L'angelo col volto della Meloni: cosa succede ora al restauro che fa discutere l'Italia?


Nella basilica di San Lorenzo in Lucina uno degli angeli accanto al busto di Umberto II sembra aver assunto i tratti di Giorgia Meloni dopo un restauro. E adesso cosa succede? La palla passa nel campo della Soprintendenza: ecco il quadro legale.

Sta facendo discutere il restauro della parete dedicata a Umberto II nella Basilica di San Lorenzo in Lucina a Roma, dove uno degli angeli che affiancano il busto del “re di maggio” ha assunto adesso i tratti somatici della presidente del consiglio Giorgia Meloni, o comunque è diventato molto somigliante alla prima ministra. L’episodio è stato svelato da Repubblica che stamattina apre la sua edizione digitale con questa notizia. In questi giorni, come riporta il quotidiano, la chiesa è interessata da alcuni lavori di restauro, condotti da professionisti: della parte dove è comparso il volto familiare a molti si è tuttavia occupato un sacrestano e decoratore, Bruno Valentinetti, che ha anche firmato su un cartiglio il suo intervento (“Instauratum et exornatum Bruno Valentinetti AD MMXXV”). “In parrocchia”, si legge sul Corriere, “viene descritto come un volontario presente quotidianamente al mattino. In rete emergono riferimenti ad altri lavori decorativi attribuiti a lui, compresa la stessa cappella già nel 2002, e collaborazioni in contesti extra-ecclesiali, come interventi presso la residenza di Macherio di Silvio Berlusconi. Risulta anche una sua candidatura politica, in passato, con La Destra – Fiamma Tricolore nel I Municipio di Roma”. L’artigiano, tuttavia, raggiunto da Repubblica, nega la somiglianza e smentisce la sua candidatura con La Destra nel 2013, dicendo di esser stato forse candidato con la destra a sua insaputa.

La somiglianza però è del tutto evidente. E ora la domanda che in tanti si stanno facendo è: siamo di fronte a un caso di restauro arbitrario, come, per esempio, quello del celeberrimo Ecce Homo di Borja in Spagna? E soprattutto: cosa succede adesso? La palla passa ora nel campo della Soprintendenza Speciale di Roma Capitale, ente ministeriale, che effettuerà, probabilmente già la prossima settimana, un sopralluogo per valutare l’esito del restauro. Il Codice dei Beni Culturali (decreto legislativo n. 42 del 22 gennaio 2004), all’articolo 9-bis (introdotto nel 2014), prevede che “gli interventi operativi di tutela, protezione e conservazione dei beni culturali nonché quelli relativi alla valorizzazione e alla fruizione dei beni stessi […] sono affidati alla responsabilità e all’attuazione, secondo le rispettive competenze, di archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, antropologi fisici, restauratori di beni culturali e collaboratori restauratori di beni culturali, esperti di diagnostica e di scienze e tecnologia applicate ai beni culturali e storici dell’arte, in possesso di adeguata formazione ed esperienza professionale”. Ai sensi del Codice, sono considerati “beni culturali” le “cose immobili e mobili che […] presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà”. Affinché una “cosa immobile o mobile” sia considerata bene culturale, è necessario un provvedimento degli organi competenti del Ministero (le soprintendenze) che verificano l’interesse culturale di un bene e, qualora l’interesse venga accertato, rilasciano la dichiarazione d’interesse culturale che sottopone il bene ai vincoli previsti dalla legge.

