Arte del Settecento in Italia: sviluppi, stili, maggiori artisti


Lo sviluppo dell'arte del Settecento in Italia, tra linguaggio rococò e reazioni: stili, capolavori, principali artisti.

A partire dalla fine del XVII secolo, l’arte barocca era andata incontro a un progressivo svuotamento sia di significato che di efficacia comunicativa. Esauritasi la spinta della Roma pontificia nel dettare i gusti in materia di arte (benché Roma fosse comunque rimasta durante il Settecento un importante punto di riferimento per gli artisti, anche se non egemone), iniziò a diffondersi uno stile internazionale (ma che trovò le sue premesse in Francia) fondato sulla raffinatezza, sul decorativismo e sulla gradevolezza. Le decorazioni e i dipinti non dovevano più, come nel Seicento, stupire l’osservatore, ma dovevano procurare piacere estetico. Proprio per questo il nuovo stile, che prese il nome di rococò (dal francese rocaille, un tipo di decorazione fatta di pietre e conchiglie), nacque e si diffuse all’interno delle corti europee. Proprio per i caratteri internazionali del rococò, moltissimi pittori italiani si trovarono impegnati fuori dai confini della penisola.

Il primo importante anticipatore del gusto rococò in Italia fu il ligure Gregorio De Ferrari (Porto Maurizio, 1647 – Genova, 1726): allievo di Domenico Fiasella e collaboratore di Domenico Piola, De Ferrari sviluppò, nelle sue opere decorative ad affresco, un linguaggio che prendeva dal barocco l’impianto compositivo basato sulla quadratura, con le finte architetture connotate spesso da bizzarre linee curve, ma le sue scene, benché ancora connotate da un dinamismo tardobarocco che a volte sfociava nel virtuosismo, non erano più volte a suscitare effetti di meraviglia. Si trattava infatti di composizioni dai caratteri sereni e raffinati, che erano svuotate da ogni intento celebrativo benché presenti nei palazzi di ricche famiglie genovesi: un esempio di questo linguaggio è l’Allegoria della Primavera che decora uno degli ambienti del Palazzo Rosso di Genova, un tempo residenza della famiglia Brignole-Sale.

Gregorio De Ferrari, Allegoria della Primavera (1687; affresco; Genova Palazzo Rosso)
Gregorio De Ferrari e Domenico Piola, Allegoria della Primavera (1687; affresco; Genova Palazzo Rosso)
Sebastiano Ricci, Venere e Adone (1706-1708; affresco; Firenze, Palazzo Pitti)
Sebastiano Ricci, Venere e Adone (1706-1708; affresco; Firenze, Palazzo Pitti)

Il gusto rococò a Venezia

Un artista chiave per comprendere gli sviluppi del gusto rococò in Italia è Sebastiano Ricci (Belluno, 1659 - Venezia, 1734), pittore di grande ingegno che si era formato in una Venezia che nel Settecento sarebbe diventata, oltre che meta di viaggi internazionali, anche un centro artistico di primaria importanza, dove tutte le tendenze della pittura settecentesca sarebbero state sperimentate e dove avrebbero trovato la massima fioritura alcuni generi, come quello del vedutismo. Alla formazione veneziana (Ricci fu attratto soprattutto dalle opere del Veronese), l’artista unì un soggiorno a Roma per studiare le opere della grande decorazione barocca, da cui apprese l’illusionismo prospettico. Con Sebastiano Ricci, la pittura in Italia compiva una decisa svolta in senso rococò: le composizioni del pittore veneto si distinguono per la luce calda e avvolgente che conferisce eleganza alle scene, per la vivacità che è uno dei tratti distintivi della decorazione rococò, e per la leggerezza delle atmosfere raffinate che evidenziano anche, molto spesso, quella sensualità adatta a soddisfare i gusti delle committenze, e che rappresenta un altro tratto specifico del rococò (Venere e Adone, 1707-1710, Firenze, Palazzo Pitti).

Nella decorazione ad affresco, il maggior esponente del rococò in Italia è però Giambattista Tiepolo (Venezia, 1696 - Madrid, 1770), anch’egli originario di Venezia. Tiepolo si formò su schemi naturalisti e anticlassici, tanto che la sua produzione giovanile è contraddistinta da quel tenebrismo drammatico che conobbe una discreta diffusione agli inizi del Settecento nell’Italia settentrionale, ma l’artista entrò ben presto in contatto con l’arte di Sebastiano Ricci e operò una svolta seguendo il gusto più raffinato del tempo. Grazie a una estrema duttilità e alla sua capacità di filtrare suggestioni diverse in tempi rapidi, Tiepolo elaborò una tecnica veloce e sicura, caratterizzata da una grande e fantasiosa inventiva e da una straordinaria immediatezza compositiva.

