Modigliani a Genova: un blockbuster senza troppe pretese


Recensione della mostra 'Modigliani' a Genova, Palazzo Ducale, dal 16 marzo al 16 luglio 2017.

Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi. Capita che, in piena epoca di post-verità, la frase più celebre di un film (in questo caso I colori dell’anima di Mick Davis) si renda così popolare da essere sempre più spesso decontestualizzata e da diventare, a un certo punto, una frase da molti ritenuta realmente e storicamente pronunciata dal protagonista della pellicola, ovvero il pittore Amedeo Modigliani, interpretato da Andy García. Tuttavia, qualora la fortunata formula rimanga confinata all’interno di quegli atroci siti web che raccolgono aforismi (in buona parte inventati) di personaggi storici e celebrità, o si limiti a comparire nelle jpeg glitterate di condivisori compulsivi di fiorellini, gattini e felini assortiti, si potrebbe anche pensare di chiudere un occhio. La situazione invece cambia se la pur plausibile e tuttavia presunta citazione compare in un virgolettato all’inizio del percorso di una mostra allestita nelle sale di Palazzo Ducale a Genova. Soprattutto se l’esposizione è annoverata tra gli eventi di punta della stagione su scala nazionale. Modigliani (questo il laconico titolo della rassegna) si apre infatti con cinque grandi pannelli che riportano altrettante frasi a effetto, della fattispecie adatta a mandare in brodo di giuggiole quella parte di pubblico che forse taluni vorrebbero sempre più incline a sperimentare impalpabili emozioni e, viceversa, sempre meno propensa a farsi domande sui contenuti.

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Le frasi a inizio percorso

Così, tra frasi vere, frasi vere ma riadattate per l’occasione e frasi presunte (giova ricordare che le virgolette devono demarcare la fonte esattamente com’è stata scritta o pronunciata dall’autore, e che chi cita non deve permettersi di apportare modifiche: è una norma di correttezza che s’impara alla prima ora di qualunque corso di comunicazione), il visitatore viene subito catapultato tra le maglie di un allestimento che vuole rievocare prima un caffè parigino d’inizio Novecento, benché occorra un bel po’ d’immaginazione sulle rive del mar Ligure, e poi lo studio dell’artista, o almeno questa è la sensazione osservando i pannelli di forme irregolari appoggiati con finta noncuranza alle pareti. Un allestimento da mostra blockbuster, insomma, che ci pone di fronte al solito interrogativo: il packaging, ritenuto evidentemente accattivante per il pubblico di riferimento dell’esposizione, è davvero un valore aggiunto oppure è un escamotage che tenta di presentarci con simpatia dei contenuti non proprio esaltanti?

All’inizio potremmo esser colti dalla tentazione di scartare quest’ultima ipotesi, perché l’esposizione parte bene, con una sala dedicata agli esordi di Amedeo Modigliani (Livorno, 1884 - Parigi, 1920) in cui troviamo le tre opere dell’artista conservate al Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Due di queste sono opere giovanili: un Ritratto d’uomo del 1900-1902, disegno a matita su carta che traccia un profilo stilizzato di una figura maschile, e soprattutto un Paesaggio toscano che la critica fa risalire al 1898-1899, quando l’artista aveva appena quattordici anni. Dipinto di grande interesse: intanto, perché è una delle rare testimonianze dell’attività giovanile di Modigliani. Poi, perché è forse il dipinto che meglio attesta come i suoi inizi fossero avvenuti nel solco della pittura di macchia: maestro di Modigliani fu Guglielmo Micheli, artista che ingrossava le fila dei macchiaioli e che era stato a sua volta allievo di Giovanni Fattori. E ancora, perché qualche tempo fa l’opera è stata legata a una testimonianza del pittore livornese (ma di origini gallesi) Llewelyn Lloyd, che raccontava d’essersi recato con Modigliani in campagna per lavorare e di aver visto il più giovane collega intento a dipingere “una strada di campagna in quel di Salviano al doposole d’inverno”. Si tratta comunque di un’opera che, seppur lontana dalla poetica che Modigliani avrebbe sviluppato negli anni a venire, è già esemplificativa della sua capacità di sintesi, della sua tendenza a offrire letture interiori dei soggetti che aveva di fronte, e ovviamente del suo innato talento. La terza opera invece non appartiene a questa fase: è il Ritratto di Aristide Sommati, altro artista livornese amico di Modigliani, che nel 1953 cedette il Paesaggio toscano, che era di sua proprietà (e tale particolare è attestato anche da Lloyd nel suo scritto), al Comune di Livorno. Il ritratto, eseguito sulla carta di una confezione di una pasticceria, risale forse all’epoca del viaggio di Modigliani a Livorno nel 1909: in mostra viene però proposta una datazione al 1912, epoca dell’ultimo soggiorno (o presunto tale: i documenti che abbiamo si riferiscono semmai al 1913) nella città natale (il perché, tuttavia, non è dato sapere: nel catalogo manca la descrizione nella scheda dell’opera, situazione comune a molti dei disegni esposti). La firma sul dipinto apposta da Benvenuto Benvenuti è dovuta al fatto che era stato il pittore divisionista a iniziarlo, un giorno in cui lui, Sommati e Modigliani si trovavano insieme al Caffè Bardi di Livorno. La presenza dell’opera in questa prima sala è interessante anche perché funge da elemento di collegamento con le sezioni successive della mostra: vediamo, in questo ritratto, le caratteristiche delle figure di Modigliani degli anni della sua più intensa attività da scultore.

