Mostre a Bologna: “Nell'età del Correggio e dei Carracci” di Andrea Emiliani (1986)


Continua la serie delle storiche mostre di Bologna: questa volta parliamo di 'Nell'età del Correggio e dei Carracci', la mostra di Andrea Emiliani del 1986, in collaborazione con Metropolitan di New York e National Gallery di Washington.

Andrea Emiliani è una delle figure più eminenti della storia dell’arte italiana: grande studioso, allievo di Roberto Longhi e di Francesco Arcangeli, è noto anche per essere stato eccellente soprintendente per i beni culturali di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna, nonché direttore della Pinacoteca Nazionale di Bologna. Nell’aprile del 2011, in occasione del suo ottantesimo compleanno, il Giornale dell’Arte ottenne da lui un’intervista che ripercorreva tutta la sua lunga carriera. Il giornalista, Giovanni Pellinghelli del Monticello, ricordava giustamente come Andrea Emiliani fosse ancora ricordato come “il protagonista della stagione delle grandi mostre dedicate all’arte bolognese”. Andrea Emiliani, rispondendo, parlava di come era nata una delle migliori mostre che si tennero in passato a Bologna, la sua Nell’età del Correggio e dei Carracci.

Nell'età del Correggio e dei Carracci
Catalogo della mostra Nell’età del Correggio e dei Carracci
Il progetto era di portata internazionale, e iniziò a prender forma nel 1983. Emiliani, che allora era, come già ricordato, direttore della Pinacoteca Nazionale, ricevette la visita di John Pope-Hennessy, storico dell’arte inglese di caratura internazionale che al tempo svolgeva il ruolo di direttore della pittura europea al Metropolitan di New York, e di Sydney Freedberg, studioso statunitense, specializzato nel Rinascimento, che era da poco diventato chief curator della National Gallery di Washington. Nelle scorse “puntate” di questa nostra piccola serie di post dedicati alle grandi mostre bolognesi del passato, si era detto di come tali mostre avessero creato un notevole interesse per l’arte bolognese: ecco, questo interesse ben presto si manifestò su scala planetaria. Pope-Hennessy e Freedberg proposero a Emiliani una collaborazione per una mostra che riguardasse proprio l’arte bolognese: l’idea era quella di organizzare una mostra che nascesse dal lavoro congiunto tra i tre musei, ovvero la Pinacoteca Nazionale di Bologna, il Metropolitan di New York e la National Gallery di Washington. Ci vollero tre anni per arrivare, nel 1986, all’inaugurazione di Nell’età di Correggio e dei Carracci, che fu curata da Andrea Emiliani e dall’allora direttore della National Gallery di Washington, John Carter Brown.

La mostra aprì a Bologna il 10 settembre, e si teneva presso due sedi: la Pinacoteca Nazionale e il Museo Civico Archeologico. L’esposizione, che durò due mesi esatti e terminò il 10 novembre 1986, avrebbe poi lasciato la città felsinea nei mesi successivi per andare “in tour” a Washington (dal 19 dicembre 1986 al 16 febbraio 1987) e a New York (dal 26 marzo al 24 maggio 1987). La tappa bolognese riscosse un enorme successo: in soli due mesi, centomila persone affollarono le sale delle due sedi che ospitavano la mostra. Intento della mostra era quello di ripercorrere le tappe fondamentali della pittura emiliana tra il Cinquecento e il Seicento, con una focalizzazione su quelli che erano considerati i poli principali della regione: Parma (Correggio, Parmigianino), Ferrara (Dosso Dossi e Bastianino) e Bologna (i Carracci, Guido Reni, Guercino, Domenichino, Francesco Albani).

