Secondo fonti autorevoli, lo Stato avrebbe acquistato l'Ecce Homo di Antonello da Messina


Stando ad alcune fonti autorevoli che hanno postato sui social, lo Stato avrebbe acquistato l’Ecce Homo di Antonello da Messina che doveva andare in asta da Sotheby’s giovedì scorso, con stima 10-15 milioni di euro. La notizia è stata anticipata dalla Fondazione Federico Zeri e dal direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria. Si attende però la confer

Era stato ritirato poche ore prima della vendita del 5 febbraio da Sotheby’s: l’Ecce Homo di Antonello da Messina, che stava per andare in asta con stima 10-15 milioni di dollari, si stava già preannunciando come uno dei momenti più rilevanti di quest’anno sul mercato. E stando alle indiscrezioni che da ieri pomeriggio corrono sui social, l’opera sarebbe stata acquistata dallo Stato italiano. La notizia viene da fonti autorevoli. Ad annunciare l’acquisto è stata ieri la Fondazione “Federico Zeri” di Bologna con un post sulla propria pagina Facebook: “Appena battuta all’asta da Sotheby’s, da oggi è proprietà dello Stato italiano. Federico Zeri per primo l’attribuì al grande maestro: ‘il Cristo assume, con questa straordinaria smorfia, addirittura un aspetto che oggi si definirebbe mafioso. È un’opera giovanile ancora ignota alla letteratura artistica’”.

In realtà, chi ha seguito l’asta giovedì scorso sa che il dipinto non è stato battuto, ma è stato ritirato, malgrado peraltro fosse garantito: casi simili accadono di solito quando è in corso una trattativa privata importante. A dare una patina di ufficialità all’indiscrezione ci ha pensato, pochi minuti fa, il direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria e della Pinacoteca Nazionale di Bologna ad interim, Costantino D’Orazio, che ha scritto sulla sua pagina Facebook un post (poi cancellato): “Un nuovo Antonello da Messina torna in Italia grazie al Ministero della Cultura. Chi lavora al MiC sa quanto sia complicato per lo Stato Italiano partecipare ad un’asta, ma questa volta il Ministero ha giocato d’anticipo, assicurandosi un vero capolavoro in trattativa privata, spuntando anche un prezzo più vantaggioso. Grazie ai colleghi che hanno gestito l’operazione, al Ministro che l’ha voluta e al proprietario che ha accolto l’idea che l’opera tornase in Italia, guadagnando meno di quanto avrebbe potuto”. Il costo dell’operazione dovrebbe essere all’incirca di 12 milioni di euro, stando a quanto scritto, sempre sui social, da Angelo Loda, funzionario storico dell’arte della Soprintendenza di Brescia.

Antonello da Messina, Ecce Homo, recto (1470 circa; tempera su tavola, 20,3 x 14,9 cm)
Antonello da Messina, Ecce Homo, recto (1470 circa; tempera su tavola, 20,3 x 14,9 cm)
Antonello da Messina, Ecce Homo, verso con san Girolamo (1470 circa; tempera su tavola, 20,3 x 14,9 cm)
Antonello da Messina, Ecce Homo, verso con san Girolamo (1470 circa; tempera su tavola, 20,3 x 14,9 cm)

Mancano ancora conferme ufficiali da parte del Ministero, ma gli appassionati d’arte stanno già celebrando un’acquisizione che, se confermata, sarebbe una delle più importanti della storia recente del MiC. Le ragioni di questa importanza sono almeno due. Da un lato, le opere di Antonello da Messina che arrivano sul mercato sono pochissime: il corpus del maestro siciliano è estremamente ridotto e la gran parte dei suoi dipinti è oggi conservata in musei pubblici. Dall’altro, l’Ecce Homo proposto nei giorni scorsi da Sotheby’s è un’opera celebre, più volte esposta in contesti di massimo rilievo internazionale, con una bibliografia vastissima e una storia critica che include anche la presentazione da parte di Federico Zeri, che la rese nota al pubblico nel 1981.

L’opera è una piccola tavola opistografa, ovvero dipinta su entrambi i lati, databile intorno al 1470. Sul recto Antonello raffigura un Cristo a mezzo busto, collocato dietro un parapetto e rivolto frontalmente verso l’osservatore. Lo sguardo è fisso, diretto, privo di mediazioni narrative. L’espressione è carica di pathos: gli occhi arrossati e gonfi si stringono per il dolore, le labbra sono leggermente dischiuse, mentre sottili rivoli di sangue scendono dalla corona di spine lungo la fronte e il petto. Una corda sottile è legata al collo, suggerendo la costrizione fisica, mentre il volto emerge con forza luminosa dall’oscurità circostante, accentuando la torsione del busto, evidentemente causata dalle mani legate dietro la schiena.

Antonello inserisce anche un motivo tipicamente nordico, il parapetto fittizio, sul quale compare l’iscrizione in rilievo “INRI”, acronimo di “Gesù di Nazareth, Re dei Giudei”. Si tratta di un espediente frequente nella ritrattistica fiamminga, che qui diventa un elemento di contatto tra lo spazio dell’immagine e quello dello spettatore, rafforzando il senso di prossimità fisica ed emotiva.