Con Giambattista Tiepolo, la magniloquenza dello stile barocco era ormai completamente superata: atmosfere terse e delicate, impianti ordinati ed equilibrati pur con schemi piuttosto complessi (l’ordine nella complessità era una caratteristica tipica dello stile rococò), il tutto caratterizzato dalla volontà di creare una pittura non più reale ma consapevolmente illusoria, al punto da sfiorare il surreale Era del resto una pittura in linea con il gusto del tempo, che non prediligeva una narrazione realistica, ma una narrazione fantasiosa che producesse però diletto e compiacimento.

Un altro interessante esponente del rococò nella decorazione ad affresco fu Jacopo Amigoni (Venezia?, 1682 - Napoli, 1752), che predilesse una pittura arcadica, ovvero soggetti che erano principalmente favole pastorali tratte dalla mitologia classica, e dipinte con atmosfere serene, allegre e rassicuranti.

Le raffinatezze settecentesche trovarono un’interprete di primissimo livello in Rosalba Carriera (Venezia, 1673 - 1757), che si specializzò nella ritrattistica, ponendo il suo nome tra quelli degli artisti più richiesti in tutta Europa (Rosalba Carriera infatti non lavorò soltanto a Venezia, ma anche a Parigi e a Dresda, ed ebbe tra i suoi committenti molti dei più potenti sovrani del tempo, che spesso passavano in visita a Venezia). L’artista fu capace di sottili rappresentazioni dei soggetti, rese delicatissime dall’uso del pastello, che per prima in Italia usò sistematicamente e che grazie a lei si diffuse in tutta Europa. La sua innata capacità di penetrare a fondo la psicologia del personaggio e renderla sul dipinto in modo magistrale, tanto da farla diventare probabilmente la più grande ritrattista d’Europa al tempo, nonché tra le personalità più influenti, perché la ritrattistica successiva le deve molto.

Fu un pittore di gusto rococò, anche se orientò le sue ricerche in modo diverso, un altro veneziano, Pietro Longhi (Venezia, 1702 - 1785): alla grande decorazione ad affresco, Longhi preferì una pittura di formato ridotto, che raccontasse la vita quotidiana della Venezia del tempo. Tuttavia le sue pitture si distinguevano da quelle dei pittori marcatamente realisti per il fatto che Longhi preferiva atmosfere raffinate e intime. Con le sue scene spesso ambientate in interni, si rivolgeva soprattutto a una committenza aristocratica, quella del patriziato veneziano, che si faceva ritrarre nelle sue opere. Il risultato è un ritratto impietoso di una Venezia ancora presa dal suo edonismo e dai suoi piaceri mondani mentre, invece, stava vivendo il suo periodo di massimo declino, che pochi anni dopo la scomparsa di Pietro Longhi l’avrebbe portata, nel 1797, alla perdita della sua millenaria indipendenza. Le scene di Pietro Longhi ci appaiono realistiche ma sembrano quasi prive di anima, con personaggi che sembrano quasi figuranti piuttosto che uomini e donne veri.

Tutte le contraddizioni della società del tempo, ancora più che nella pittura di Pietro Longhi, vengono evidenziate da un pittore libero, stravange e originalissimo come Alessandro Magnasco (Genova, 1667 - 1749), artista che non è inquadrabile in nessuna corrente per via della sua pittura fuori dagli schemi e completamente anticlassicista. Il genovese Alessandro Magnasco avvertiva di vivere in una società caratterizzata da profonde differenze sociali, e invece di dipingere quadri o affreschi con scene rassicuranti come faceva la maggior parte dei suoi contemporanei, si calò in una realtà fatta di povertà, abusi, torture, che l’artista restituiva sulla tela con un piglio molto realistico, che anticipò molta dell’arte dell’Ottocento, grazie alla sua tecnica fondata su tocchi rapidissimi del pennello, che con pochi tratti delineavano le inquietanti figurine che popolano i suoi dipinti.

Giambattista Tiepolo, Apoteosi Famiglia Pisani (1760-1763; affresco; Stra, Museo Nazionale di Villa Pisani)
Giambattista Tiepolo, Apoteosi della famiglia Pisani (1760-1763; affresco; Stra, Museo Nazionale di Villa Pisani)
Pietro Longhi, Lezioni di danza (1740 circa; olio su tela, 60 x 49 cm.; Venezia, Galleria dell'Accademia)
Pietro Longhi, Lezioni di danza (1740 circa; olio su tela, 60 x 49 cm; Venezia, Galleria dell’Accademia)

Oltre il rococò: l’orrido di Magnasco, il realismo di Crespi, il tenebrismo di Piazzetta

Paragonabile, per estro, interessi e volontà critica, a Salvator Rosa, Alessandro Magnasco cercò i suoi soggetti nei bassifondi della società del tempo: protagonisti dei suoi dipinti erano così zingari, poveri frati, mendicanti, attori di stradaprigionieri raffigurati in scene di interrogatori o di torture. E come Salvator Rosa, anche se in misura minore, Alessandro Magnascò sviluppò una poetica dell’orrido dove non mancavano elementi tetri e mostruosi (come nel Furto sacrilego). Anche per Alessandro Magnasco inoltre il paesaggio era lontanissimo da quello idealizzato dei suoi contemporanei: i suoi paesaggi raffigurano di preferenza una natura incontaminata ma allo stesso tempo inquietante. La pittura di Alessandro Magnasco non fu che un naturale risvolto dei contrasti della società settecentesca.