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Amedeo Modigliani, Paesaggio toscano (1898-1899; olio su cartone, 21 x 35,8 cm; Livorno, Museo Civico Giovanni Fattori)


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Amedeo Modigliani, Ritratto di Aristide Sommati (1912; matita su carta, 24 x 35 cm; Livorno, Museo Civico Giovanni Fattori)

E proprio alla compenetrazione tra pittura e scultura è dedicata la seconda sala: qui però cominciano anche a rendersi manifeste le prime lacune, su tutte la totale assenza di sculture di Modigliani (aspetto non proprio secondario per una sezione che intende parlare di scultura), e il fatto che manchino opere di Constantin Brâncuși, vero punto di riferimento di Modigliani tra il 1910 e il 1914. L’artista rumeno è ovviamente citato in tutti i saggi del catalogo che parlano di questo periodo, e la sua fondamentale influenza è descritta anche nel pannello esplicativo della sala: peccato solo che il visitatore non sia messo nelle condizioni di godere di raffronti diretti, possibilità che pressoché tutte le mostre su Modigliani, al contrario, concedono. Tolta un’opera, il Giovane con i capelli rossi del tutto fuori contesto (è un’opera del 1919, epoca in cui l’artista aveva smesso di scolpire da un pezzo e aveva cominciato ad ammorbidire il suo tratto e a sviluppare forme meno severe, lontane da quelle del periodo indagato dalla sala: si è forse voluto proporre un paragone, ma a che scopo? L’evoluzione dello stile è comunque testimoniata dal prosieguo dell’esposizione), le altre, tra le quali alcuni disegni con teste di cariatidi, sono interessanti intanto perché ci dimostrano il processo di creazione delle sculture, e poi perché forniscono un sunto delle fonti a cui il pittore guardava: citando dal saggio in catalogo di Dominique Viéville, dedicato proprio al Modigliani disegnatore, "il rinnovamento plastico testimoniato dalle sculture di Modigliani e le opere grafiche a esso legate sono stati spesso analizzati come la sintesi dei riferimenti formali che il pittore ha tratto dall’arte africana, dall’arte buddista e dall’arte khmer, ma anche e soprattutto dalla scultura egizia e dalla statuaria greca preistorica e arcaica [...]. Le sue Teste scolpite in pietra e i numerosi disegni corrispondenti presentano caratteristiche in comune con opere molto diverse appartenenti alle civiltà mediterranee antiche", che Modigliani ebbe occasione di conoscere frequentando i musei parigini.

