Firenze, la Sagrestia Nuova, capolavoro di Michelangelo, riportata a condizioni di luce simili a quelle ideate dal genio


A Firenze, la Sagrestia Nuova, capolavoro di Michelangelo, è stata riportata a condizioni di luce simili a quelle ideate dal grande artista toscano grazie a un sapiente “restauro della luce” compiuto in maniera filologica e rispettosa della storia dell'edificio.

Il Museo delle Cappelle Medicee di Firenze presenta un nuovo capitolo nella storia della Sagrestia Nuova, il celeberrimo ambiente che Michelangelo Buonarroti (Caprese, 1475 - Roma, 1564) progettò nel 1519 su incarico di papa Leone X e per tramite del cardinale Giulio de’ Medici: l’ambiente, speculare alla Sagrestia Vecchia di Filippo Brunelleschi, di cui ha lo stesso impianto e le stesse dimensioni (seppur un’articolazione totalmente differente), si trova nella Basilica di San Lorenzo e fu concepito dal grande scultore toscano per avere un’illuminazione funzionale a dare risalto a tutto l’impianto (in particolare, la luce arriva dall’alto tramite la lanterna che chiude la cupola, e attraverso le finestre sui lati nord, est e ovest, e il finestrone del lato sud. La Sagrestia Nuova, lasciata incompiuta nel 1534, fu poi ripresa nel 1556 (quando Michelangelo si era ormai trasferito a Roma) da Giorgio Vasari (Arezzo, 1511 - Firenze, 1574) che portò a termine il progetto di allestimento e sistemò le tombe di Lorenzo il Magnifico e di suo fratello Giuliano de’ Medici nel sarcofago dove sopra avrebbe posto la Madonna di Michelangelo e i santi Cosma e Damiano realizzati il primo da Giovanni Angelo Montorsoli e il secondo da Raffaello da Montelupo (le altre tombe, quella di Lorenzo duca d’Urbino e Giuliano duca di Nemours, omonimi dei magnifici e rispettivamente fratello e nipote di Leone X, erano state sistemate da Michelangelo).

La Sagrestia Nuova di Michelangelo. Ph. Credit Andrea Jemolo
La Sagrestia Nuova di Michelangelo. Ph. Credit Andrea Jemolo


La Sagrestia Nuova, vista con la tomba di Lorenzo duca d'Urbino. Ph. Credit Andrea Jemolo
La Sagrestia Nuova, vista con la tomba di Lorenzo duca d’Urbino. Ph. Credit Andrea Jemolo


La tomba di Lorenzo duca d'Urbino. Ph. Credit Andrea Jemolo
La tomba di Lorenzo duca d’Urbino. Ph. Credit Andrea Jemolo



La tomba di Giuliano duca di Nemours. Ph. Credit Andrea Jemolo
La tomba di Giuliano duca di Nemours. Ph. Credit Andrea Jemolo



La tomba dei Magnifici. Ph. Credit Andrea Jemolo
La tomba dei Magnifici. Ph. Credit Andrea Jemolo



La volta della Sagrestia Nuova. Ph. Credit Andrea Jemolo
La volta della Sagrestia Nuova. Ph. Credit Andrea Jemolo

A quasi cinque secoli di distanza, la storia della Sagrestia Nuova prosegue con un progetto di illuminazione, manutenzione e restauro promosso dai Musei del Bargello in partnership con Lottomatica, che è storicamente impegnata nella valorizzazione del patrimonio artistico italiano. I più grandi storici dell’arte hanno evidenziato come architettura, scultura e uso della luce naturale siano profondamente connesse nell’arte di Michelangelo. Capolavoro del rinascimento italiano, la Sagrestia Nuova di San Lorenzo è, come anticipato, un chiaro esempio di come l’artista fiorentino lavorasse sulle fonti luminose: Michelangelo infatti progettò, oltre ai gruppi scultorei e alle decorazioni, anche l’edificio, con le finestre sui vari ordini architettonici, e la lanterna della cupola. L’illuminazione progettata da Michelangelo era funzionale alla comprensione del percorso simbolico e narrativo ideato dallo stesso artista, in particolare per le sue splendide sculture: ma le condizioni di luce risultavano mutate rispetto a come le aveva concepite. Così, grazie alle nuove tecnologie e a un sapiente uso della luce, è stata realizzata una nuova illuminazione che evoca, dopo oltre tre secoli, le condizioni luminose vicine a quelle create da Michelangelo per la Sagrestia Nuova.

Il progetto porta la firma dello storico dell’arte e restauratore Antonio Forcellino, autore di importanti restauri e anche di note pubblicazioni su Michelangelo, e del maestro delle luci Mario Nanni, con la collaborazione della dottoressa Monica Bietti, storico dell’arte Responsabile del Museo delle Cappelle Medicee, e dell’architetto Maria Cristina Valenti Responsabile tecnico dei Musei del Bargello. A Forcellino si deve anche un’attenta pulitura della Madonna col Bambino e dei Santi Cosma e Damiano.