Parmigianino, Antea
Parmigianino, Antea (1530-1535 circa; Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)
Furono esposti duecentodue capolavori della pittura emiliana, dal Cinquecento al Seicento inoltrato: si spaziava, come il titolo suggerisce, dalla raffinata pittura del Correggio, alle conquiste dei Carracci, e alla loro influenza sull’arte emiliana degli anni successivi. Sostanzialmente, la mostra riprendeva gli ideali di Cesare Gnudi, che era scomparso nel 1981, e l’esposizione pertanto si configurava un po’ come un omaggio alla sua memoria: Nell’età del Correggio e dei Carracci si concentrava, infatti, soprattutto sul filone classicista dell’arte emiliana. E, del resto, partire dalla raffinata e delicata arte del Correggio costituiva un po’ una esplicita dichiarazione d’intenti. Il visitatore aveva a propria disposizione una interessante selezione di capolavori correggeschi, come il Compianto sul Cristo morto della Galleria Nazionale di Parma, in cui il taglio obliquo della composizione rende più partecipe l’osservatore della scena, facendo sì che il tutto sembri svolgersi dinnanzi ai suoi occhi: questa moderna concezione dello spazio fu definita, dallo stesso Sydney Freedberg, “il più audace atto d’innovazione del Correggio”. Le pulsioni manieriste del Parmigianino invece erano rappresentate da capolavori come la Conversione di san Paolo del Kunsthistorisches di Vienna e anche dalla sua ritrattistica, con pezzi come l’Antea o l’indecifrabile e misterioso Ritratto d’uomo con libro della City Art Gallery di York.

Correggio, Compianto sul Cristo morto
Correggio, Compianto sul Cristo morto (1524 circa; Parma, Galleria Nazionale)

Dalle esperienze parmigiane si sarebbe dipanato il filo che avrebbe poi portato alla nascita della scuola dei Carracci: la mostra insisteva in particolare su come l’esempio del Parmigianino fosse stato importante per Ludovico Carracci e su come invece la raffinatezza correggesca avrebbe segnato il classicismo di Annibale Carracci. Anzi: il Correggio veniva visto come un punto di partenza fondamentale per le esperienze emiliane successive. Dal classicismo carraccesco sarebbe poi scaturita la scuola bolognese del Seicento, con figure preminenti come quella di Guido Reni (di cui si è parlato a proposito della mostra del 1954), del Domenichino e del Guercino. Benché la mostra si sia concentrata, come detto prima, soprattutto sul filone classicista, sarebbe stata sicuramente incompleta se non avesse preso in esame la componente più spiccatamente naturalista della scuola carraccesca, e in generale dell’arte emiliana: il naturalismo era rappresentato da prestiti d’eccezione, come la Macelleria di Annibale Carracci del Kimbell Art Museum di Forth Worth, e anche alcuni dipinti di Caravaggio, la cui pittura è sempre stata messa in rapporto con quella di Annibale Carracci, anche se le conclusioni a cui, nel corso degli anni, si è arrivati, non sono mai state univoche e sicure.

La mostra riuscì non solo nell’intento di far esplodere a livello internazionale l’interesse per la pittura emiliana nella sua totalità, un interesse comunque già nato a seguito alle mostre degli anni Cinquanta, ma anche in quello di affermare la pittura emiliana in un più vasto contesto europeo. Se infatti si tendeva a considerare l’arte emiliana come un fenomeno tuttalpiù italiano, la mostra del 1986 contribuì a far sì che venisse considerata quasi come un barocco moderato, dagli accenti marcatamente classici. Il contributo che l’arte emiliana, insomma, aveva dato alla storia dell’arte, consisteva proprio nel suo fornire un’alternativa al più esuberante e dinamico barocco europeo. Non dobbiamo poi dimenticare che la mostra del 1986 rappresentò l’inizio di una collaborazione tra gli istituti bolognesi e gli Stati Uniti: nel 1988, per esempio, fu organizzata una nuova mostra su Guido Reni che si tenne alla Pinacoteca Nazionale di Bologna e si trasferì poi al Los Angeles County Museum of Art e al Kimbell Art Museum di Fort Worth. Erano le prime mostre itineranti su scala transoceanica, e quella del 1986 è ancor oggi un eccellente esempio di collaborazione internazionale tra grandi musei, votata a curare una mostra dotata di un serio progetto scientifico, che riesca anche a fare divulgazione, e ad attirare un notevole afflusso di pubblico.

Annibale Carracci, Macelleria
Annibale Carracci, Macelleria (1580 circa; Fort Worth, Kimbell Art Museum)


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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