Una poetica realista, anche se dai risultati meno radicali, fu portata avanti da Giuseppe Maria Crespi (Bologna, 1665 – 1747) e da Giambattista Piazzetta (Venezia, 1683 – 1754): il primo fu un pittore che si allontanò in modo consapevole dalla pittura arcadica del tempo per conferire ai suoi soggetti una vivacità più immediata e più popolare, realizzando composizioni più vicine alla realtà di tutti i giorni, con una pittura dove trovano spazio molto spesso anche soggetti di basso profilo (Fiera paesana). Piazzetta, richiamandosi allo stesso Giuseppe Maria Crespi e al naturalismo caravaggesco del Seicento, creò opere in cui i personaggi, che si muovevano entro atmosfere cupe proprio come quelle della pittura naturalista del secolo precedente, erano connotati da una forte drammaticità che continuava quella volontà di coinvolgimento emotivo dell’osservatore quasi sparita dalla poetica rococò (Martirio di san Jacopo). Piazzetta fu una figura molto singolare nel panorama veneziano, in quanto alle atmosfere raffinate dei suoi conterranei dimostrò di prediligere scene tese e patetiche, che avevano spesso come protagonisti soggetti di gusto popolaresco.

Alessandro Magnasco, Banchetto di zingari, 1730-1735 circa, Parigi,
Louvre)
Alessandro Magnasco, Banchetto di zingari (1730-1735; olio su tela, 86 x 118 cm; Parigi, Louvre)
Alessandro Magnasco, Furto Sacrilego (1731; Milano, Museo Diocesano)
Alessandro Magnasco, Furto Sacrilego (1731; olio su tela; Milano, Museo Diocesano)
Giuseppe Maria Crespi, Fiera Paesana (1710 circa; Milano, Pinacoteca di Brera)
Giuseppe Maria Crespi, Fiera Paesana (1710 circa; olio su tela, 76 x 84 cm; Milano, Pinacoteca di Brera)
Giambattista Piazzetta, Martirio si San Jacopo (1722; Venezia, San Stae)
Giambattista Piazzetta, Martirio di San Jacopo (1722; olio su tela, 165 x 138 cm; Venezia, San Stae)
Pompeo Batoni, Ritratto di Henry Peirse (1774-1775; olio su tela, 249 x 175 cm; Roma, Gallerie Nazionali d’Arte Antica, Palazzo Barberini)
Pompeo Batoni, Ritratto di Henry Peirse (1774-1775; olio su tela, 249 x 175 cm; Roma, Gallerie Nazionali d’Arte Antica, Palazzo Barberini)
Giovanni Paolo Pannini, Galleria di vedute di Roma Antica (1755 circa; olio su tela, 169 x 227 cm; Stoccarda, Staatsgalerie)
Giovanni Paolo Pannini, Galleria di vedute di Roma Antica (1755 circa; olio su tela, 169 x 227 cm; Stoccarda, Staatsgalerie)

Classicismo e paesaggio

Il classicismo nel Settecento non fu abbandonato, ma fu continuato soprattutto a Roma, città dove il principale protagonista nel XVIII secolo fu il lucchese Pompeo Batoni (Lucca, 1708 – Roma, 1787): il classicismo settecentesco di Pompeo Batoni continuava la grande tradizione del classicismo di artisti come Annibale Carracci, Guido Reni e il Domenichino, a cui l’artista si ispirava direttamente, prendendo notevoli spunti anche da Raffaello e dall’arte antica. Tuttavia il classicismo di Pompeo Batoni, rispetto a quello dei pittori del Seicento, conteneva anche accenni di una drammaticità più esplicita, derivanti da probabili riflessioni sull’arte barocca (San Marino risolleva la Repubblica). Tuttavia, il pathos era mitigato dalla notevole grazia tipica della poetica di Batoni, anticipatrice del neoclassicismo che sarebbe sorto verso la fine del secolo. Pompeo Batoni fu inoltre un artista innovatore in quanto inventore della tipologia del ritratto sullo sfondo di rovine antiche, che fu particolarmente apprezzata dai ricchi visitatori stranieri che giungevano nella capitale e desideravano portare in patria un ricordo della loro esperienza di viaggio (Ritratto di Richard Milles).

Per quanto riguarda invece la pittura di paesaggio, il massimo esponente del genere agli inizi del secolo fu Giovanni Paolo Pannini (Piacenza, 1691 - Roma, 1765), che si specializzò in paesaggi con rovine antiche ma anche in scene di feste e in vedute di gallerie d’arte e di città (Galleria di vedute di Roma Antica), dando luogo a una produzione riccamente scenografica, dove l’artista dava libero sfogo alla propria fantasia (tanto che spesso quello che si vede nelle sue opere è un frutto della sua immaginazione piuttosto che una descrizione oggettiva) e al proprio gusto decorativo.


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