Dalla statuaria arcaica Modigliani mutuò la tendenza a enfatizzare certi particolari capaci di connotare il personaggio nei suoi aspetti interiori: dalle maschere africane, per esempio (anche se per lui forse ancor più interessanti furono le sculture dell’arte cicladica, con i loro volti ovali, i nasi lunghi e affilati, le forme geometrizzanti), ricavò “importanti stimoli per una rigida scansione della forma e per l’accentuazione degli elementi espressivi” (così il curatore della mostra, Rudy Chiappini, nel suo saggio a catalogo, una concisa ma comunque buona biografia del pittore). Volendo individuare, nella confusionaria sezione sugli “amici parigini”, una chiave di lettura lontana dalla semplice carrellata di ritratti di personaggi che Modigliani frequentò durante la sua lunga permanenza a Parigi, si potrebbe proprio parlare di questo uso, da parte dell’artista, degli elementi caratterizzanti del volto del personaggio: giunge così in soccorso il confronto, già proposto in altre occasioni (ne abbiamo parlato anche su queste pagine tempo fa) ma comunque sempre molto interessante, tra il ritratto di Chaïm Soutine e quello di Guillaume Chéron, dal quale emerge con chiarezza quel “tentativo”, di cui ancora parla Chiappini in catalogo, “di cogliere il carattere profondo dei suoi personaggi, al di là dell’aneddotica del quotidiano, senza il bisogno di descrivere l’ambiente in cui il modello vive, gli oggetti che lo circondano”.

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Amedeo Modigliani, Testa scultorea (1910-1911; matita grassa su carta, 43 x 19 cm; Collezione privata)


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Amedeo Modigliani, Giovane con i capelli rossi o Lo studente (1919; olio su tela, 61 x 46 cm; Bruxelles, Kad Galerie, Collezione privata)


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La sala degli amici parigini

La presenza nella sala di alcuni nudi appare ancora priva di senso, ma si può considerare come un’anticipazione della sezione successiva, dedicata proprio al nudo. Abbiamo solo studî o disegni, eccezion fatta per il Nudo disteso del 1918 circa, nel quale s’è voluto identificare la moglie dello scultore americano Cecil Howard, ovvero Céline Howard: in mostra si racconta l’aneddoto dello statunitense che voleva a tutti i costi partecipare alle sessioni di posa perché spaventato dalla fama di tombeur de femmes che aleggiava attorno a Modigliani, tanto più che il livornese avrebbe ritratto la donna priva di qualunque velo. Un nudo raffinato, sensuale, disinibito, moderno financo nell’acconciatura di quel pelo pubico che tanto scandalizzò i suoi contemporanei e la cui evidenza fu tra i motivi (se non il motivo principale) che portarono alle minacce di chiusura per la mostra di nudi del 1917 organizzata presso la galleria di Berthe Weill. Un nudo animato da una passione sicuramente diversa rispetto a quella che aveva portato Modigliani a eseguire le sue scultoree Cariatidi delle quali in mostra gli esempî abbondano: opere parimenti moderne, piene e sinuose, ma più vicine a quella ieraticità arcaica che Modigliani era andato ricercando nella sua attività da scultore, poi abbandonata per ragioni di salute.

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Amedeo Modigliani, Grande nudo disteso - Celine Howard (1918 circa; olio su tela, 65 x 100 cm; Collezione privata)


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La sala dedicata al nudo

Nella sala seguente, la quinta della rassegna genovese, incontriamo per la prima e per l’unica volta opere non realizzate da Modigliani: la sezione è infatti dedicata all’amicizia tra l’artista italiano e il pittore di origini polacche Moïse Kisling (Cracovia, 1891 – Sanary-sur-Mer, 1953), introdotto dal celebre ritratto eseguito da Modigliani e che oggi è conservato alla Pinacoteca di Brera. Un rapporto intenso, intimo, una sorta di simbiosi dalla quale entrambi ottennero giovamento: Kisling aiutò Modigliani a inserirsi negli ambienti della Parigi del tempo, e viceversa il polacco trasse da Modigliani notevoli spunti per aggiornare la propria arte (che, a onor del vero, mai raggiunse i livelli di quella di Modigliani). La selezione operata dai curatori si fa qui oltremodo interessante: abbiamo un’opera del 1912, Madame Zborowska nell’atelier di Moïse Kisling, che attesta non soltanto la grande differenza che divideva la pittura di Kisling da quella di Modigliani, col più giovane collega polacco evidentemente più interessato a dipingere aspetti della vita quotidiana che a rendere la psicologia dei proprî personaggi, ma anche quali fossero le fonti a cui guardava, e in questo caso è possibile instaurare un paragone con l’arte di Vincent van Gogh, la cui conoscenza Kisling approfondì probabilmente durante il suo soggiorno nella Francia meridionale (tra il 1912 e il 1913 risiedette a Céret, borgo sui Pirenei al confine con la Spagna). La sua arte virò poi verso un più marcato realismo non privo di certi accenni di sensualità, come dimostra il voluttuoso Grande nudo disteso con la modella che si rivolge in modo procace all’osservatore e con la mano sinistra compie un gesto quasi a volerlo invitare a raggiungerla sul suo giaciglio. Alle sue spalle, un brano di vivace natura morta, come quelle che Kisling, secondo i curatori, avrebbe dipinto assieme a Modigliani: di particolare interesse sono un paio di opere esposte in mostra. In entrambe il contributo del pittore toscano si sarebbe sostanziato nell’inclusione di raffigurazioni di sue opere nella scena imbastita dall’amico: così, appeso a una parete (sebbene con certa difficoltà di raccordo tra gli elementi) notiamo un ritratto di Kisling eseguito da Modigliani, e su un tavolo, assieme a pennelli, bicchieri colmi, pipe, frutta e carte da gioco (oggetti che, peraltro, ci raccontano le abitudini di vita dei due) compaiono una testa di Modigliani e il suo Nudo accovacciato del 1917, opera che conclude la rassegna di Palazzo Ducale.

