria Nazionale delle Marche)

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