Antonio Forcellino restaura la Madonna Medici
. Ph. Credit Andrea Jemolo
Antonio Forcellino restaura la Madonna Medici. Ph. Credit Andrea Jemolo

L’importanza della Sagrestia Nuova di San Lorenzo per il Rinascimento italiano risiede anche nella non comune caratteristica della progettazione quasi interamente realizzata da un unico artista: per questo, come detto sopra, l’ambiente si presenta come un insieme integrato di architettura, scultura e decorazione in cui la luce svolge il ruolo di legame, commento, percorso simbolico, esaltazione del pathos, come hanno rilevato studiosi quali Christoph Luitpold Frommel, Erwin Panofsky, William Wallace, Georg Satzinger. Le condizioni ideate da Michelangelo con l’apertura delle finestre nella parte alta della Sagrestia e su tutte e quattro le pareti, producono due diverse qualità di luce, di cui una è più costante, mentre l’altra cambia in modo evidente con il trascorrere delle ore e a seconda del variare delle stagioni. Una luce diffusa cade dall’alto, sulle modanature, sulle cornici e sulle nicchie dove si sviluppano ombre orizzontali che si mantengono costanti. L’ordito plastico è sempre ben leggibile, senza eccessivo contrasto e nessuna parte della cappella rimane mai in ombra. Un’illuminazione che, pur con leggere variazioni di intensità nel tempo, consente la lettura chiarissima della complessa architettura nell’arco della giornata.

Nella Sagrestia Nuova, Michelangelo mise a frutto l’esperienza romana, ricordando il coro di San Pietro di Bramante, la chiesa di Sant’Eligio degli orefici di Raffaello, la Cappella Chigi a Santa Maria del Popolo, e soprattutto il grande oculo del Pantheon che ancora oggi dona chiara e costante leggibilità alle modanature architettoniche, sottolineate quasi esclusivamente da ombre orizzontali. Accanto alla luce diffusa, c’è poi quella prodotta dalle finestre che, con il passare del giorno, nella variazione delle stagioni, lascia penetrare luci differenti che fanno da commento ai gruppi scultorei. Questa seconda luce non interferisce troppo con quella diffusa e con la leggibilità del monumento, ma produce due tipi di effetti, uno diretto, l’altro indiretto, attraverso i rivestimenti marmorei messi in opera da Michelangelo che, dando origine a una serie di rifrazioni, hanno un peso rilevantissimo nella lettura generale. In particolare, si produce una varietà di quelle che in gergo tecnico sono definite fonti secondarie, difficili da immaginare senza delle misurazioni oggettive (time lapse). Il risultato è l’irraggiamento indiretto delle statue, come avviene in quella della Notte, che durante certe ore è illuminata dal basso, grazie alla rifrazione sul rivestimento marmoreo inferiore destro della parete est. Più in generale, si può osservare come l’andamento dei raggi del sole, attraverso le finestre e il lanternino, produca straordinari effetti di rifrazione, tanto che al mattino la statua dell’Aurora viene illuminata anche da dietro, attraverso il riflesso dal marmo retrostante dove batte direttamente la luce.

Sembra che Michelangelo abbia usato nella scultura e nell’architettura ciò che Leonardo aveva teorizzato nel Trattato della Pittura. In quelle pagine l’artista di Vinci aveva evidenziato differenti tipologie di luce, oltre a quella diretta esistono anche: “Le riverberazioni causate da corpi di chiara qualità, di piana e semidensa superficie, i quali, percossi dal lume, quello, a similitudine del balzo della palla, ripercuotono nel primo obietto”. Le idee di Leonardo sulla riverberazione o, come li definiva, sui “lumi secondari” oppure “derivativi”, erano il risultato dei suoi esperimenti sulla diffusione della luce. Idee che Leonardo stesso aveva applicato alle sue pitture, dove è possibile constatare come dei corpi siano illuminati attraverso il riflesso di materiali colpiti dai raggi solari. Gli effetti teorizzati e applicati da Leonardo in pittura, vengono trasferiti da Michelangelo nelle arti plastiche, cosicché la materia e le sue volute differenze di lavorazione sono in stretta relazione con l’illuminazione: nella rifinitura delle statue, sono lasciate a una stadio più grezzo le parti dove la luce non batte, con effetti di contrasto e chiaro scuro, ma portate a lustro le altre, che non sono esposte alla luce diretta ma, come nella Notte, a un “lume secondario”. Con questa coraggiosa innovazione Michelangelo puntava a superare alcune convenzioni rinascimentali nella diatriba sulla superiorità delle arti. Intorno al 1492 Leonardo aveva infatti attribuito ai pittori un vantaggio essenziale: “La scultura era seconda alla pittura perché non era in grado di dare come quest’ultima lumi ed ombre a proposito”. Un concetto ribadito da Baldassarre Castiglione nel 1527: “alle statue mancano molte cose che non mancano alle pitture e massimamente i lumi e le ombre”. Due decenni dopo Benedetto Varchi, in una sua lezione del 1546 ribaltò il punto di vista di Leonardo: “E se alla scultura mancano i lumi e l’ombre, che dà l’artefice, vi sono quelli e quelle che fa la natura stessa, i quali e le quali si vanno variando naturalmente il che non fanno quelli dei pittori”. Sono parole che sembrano coincidere con alcuni monumenti creati da Michelangelo dove la luce, e il suo variare, svolgono un ruolo fondamentale: la Sagrestia Nuova si dimostra dunque uno snodo fondamentale per Michelangelo come architetto, scultore e, non da ultimo, pittore, cioè di un artista che lavora anche con la luce.


