Affittansi opere d'arte italiane


Il ddl semplificazioni del Governo Letta contiene una misura che prevede la concessione per lo sfruttamento economico, all'estero, di opere italiane non esposte

Tra le novità proposte nel Disegno di legge “Semplificazioni” approvato nella giornata di ieri dall’attuale Consiglio dei Ministri, troviamo un contenuto che ha già provocato le prime discussioni almeno sui social network e che (e questo è poco ma sicuro) farà ancora molto discutere: la possibilità, per l’Italia, di far uscire dai propri confini nazionali beni culturali di proprietà dello Stato per concederli a paesi stranieri in cambio di un corrispettivo, per un periodo di dieci anni rinnovabile per una sola volta (quindi per un massimo di vent’anni). Leggiamo tutto questo nel comunicato stampa che il Consiglio dei Ministri ha fatto uscire sul sito ufficiale del Governo Italiano (www.governo.it, mentre il comunicato si trova cliccando su questo link). In particolare leggiamo questo: “L’uscita temporanea dall’Italia di beni culturali non esposti, ma richiesti da accordi culturali con istituzioni museali straniere consente di ricevere un corrispettivo per lo sfruttamento economico di tali beni per un periodo che non può essere superiore a dieci anni”.

Sembra superfluo dire quanti e quali siano i punti sui quali qui a Finestre sull’Arte siamo in disaccordo. Ma siccome ci è parso che, all’uscita della notizia, ci siano state voci favorevoli a questa misura, spiego subito il perché della nostra contrarietà. Intanto diciamo subito che il fatto che si tratti di beni culturali non esposti non costituisce un’attenuante: solo perché un’opera non è visibile da parte del pubblico, questo non significa che sia condizione sufficiente per disfarsene affittandola di fatto all’estero. Anche un’opera d’arte non esposta ha molto da raccontare, da insegnare, da mostrare, ed è un compito dello Stato, sancito dalla Costituzione, tutelare il proprio patrimonio artistico: che forma di tutela è l’affitto all’estero?

Poi, il comunicato stampa adotta una parola che proprio non riesco a vedere messa accanto al termine beni culturali: la parola “sfruttamento”. È davvero triste pensare che uno Stato veda le opere d’arte come mero materiale per trarre beneficio economico, piuttosto che come fonte di bellezza, di emozione, di educazione, di civiltà, di elevazione. Senza tener conto del fatto che la parola “sfruttamento” ha ormai assunto connotati più spesso negativi che positivi, per cui anche in economia viene usata con parsimonia: esiste lo sfruttamento minorile, esiste lo sfruttamento della prostituzione, esiste lo sfruttamento dei lavoratori. Il Governo adesso sancisce anche lo sfruttamento dei beni culturali.

C’è poi un altro aspetto inquietante. Prendiamo pure per buona (lo so, non lo penso e non lo pensiamo, ma facciamo lo sforzo... !) l’ipotesi che un’opera d’arte sia vista giusto come un oggetto da sfruttare per trarne vantaggi economici. Nel caso in cui una istituzione museale straniera dovesse affittare un’opera d’arte italiana, in tempi in cui l’arte diventa sempre più sinonimo di marketing, riesce difficile pensare che l’affitto dell’opera sia dettato da ragioni di beneficenza nei confronti dell’Italia. Magari quella data opera è indispensabile per una mostra di ricerca, ma lasciamo per un attimo da parte questa evenienza per concentrarci sull’aspetto "commerciale", anche perché, ripeto, in diversi hanno salutato come positiva la misura del ddl vedendola come una fonte di guadagno economico per lo Stato. Un’istituzione museale straniera quindi vorrebbe, quanto meno, un rientro dell’investimento. Questo significa che noi italiani non solo non ci preoccupiamo della valorizzazione del nostro bene (affittarlo in cambio di denaro a chiunque non significa valorizzare), ma addirittura ci riteniamo più incapaci di altri nel trarre benefici economici dalle opere d’arte.

Per non parlare poi della durata della concessione: vent’anni è un lasso di tempo in cui un cittadino nasce, cresce, si forma compiendo tutto il percorso scolastico, si educa, inizia a lavorare. Un cittadino italiano a cui racconteremo che molte opere d’arte che sono anche sue si trovano all’estero, perché per lo Stato italiano sono solo oggetti da sfruttare economicamente.

Non è possibile permettere che una misura del genere possa superare tutto l’iter legislativo: sarebbe una doppia sconfitta per lo Stato, sia sotto l’aspetto economico che sotto l’aspetto formativo-educativo. Ci appelliamo quindi al ministro Massimo Bray, che possa fare in modo che la misura venga cancellata nelle prossime sedi. La discussione, nei prossimi giorni, sarà probabilmente accesa: è triste però constatare che nessun quotidiano abbia dedicato a questa misura un intero articolo. L’unico è stato Il Ghirlandaio, con un articolo intitolato Governo Letta: via libera all’affitto delle opere d’arte italiane all’estero, al massimo per 20 anni (qui il link): complimenti alla redazione, ma i numeri dànno idea di come i media in Italia vedano l’arte. Tutti orgogliosi e impettiti quando ci si bulla del “50, 60, 70% del patrimonio mondiale che appartiene all’Italia” (una sciocchezza colossale, uno dei tanti miti del giornalismo italiano), tutti in silenzio quando si deve parlare di problemi seri.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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