Un Raffaello d'amore


Impressioni dalla mostra “Raffaello. 1520-1483” a Roma, Scuderie del Quirinale (dal 5 marzo al 2 giugno 2020).

“Voi che sapete che cosa è amor”...

L’accorato, ansioso interrogativo di Cherubino sulla limpida melodia di Mozart non può certo proporsi davanti alla smagliante Mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale. Essa tuttavia conturba ogni visitatore attraverso l’insostenibile bellezza riversata dal giovine di Urbino negli innumerabili capolavori dell’arte sua multiforme. Così l’intimo quesito sul donde provenga quel sentimento prensile e totale che emana dagli intatti disegni e dai dipinti sublimi richiede una ragione segreta, un appagamento del cuore che gli occhi incessantemente alimentano. E risponde con stupenda semplicità Marzia Faietti, curatrice raffinata e profonda, nel suo commento propositivo e disarmante: “Avvicinarsi a Raffaello è una cosa facilissima, perché egli è autore di un’arte complessa, ma allo steso tempo capace di comunicarsi a tutti. La sua pittura contiene tanti livelli che ogni osservatore, dal più semplice al più colto ha la possibilità di ammirarla. Raffaello è un artista per tutti”. È il segreto del linguaggio di ogni genio veritiero: è una lingua sostanziata d’amore!

L’immersione in mostra stringe il pensiero sin dall’inizio con la commozione universale per la morte del giovane artista. Una perdita che si vuole impossibile, che chiama intelletto e sensi alla negazione per ragioni di vita, eguale a quella che colpì il mondo cinquecento anni or sono. E si procede lentamente (al ritmo antico dei dubitosi amanti) per cogliere i lasciti di lui, per trovare le consolazioni della sua eredità. Ed ecco le stupefacenti sale delle Scuderie, ritmate con sapiente maestria e rigore filologico da Marzia Faietti e da Matteo Lafranconi (i due curatori) che aprono la maestosa sinfonia di una carriera imparagonabile, unica nella storia della nostra civiltà, la quale ad ogni tappa rivela radici e umori elaborati dai passi precedenti, tessendo in questo modo il continuum straordinario, ricchissimo, che comporta tutto lo spessore di creatività, di poesia, di cultura biblica e profana che il rinascimento italiano era stato capace di produrre.

Una sala della mostra Raffaello 1520-1483 a Roma, Scuderie del Quirinale
Una sala della mostra Raffaello 1520-1483 a Roma, Scuderie del Quirinale

Sì, Raffaello è la novella Matilde che sceglie fior da fiore; è il Mida (amoroso e cortese) che tutto trasforma in oro, ossia che rende meravigliosa ogni cosa della natura: i cieli, i vegetali, le stoffe e i gioielli, ma principalmente i corpi, gli umani corpi e i visi che sono l’armonia indicibile del creato, che si distendono nella grazia delle carni, dei gesti, dei sorrisi e financo delle alteritudini. Il tutto con le varianti tavolozze dei colori: i più fulgidi, i più carezzevoli e morbidi, i più tattili e mai sfuggenti. In lui natura e cultura si fondono ad un livello immortale dando i risultati della sua mano motile (che sempre dobbiamo immaginare instancabile a farsi le misture cromatiche e a muovere il pennello sin dalle prime luci dell’alba) e realizzando quanto è “ineffabile”, giacché pare volata più in alto del pensiero stesso.

