Tra il Minotauro e D'Annunzio, i due labirinti del Castello di San Pelagio


Nelle campagne padovane, a Due Carrare, si trova un castello con due labirinti verdi: è il Castello di San Pelagio, coi suoi dedali dedicati uno alla storia di Teseo e del Minotauro, e uno al “Forse che sì forse che no” di Gabriele d’Annunzio.

Immerso in un’atmosfera remota e rarefatta, nel cuore del comune di Due Carrare, si erge il Castello di San Pelagio. Si tratta di un edificio antico che, nonostante la sua ricostruzione ben più recente, aggroviglia le sue radici alla celebre famiglia dei Carraresi che furono signori di Padova dal 1318 al 1405. Della sua originaria struttura medievale resta oggi inalterata solamente la torre merlata, mentre la parte abitativa ha subito una ristrutturazione nel 1775 per opera dei conti Zaborra, i quali ne conservano ancora oggi la proprietà. La nobile famiglia ampliò considerevolmente sia i giardini che la struttura del castello, trasformandolo nell’opulenta struttura che ammiriamo oggi. Il castello presenta una facciata lunga e imponente che abbraccia le due ali separate dalla torre centrale e si apre direttamente sulla strada con un  giardino, anch’esso diviso in due sezioni da un “viale di rappresentanza”: il giardino principale della Villa composto da quattro aiuole dove fioriscono le rose più profumate, dove al centro è scavata una vasca di ninfee.

Forse per scherzo o per divertimento, il giardino del castello custodisce anche due labirinti verdi: il “Labirinto del Minotauro”, che evoca il mito di Icaro, e il labirinto del “Forse che sì forse che no”, che richiama il noto romanzo dannunziano. Sono stati realizzati entrambi nei primi anni Duemila, dopo una visita della contessa Ricciarda Avesani Zaborra a una mostra di labirinti di carta: ispirata, affidò la progettazione dei due dedali all’architetto Antonio Antonucci che immaginò i due tracciati affiancati e collegati, sospesi sopra a rivoli d’acqua, un qualcosa che non ha eguali.

Il Castello di San Pelagio. Foto: Castello di San Pelagio
Il Castello di San Pelagio. Foto: Castello di San Pelagio
Il Castello di San Pelagio. Foto: Castello di San Pelagio
Il Castello di San Pelagio. Foto: Castello di San Pelagio
Il Castello di San Pelagio. Foto: Castello di San Pelagio
Il Castello di San Pelagio. Foto: Castello di San Pelagio

Il primo di questi, anche detto lo “scarabocchio di Dio”, reitera il viaggio nel mistero e nella sacralità, incisi profondamente nella memoria umana attraverso ideogrammi che resistono al trascorrere dei secoli. Simbolo particolarmente significativo è proprio quello del Minotauro, figura centrale nel labirinto, che secondo Jorge Luis Borges potrebbe essere la pallida ombra di miti ancora più tenebrosi e antichi. Il percorso verso il Minotauro è quindi legato intrinsecamente agli errori commessi lungo la strada, in un cammino che riflette la complessità della vita e che mira proprio al vagabondare errante tipico di ogni essere umano.

Nel corso dell’esplorazione, ci si imbatte in un ponticello, dove la presenza di una vela nera e bianca sospesa sull’acqua invita a riflettere sulle tragiche vicende del mito di Teseo e di suo padre Egeo. Il mito narra infatti come Egeo, sovrano di Atene, condividesse il suo trono con il figlio Teseo e insieme, riuscissero a sconfiggere la ribellione dei Pallantidi, i cinquanta figli di Pallante, ma il destino li separò per sempre quando Teseo si imbarcò per Creta, determinato a liberare gli Ateniesi dal tributo di sangue imposto dal Minotauro. Prima della partenza, padre e figlio stabilirono un patto: in caso di vittoria, Teseo avrebbe sostituito la vela nera della sua nave con una bianca, segnale visibile da lontano dell’esito positivo della missione. Tuttavia, la gioia della vittoria si offuscò per un semplice, ma fatale, oblio del giovane che dopo aver sconfitto il Minotauro e liberato il suo popolo, si dimenticò di cambiare la vela, segnando involontariamente il destino di suo padre. Egeo, osservando l’orizzonte con ansia, vide avvicinarsi la nave del figlio con la vela nera ancora sventolante.

I due labirinti. Foto: Castello di San Pelagio
I due labirinti. Foto: Castello di San Pelagio
Il Labirinto del Minotauro. Foto: Castello di San Pelagio
Il Labirinto del Minotauro. Foto: Castello di San Pelagio
Il Labirinto del Forse che sì Forse che no. Foto: Castello di San Pelagio
Il Labirinto del Forse che sì Forse che no. Foto: Castello di San Pelagio

Devastato dal pensiero che Teseo non avesse superato la prova e fosse stato ucciso dal mostruoso Minotauro, credendo al tradimento del destino, si gettò nelle acque del mare, che da quel momento presero il suo nome, sigillando così la tragedia di una storia familiare spezzata da un semplice errore. Il ponte del labirinto diventa così un simbolo di connessione tra il passato mitologico e la nostra esistenza, una passerella tramite cui attraversare le acque turbolenti della vita. Ma il labirinto di San Pelagio, con la sua doppia valenza, aggiunge ulteriori strati di significato a questo viaggio simbolico: da un lato, evoca i labirinti maliziosi delle Ville Venete, luoghi di intrighi e amori segreti, e dall’altro richiama il mitologico labirinto di Cnosso, legato al tragico destino di Icaro e alla costante ricerca umana del volo. Il Castello di San Pelagio, così intriso di simbolismo, diventa un monumento alla complessità dell’esistenza umana, intrecciando passato e presente in una trama avvincente di miti e storie.

Ispirato invece a Gabriele D’Annunzio, ma soprattutto al suo ultimo romanzo, scritto fra il 1909 e il 1910, è il labirinto “Forse che sì, forse che no”. Nell’estate del 1917, il Castello di San Pelagio acquisì una grande rilevanza strategica durante la Grande Guerra e la famiglia Zaborra stipulò un contratto di affitto con l’esercito italiano, consentendo la creazione di un campo di volo e l’occupazione di una sezione della villa. Così, gli appartamenti al primo piano divennero la residenza del maggiore Gabriele d’Annunzio (che da qui, peraltro, partì per il volo su Vienna) e oggi, le sue stanze sono state fedelmente restaurate attraverso fonti d’archivio, custodendo preziosi ricordi della vita e delle imprese aeree del poeta-soldato insieme agli arredi della famiglia Zaborra. Il labirinto, quindi, è un omaggio a Gabriele D’Annunzio e si tratta di un intricato dedalo unidirezionale, privo di vicoli senza uscita, che si snoda lungo un percorso che conduce alla sua forma centrale, ove si trova scritto il misterioso motto: “Forse che sì, forse che no”. Questa frase enigmatica, che si dispiega lungo il tracciato del labirinto e che ha attraversato i secoli conquistando anche l’attenzione di D’Annunzio, sembra avere origine da una “frottola amorosa”, una composizione polifonica vocale di radice popolare e si narra che Francesco II Gonzaga, duca di Mantova, l’abbia tratta da questo genere musicale. Proseguendo l’esplorazione si troverà al suo centro un ingegnoso gioco di specchi che allude al concetto del “doppio”, creando un senso di straniamento e sfida alla percezione dove si trova anche un alberello di sambuco, carico di miti e magia, che offre ispirazione per raccontare favole ai giovani visitatori. 


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