La Notte di Michelangelo. Ph. Credit Andrea Jemolo
La Notte di Michelangelo. Ph. Credit Andrea Jemolo



La Madonna Medici di Michelangelo. Ph. Credit Andrea Jemolo
La Madonna Medici di Michelangelo. Ph. Credit Andrea Jemolo



Il San Cosma di Giovanni Angelo Montorsoli. Ph. Credit Andrea Jemolo
Il San Cosma di Giovanni Angelo Montorsoli. Ph. Credit Andrea Jemolo



Il San Damiano di Raffaello da Montelupo. Ph. Credit Andrea Jemolo
Il San Damiano di Raffaello da Montelupo. Ph. Credit Andrea Jemolo

Il racconto in marmo ideato e realizzato da Michelangelo nella Sagrestia Nuova con il passare dei secoli è stato tuttavia alterato. La costruzione della Cappella dei Principi, tra il XVII e il XVIII secolo, a ridosso della Sagrestia con la sua grande cupola intercetta per parte dell’anno il tragitto del sole, attenuando l’intensità della luce diffusa e modificando gli effetti pensati da Michelangelo. Il nuovo progetto d’illuminazione, senza tentare un ripristino delle condizioni luminose precedenti alla costruzione del Cappellone dei Principi, nasce dalla piena consapevolezza di queste condizioni e tenta di recuperare la leggibilità del manufatto. Al fine di ripristinare la continuità durante l’anno della luce diffusa, sul cornicione del secondo ordine della Sagrestia sono stati collocati dei fari che producono una luce di media intensità. La colorazione di queste lampade a led è stata calibrata rilevando lo spettro luminoso del sole vicino al complesso di San Lorenzo, in modo da ottenere un risultato quanto più possibile conforme alla luce naturale. Tali fari permettono di leggere senza ombre eccessive le articolazioni plastiche della Sagrestia lasciando agire però la luce solare naturale. In questo modo l’impianto d’illuminazione non interferisce con la luce indiretta o riverberazione luminosa. In alcune stagioni e in particolari ore della giornata (soprattutto al mattino) i raggi del sole entrano dalla grande finestra aperta sulla parete est e sono ancora in grado di esercitare gli effetti straordinari ideati da Michelangelo.

Si tratta di un supporto non invasivo all’illuminazione naturale, nel rispetto delle intenzioni di Michelangelo ma senza cancellare le alterazioni che la storia ha prodotto, con la costruzione della Cappella dei Principi. Lo studio dell’uso della luce nel Rinascimento, e delle innovazioni apportate da Michelangelo ha permesso di restituire ai visitatori e agli studiosi una percezione della Sagrestia Nuova più coerente con le intuizioni e il progetto del genio fiorentino. Si tratta quindi di un restauro della luce che non pretende di sostituirsi in maniera invasiva al trascorrere della storia e delle modifiche che apporta all’opera d’arte intesa nel suo complesso, come prescrive la moderna cultura della conservazione italiana. Un restauro della luce, dunque, come nuova frontiera, che testimonia un’evoluzione nella tutela dei beni culturali: alla conservazione e al restauro si affianca anche una sensibilità filologica alle condizioni di fruizione e quindi all’interpretazione delle opere del nostro passato.

Paola D’Agostino, Direttore dei Musei del Bargello spiega che “la collaborazione con Lottomatica ha permesso ai Musei del Bargello di completare un progetto biennale di manutenzione delle tombe Medicee e la realizzazione della nuova illuminazione della Sagrestia. La costante cura e la tutela delle opere d’arte sono obiettivi primari dei nostri Musei. Sono inoltre grata a Lottomatica per aver contribuito anche ad ideare un nuovo sistema di illuminazione per la stanza segreta di Michelangelo, che consentirà, in futuro, di poter ammirare in sicurezza gli affascinanti disegni che vi si conservano”.

“Sosteniamo da sempre progetti nell’interesse della collettività,” ha dichiarato Fabio Cairoli, AD di Lottomatica. “In ogni iniziativa cerchiamo di condividere e raccontare i valori alla base della nostra idea di crescita, come l’innovazione tecnologica, l’inclusione sociale e la valorizzazione culturale. Realizzare un restauro della luce significa sviluppare un approfondito lavoro di ricerca storico-artistica, oggi possibile grazie alle più innovative tecniche di illuminazione. Per questo motivo abbiamo voluto promuovere il restauro, per far riscoprire, con una nuova luce, il meraviglioso lavoro di Michelangelo”.


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