La basilica di San Lorenzo in Lucina è stata dichiarata bene d’interesse culturale addirittura nel 1951, e la parete oggetto della contesa si trova in una cappella a ridosso dell’altar maggiore (su cui si può vedere la Crocifissione di Guido Reni, l’opera di maggior pregio della basilica), appena dopo la cappella Fonseca, dove si trova un’importante scultura di Gian Lorenzo Bernini, il busto di Gabriele Fonseca, del 1668-1674. Si tratta della Cappella del Crocifisso (o Cappella Nataletti, dal nome della famiglia che la fece costruire) fatta costruire nel 1850 e poi modificata alcuni anni dopo durante i lavori di restauro della chiesa commissionati a uno dei più importanti architetti romani del tempo, Andrea Busiri Vici (Roma, 1818 – 1911), che per i nuovi affreschi si avvalse della collaborazione di Roberto Bompiani (Roma, 1821 – 1908). Risale al 1983 il passaggio della cappella ai Savoia e allo stesso periodo rimonta la dedicazione della parete di destra a Umberto II di Savoia: si trattò, in quest’ultimo caso, di un’iniziativa fortemente voluta dall’allora parroco Piero Pintus, che era anche priore dell’Ordine dei Cavalieri di San Maurizio e Lazzaro, antico ordine cavalleresco sabaudo, e cappellano della Casa di Savoia (personaggio singolare, che si adoperò anche per la beatificazione di Grace Kelly, come raccontano le cronache dell’epoca: per raggiungere lo scopo lanciò anche una raccolta firme), e fece aggiungere alla cappella una targa in onore del sovrano scomparso due anni prima e un suo busto. Le fotografie prima del 1983 (se ne può trovare una sul sito del Catalogo Generale dei Beni Culturali) mostrano la cappella spoglia: gli affreschi furono infatti aggiunti dopo il passaggio della cappella ai Savoia, e come si può vedere dalle immagini sono dedicati alla famiglia e ai suoi antichi possedimenti.

L'angelo col volto di Giorgia Meloni
L’angelo col volto di Giorgia Meloni
La cappella del Crocifisso. Foto: Churches in Rome
La cappella del Crocifisso. Foto: Churches in Rome
La cappella prima del 1983. Foto: Catalogo Generale dei Beni Culturali
La cappella prima del 1983. Foto: Catalogo Generale dei Beni Culturali

Se dunque la parete di Umberto II nella basilica è sottoposta a vincolo come tutto il resto della chiesa (occorrerà verificare se l’intervento era stato autorizzato negli anni Ottanta e se gli affreschi di circa quarant’anni fa rientrano, appunto, nel vincolo), il restauro dev’esser condotto soltanto da un restauratore adeguatamente formato ed esperto, individuato sulla base di precisi criteri stabiliti per legge, e dev’essere autorizzato dalla Soprintendenza. La Soprintendenza effettua pertanto sopralluoghi per accertare che il restauro (oppure la conservazione o la manutenzione: per legge, ci sono importanti differenze tra questi termini) sia stato condotto in maniera professionale e nel rispetto del bene storico. Sono ammessi anche gli interventi volontari, purché autorizzati dalla Soprintendenza ed eseguiti da restauratori professionisti. Nel caso in cui la Soprintendenza accerti che c’è stato una violazione degli obblighi di protezione e conservazione, in base alla legge il bene ha subito un danno e il Ministero ordina al responsabile del restauro l’esecuzione, a sue spese, delle operazioni necessarie alla reintegrazione. Nel caso la reintegrazione non sia possibile, il responsabile dovrà corrispondere allo Stato una somma pari al valore del bene perduto (o alla diminuzione del valore subito dal bene).

Non solo: un restauro particolarmente “creativo” potrebbe configurarsi come un illecito. Se la Soprintendenza accerterà che il volto con le sembianze della Meloni rientri nella fattispecie dell’articolo 169 del Codice dei Beni Culturali, in cui si parla di demolizione, rimozione, modifica, restauro o esecuzione di opera di qualunque genere sui beni culturali, il responsabile dell’illecito rischia l’arresto da sei mesi a un anno e un’ammenda da 775 euro a 38.734,50.

Adesso tocca dunque alla Soprintendenza Speciale di Roma che dovrà fare le sue verifiche: se gli affreschi originali sono vincolati e se verrà riscontrato che il restauro è andato troppo oltre, il bene andrà riportato al suo aspetto originario. Sempre che il restauro sia stato eseguito, come prassi vuole, secondo il principio di reversibilità.




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