Sul verso della tavola, Antonello dipinge un san Girolamo penitente, immerso in un paesaggio reso con estrema precisione. Il santo è collocato sul fondo di una gola che si apre su uno specchio d’acqua calmo, oltre il quale si intravedono un castello fortificato e una piccola barca che scivola silenziosamente. In primo piano, Girolamo è genuflesso davanti a un piccolo crocifisso e si percuote il petto con una pietra. La presenza di un codice, di un libro aperto e di un calamaio lo identifica come l’autore della Vulgata, la traduzione latina delle Sacre Scritture, mentre l’ambiente austero sottolinea il suo ascetismo.

Il dialogo tra recto e verso è teologicamente e concettualmente sofisticato. La sofferenza fisica autoinflitta dal santo penitente riecheggia il sacrificio di Cristo, creando un rispecchiamento che riflette l’influenza della devotio moderna e in particolare dell’Imitatio Christi di Tommaso da Kempis, composta tra il 1418 e il 1427. Il piccolo formato e la doppia faccia dell’opera suggeriscono una funzione devozionale privata, ipotesi avanzata già da Federico Zeri, che riteneva il pannello un oggetto portatile, probabilmente custodito in una borsa di cuoio e destinato alla meditazione personale. In quanto tale, l’opera sarebbe stata toccata, accarezzata e persino baciata, instaurando un rapporto fisico e spirituale diretto con l’immagine.

Dal punto di vista iconografico, l’Ecce Homo di Antonello si colloca in una posizione intermedia tra l’Andachtsbild, in cui le figure sacre sono isolate da ogni contesto narrativo, e la rappresentazione di un preciso episodio biblico. Sebbene Cristo sia raffigurato isolatamente, la corona di spine e la corda lo collocano in un momento specifico della Passione, dopo la flagellazione e la derisione da parte dei soldati romani e prima della salita al Calvario. Questa ambiguità tipologica amplifica la risposta emotiva dello spettatore.

Uno degli elementi più distintivi della poetica di Antonello risiede proprio nella dissoluzione dei confini tra i generi pittorici. In quest’opera, l’artista carica l’immagine devozionale di allusioni narrative e, allo stesso tempo, la impregna di qualità ritrattistiche, creando un incontro diretto, quasi faccia a faccia, tra Cristo e l’osservatore. Un approccio analogo si ritrova nel quasi contemporaneo Ritratto d’uomo del Museo Mandralisca di Cefalù, dove la sottigliezza espressiva suggerisce la vita interiore del soggetto. Il parapetto svolge un ruolo centrale in questa dinamica, fungendo da confine visivo e da ponte tangibile tra il mondo reale e quello rappresentato.

Antonello da Messina, Ecce Homo (1470 circa; olio e tempera su tavola, 42,5 x 30,5 cm; New York, Metropolitan Museum)
Antonello da Messina, Ecce Homo (1470 circa; olio e tempera su tavola, 42,5 x 30,5 cm; New York, Metropolitan Museum)
Antonello da Messina, Ecce Homo (1473; olio su tavola, 48,5 x 38 cm; Piacenza, Collegio Alberoni)
Antonello da Messina, Ecce Homo (1473; olio su tavola, 48,5 x 38 cm; Piacenza, Collegio Alberoni)
Antonello da Messina, Ecce Homo (1470 circa; olio su tavola, 39,7 x 32,7 cm; Genova, Galleria Nazionale della Liguria, Palazzo Spinola)
Antonello da Messina, Ecce Homo (1470 circa; olio su tavola, 39,7 x 32,7 cm; Genova, Galleria Nazionale della Liguria, Palazzo Spinola)

L’impegno di Antonello con il tema dell’Ecce Homo si sviluppò per oltre un decennio e l’opera in vendita segna la prima e unica elaborazione opistografa nota del soggetto. Secondo Sotheby’s, si tratterebbe della prima versione della serie. Un Ecce Homo documentato nel 1653 nella collezione di Don Giulio Alliata di Palermo, oggi al Metropolitan Museum of Art di New York, è considerato una successiva rielaborazione. Firmato “Antonellus messaneus me pinxit” e un tempo datato 1470, il dipinto riduce la torsione del busto e omette la corda, mantenendo però intatta l’intensità espressiva.

Una versione conservata alla Galleria Nazionale della Liguria a Palazzo Spinola, a Genova, segna una ricalibrazione emotiva verso un dolore più composto e accettato. Qui Antonello reintroduce la corda e firma l’opera su un cartellino dipinto sulla cornice, l’unico originale superstite. Nel 1473 l’artista realizza l’Ecce Homo più grande del gruppo, oggi al Collegio Alberoni di Piacenza, firmato e datato, con l’introduzione della colonna, che colloca la scena più esplicitamente nel contesto della Flagellazione. L’ultima versione, datata 1474 e oggi perduta, è nota solo attraverso fotografie storiche.

La provenienza dell’opera in vendita è documentata a partire dal 1900 circa, quando si trovava in una collezione privata spagnola. In seguito passò da Wildenstein & Co., quindi fu acquistata nel 1967 tramite vendita privata da Sotheby’s dall’antiquario Fabrizio Moretti, che la cedette all’attuale proprietario. L’Ecce Homo vanta una rilevante storia espositiva recente, culminata nella mostra monografica su Antonello da Messina a Palazzo Reale di Milano nel 2019, dove figurava come opera numero 2 del catalogo, oltre alle esposizioni alle Scuderie del Quirinale, al Metropolitan Museum e alle rassegne dedicate al Rinascimento nel Mediterraneo tenutesi nel 2001 al Museo Thyssen-Bornemisza e al Museu de Bellas Arts di Valencia.




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