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Amedeo Modigliani, Ritratto di Moïse Kisling (1918 circa; olio su tela, 37 x 28 cm; Milano, Pinacoteca di Brera)


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Moïse Kisling, Madame Anka Zborowska nell’atelier di Moïse Kisling (1912 circa; olio su tela; Collezione privata)


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Moïse Kisling, Grande nudo disteso (1929-1932 circa; olio su tela, 65 x 110 cm; Collezione privata)


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Moïse Kisling e Amedeo Modigliani, L’atelier di Moïse Kisling (1918 circa; olio su tela, 66 x 63,5 cm; Collezione privata)


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Moïse Kisling e Amedeo Modigliani, Natura morta con ritratto di Kisling dipinto da Modigliani (1918 circa; olio su tela, 74,5 x 84 cm; Collezione privata)

Prima di arrivare all’ultima sala occorre però superare dapprima una sezione dedicata a due delle donne che Modigliani frequentò, Hanka Zborowska e Beatrice Hastings (è la parte più bolsa della mostra e la si lascia scorrere in fretta e senza troppi rimpianti), e poi un ulteriore ambiente con ritratti muliebri varî, che s’è voluto intitolare “Dipingere una donna è possederla”. Di nuovo una libera interpretazione, e oltretutto ancora virgolettata, di una fonte. In questo caso si attinge dal pittore Osvaldo Licini, che per qualche tempo frequentò Modigliani e che di lui riportò, in un articolo comparso nel 1934 sulla rivista L’orto, un pensiero che gli avrebbe riferito: “Disegnare è possedere - gridava - un atto di conoscenza e di possesso più profondo e più concreto del coito, che solo il sogno o la morte possono dare”. Si è operata dunque una estrema banalizzazione del concetto di Modigliani riportato da Licini, un concetto che coinvolge intelletto e creatività, studio e passione, desiderio e razionalità, per riassumerlo malamente e maldestramente (e confondendo oltretutto disegno e dipinto) in una frase da pagina Facebook per svenevoli “amanti della bellezza”. Frase che, per giunta, nell’inconsistente saggio di Nathalie Wiener sui rapporti tra Kisling e Modigliani, viene descritta come riportata dal livornese al polacco: il tutto senza alcun riferimento circostanziato, senza il minimo ricorso a una fonte. Tocca quindi andare sulla fiducia, ma non è esattamente questo il modo in cui si dovrebbe scrivere un testo scientifico.

Ad ogni modo, la sezione si risolve con una panoramica su alcuni ritratti femminili che abbracciano il quadriennio 1915-1918. Si spazia da opere come La ragazza rossa della GAM di Torino, dipinto in cui la semplificazione dei tratti somatici è ancora netta e tagliente, quasi scultorea, e i volti sono rappresentati in primo piano, a splendidi ritratti come La giovane Lolotte, che si caratterizza per un voluto non finito probabilmente mirato a esaltare l’espressività intensa della ragazza, o come la malinconica Ragazza con capelli neri, che come pressoché tutti i ritratti dell’ultima parte della carriera di Modigliani presenta tratti decisamente più morbidi e una veduta allargata: si intravedono il busto, le mani, gli onnipresenti pomelli delle sedie, probabile espediente per conferire senso di profondità al ritratto. Come anticipato, la chiusura della mostra è affidata al Nudo accovacciato che assieme a un Ritratto di Maria è esposto nell’ultima sala. Non si discute la qualità dei due dipinti (e, nel caso del nudo, la sua notevole e moderna carica erotica): non si comprende tuttavia il perché della loro presenza in una sezione, intitolata “L’angelo e il desiderio”, la cui esplicazione nel percorso s’incentra esclusivamente sul rapporto tra Modigliani e la sua amata, Jeanne Hébuterne, che viene evocata (in assenza di opere che la ritraggano, presenti in pressoché tutte le mostre su Modigliani) da una gigantografia posta poco prima dell’uscita.

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Amedeo Modigliani, La giovane Lolotte (1918; olio su tela, 90 x 58 cm; Collezione privata)


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Amedeo Modigliani, Ragazza con capelli neri (1918; olio su tela, 92 x 60 cm; Parigi, Musée Picasso)


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Amedeo Modigliani, Nudo accovacciato (1917; olio su tela, 114 x 74 cm; Anversa, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten)

Il finale lascia grossi dubbi circa la sua coerenza col resto del percorso. Un percorso comunque non privo di molti passaggi da rivedere e che comunica l’impressione di trovarsi di fronte a un prodotto prêt-à-porter che, pur con qualche acuto (le opere giovanili, il confronto Soutine-Chéron, e anche la penultima sala che con chiarezza consente di cogliere l’evoluzione della ritrattistica di Modigliani negli ultimi anni d’attività), non riesce a scrollarsi di dosso l’aura di mostra blockbuster senza troppe pretese. Non che ci si aspettasse qualcosa di originale a un anno di distanza dall’ultima mostra su Modigliani, né una rassegna fondata su solidi legami col territorio (per quanto, nella presentazione, il sindaco Marco Doria si lanci in uno spericolato e totalmente fuori luogo riferimento alla Genova che “era già capitale finanziaria, portuale e industriale” ai primi del Novecento: nessuno gli avrebbe chiesto niente), ma un’esposizione dotata di una struttura più organica e priva di inopportuni ammiccamenti (frasi a effetto, soliti riferimenti a “Modì-Maudit”, citazioni random di storie d’amore e ammennicoli varî) avrebbe sortito sicuramente effetti diversi e avrebbe anche garantito maggiori beneficî al pubblico.

Una mostra il cui livello si fatica a paragonare all’eccellenza. La si può prendere, in sostanza, come un’occasione per rivedere alcuni dipinti di Modigliani, per apprezzare di nuovo alcuni confronti, per avere la possibilità di osservare dal vivo dipinti normalmente custoditi in collezioni private. Ma se si ha a disposizione una sola giornata da trascorrere a Genova, forse è meglio spenderla per vedere altro.



Federico Diamanti Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Diamanti Giannini

Giornalista d'arte, ho fondato Finestre sull'Arte nel 2009 con Ilaria Baratta. Sono nato a Massa nel 1986 e ho ottenuto la laurea specialistica a Pisa nel 2010. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier.

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1.Barbara Massari in data 09/04/2017 09:03:11

Meraviglioso



2.Barbara Massari in data 09/04/2017 09:03:59

Io ho visto la mostra di Modigliani a Roma.Da non perdere



3.Daniela Ciolli in data 09/04/2017 10:03:46

La mostra è suggestiva,interessante e ben corredata. .Resto ...FUFFA (O INVIDIA?).Frasi bellissime allestimento. ...emozionante!Audioguide molto interessanti



4.Mariarca Tuccillo in data 09/04/2017 10:47:11

:((((((( Lia Esca



5. Lia Esca in data 09/04/2017 12:07:01





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6.Peter Mitchell in data 09/04/2017 10:55:45

here I come!!!



7.Riccardhio Matteo Rosa in data 09/04/2017 11:43:49

Il succo è che sembra assurfo come ora si moltiplichino mostre con nomi altisonanti per acchiappare citrulli ma che alla fine, se non sei della zona non merita spendere tanto denaro e tempo per due quadri decenti. Dalla recensione ne deduco cje se non sei di genova non ci andare e se sei di genova vacci se non sai cosa fare. E la penso così anche per la mostra di frida khalo di bologna.... Sono stato a vedere kandisky e manet a milano: mezza delusione, pochi quadri e con aggiunta di altre opere di altri artisti per riempire le sale. invece kate haring è molto bella e completa.



8. Barbara Massari in data 09/04/2017 12:06:04

non sono citrulla, quello che dici è anche vero per certe mostre ma ce ne sono di interessantissime con moltissimi quadri.INFORMARSI PRIMA DI ANDARE



9. Riccardhio Matteo Rosa in data 09/04/2017 12:16:38

Ne ho viste tantissime di mostre e ne vedrò....ma ti faccio dei semplici esempi per motivare il mio discorso sui "citrulli": dali a palazzo blu a pisa e dalì a pietrasanta...bhè, le mostre vengono sponsorizzate come dalì a pisa e dalì a pietrasanta e come frida khalo a bologna, poi invece se ci vai o sei hai la fortuna di parlare con chi é già stato, capisci che : le sculture e le cose di dalì a pietrasanta sono sculture fatte da altri artisti creandole dai soggetti dei quadri (dicono dalì perchè hanno pagato tipo diritti ma non so spiegarti bene la cosa), dalì a pisa sono 8 quadri e 200 disegni a china (belle ma non è dali che la gente comune intende) e frida a bologna sono 10 quadri e d cui solo uno famoso che è la mostra dei quadri raccolti da una coppia di collezionisti americani che comprarono opere di frida e diego rivera e di altri artisti messicani. Quindi è pieno di pubblicità ingannevole!



10. Davide Polacesky in data 09/04/2017 16:31:48

Giusto. Molte mostre (purtroppo) sono solo per marketing e per fare profitto . Ci sono poi anche mostre interessanti e istruttive ( rare ). Per fare un esempio banale . Quante mostre sugli impressionisti abbiamo avuto ?



11. Riccardhio Matteo Rosa in data 09/04/2017 17:49:03

Una interessante e bellissima era a bologna sui 50 anni di corto maltese!!!! Oppure quella di hokusai e l'arte giapponese a palazzo reale terminata un mese fa...



12. Catiuscia Martino in data 11/04/2017 04:55:57

Se tutti si ragionasse che le mostre non sono quello che pubblicizzano non si andrebbe da nessuna parte.Io a prescindere me le vedo tutte e mi bagno di cultura perché non è vedere il quadro importante che fa la differenza ma conoscere un artista.O per raccontare che hai visto quadri famosi.Un artista è artista a tutto tondo.O lo ami o no.Per me non sono soldi buttati via!!!



13.Rossella Giannico in data 09/04/2017 14:16:28

Lucia Giannico



14.Daniel Alexandre Ribeiro in data 09/04/2017 14:41:29

Emma Marroncini



15. Emma Marroncini in data 09/04/2017 19:56:45

??????



16.Antonio Costa in data 09/04/2017 16:57:32

Sono abbastanza d'accordo con la vostra recensione, ci sono stato domenica e penso che comunque una mostra che raccoglie diversi quadri di Modigliani debba essere comunque vista, per meglio apprezzare il pittore, senza contare che alcuni di essi lasciano davvero senza fiato



17.Catiuscia Martino in data 09/04/2017 20:11:46

Bellissima



18.Francesca Colognato in data 10/04/2017 13:42:50

Ho visto la mostra giovedì , praticamente da sola e con tutta calma. . . Ho ammirato quadro per quadro senza che nessuno mi disturbasse !!!! Con lo stesso biglietto ho avuto uno sconto per le mostre fotografiche di Cartier - Bresson e di Erwitt ! Nei giorni a seguire ho partecipato alle interessantisime conferenze della "Storia in Piazza" ( totalmente gratuite) : cosa si vuole di più dalla vita ?



19. Finestre sull'Arte in data 11/04/2017 22:55:47

Il fatto che la mostra conceda sconti per altre esposizioni e sia inserita nel contesto di conferenze e altre attività è ovviamente un grosso punto a favore e rendiamo lode al merito, ma un giudizio basilare non può e non deve prescindere dai contenuti dell'esposizione...



20. Francesca Colognato in data 12/04/2017 06:29:04

Se anche una sola pennellata , ti è rimasta impressa nel cuore, è valsa la pena essere andati!





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