Su Raffaello si è riversata gran copia di letteratura e di esegesi, ed ora il Catalogo della Mostra colma altri spazi, porgendoci altre meraviglie. Certamente l’impressionante vastità e complessità dei suoi affreschi (che ovviamente rimangono in situ) aggiunge moltissimo alla sua poemica e alla sua gloria, e su di essi è vigente un’esplicazione strumentatissima, forse ormai satura. Ma vale assai, di conserva alla Mostra, visitare le Stanze Vaticane, e nei Musei la sublimante Trasfigurazione. Vale la visita alla Farnesina, l’antica villa di Agostino Chigi, dove l’estro del Sanzio passa dalla stupefacente maestà e grazia della Galatea al ruscellare scintillante delle istorie di Amore e Psiche, fra un tripudio vegetale di ghirlande e di fiori. Più ancora sarebbe importante l’osservazione acuta, sapiente, meditativa, sulle Sibille affrescate nell’arco della Cappella Chigi in Santa Maria della Pace: un capolavoro davvero unico, lasciato in penombra da un lungo, difficile, accesso e da una sorta di noncuranza stilistica, oltreché semantica. Ma è qui che si slega l’estatica fermezza peruginesca dell’urbinate giunto a Roma in una scioltezza felicitante e in un totale legame compositivo fatto di ritmi flessi, armoniosi, contrapposti: qui nella danza angelico-pagana dell’annuncio divino s’alza una bellissima partitura musicale di forme e colori, e movenze, che saranno poi una efficace riserva per l’artista stesso, e che non si può dimenticare. In Santa Maria della Pace fra le profetesse gioiose e la Sibilla dal viso latino che regge l’annuncio epocale (iam nova progenies coelo demittitur alto) Raffaello realizza quella comitas serenissima tra mitologia e cristianesimo che è lo sposalizio suo tipico e mirabile tra classicità ed effusione umana: un exemplum che non potrà non trovare un filo segreto nell’animo del Correggio: uno dei primi ammiratori dell’affresco.

Raffaello, Trasfigurazione (1518-1520; tempera grassa su tavola, 410 x 279 cm; Città del Vaticano, Musei Vaticani, Pinacoteca Vaticana)
Raffaello, Trasfigurazione (1518-1520; tempera grassa su tavola, 410 x 279 cm; Città del Vaticano, Musei Vaticani, Pinacoteca Vaticana)


Raffaello, Trionfo di Galatea (1512; affresco, 295 x 225 cm; Roma, Villa Farnesina)
Raffaello, Trionfo di Galatea (1512; affresco, 295 x 225 cm; Roma, Villa Farnesina)


Raffaello, Sibille e angeli (1514; affresco, lunghezza 615 cm; Roma, Santa Maria della Pace)
Raffaello, Sibille e angeli (1514; affresco, lunghezza 615 cm; Roma, Santa Maria della Pace)

Tornando in mostra (tra Madonne di venustà suprema, incantevoli pale d’altare, e ritratti prodigiosi) non dimentichiamo la forza del Sanzio nello stabilire le profondità spaziali, l’imprescindibile compattezza volumetrica delle sue figure nei chiaroscuri cromatici, e la sua vocazione all’architettura quale punto fermo di ogni composizione, sino ad essere professione esplicita per la concretezza edificatoria, sempre encomiastica nel cuore del rinascimento. Di Raffaello, coltissimo coltivatore “delle cose antiche” parlano i suoi esegeti, dal Vasari a Salvatore Settis, ai quali rimandiamo per fondamentali e corroboranti sapienze, tuttora necessarie.

Vogliamo chiudere con un richiamo che è pur l’omaggio alla sensibilità estrema e magistrale di Antonio Paolucci, il grande cantore di Raffaello, capace di indicare a ciascuno di noi la necessità dell’osservazione minuta, e per questo strabiliante, di ogni pur piccolo particolare dei dipinti: le erbe e le foglie, le materie mimate, i riflessi contenuti e rimandati nei vetri, nei bronzi e nei gioielli, le piccolissime rughe nei volti, le profondità inaspettabili delle trasparenze negli occhi umani, le sfumature ovunque: tutte queste minima che soltanto un Maestro supremo poteva predisporre, eseguire ed amare per la totalità dell’arte!

Curiosità finale: il book-shop offre a un certo prezzo una borsina di mostra sulla quale si vede il forte ingrandimento di un vezzo femminile: proviene dalla celebre Velata che porta i capelli neri e sovr’essi sporge dal copricapo un piccolo gioiello formato da due preziosi, un rubino e un diamante che (come annota Silvia Malaguzzi in una sua vivida lettura) sono “tagliati a tavola”, ovvero sbozzati appena. Tale condizione li fa brillare a sprizzo multiforme, imprendibile: e Raffaello li coglie così, magicamente. È il saluto al visitatore amante, ancora sull’aria di Mozart “quel che io provo vi ridirò… ”. Auguri.

Raffaello, La Velata (1515-1516; olio su tela trasposta da tavola, 82 x 60,5 cm; Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina)
Raffaello, La Velata (1515-1516; olio su tela trasposta da tavola, 82 x 60,5 cm; Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina)


Raffaello, La Madonna della Rosa (1518-1520; olio su tavola trasportata su tela; Madrid, Museo Nacional del Prado). © 2020. Copyright immagine Museo Nacional del Prado
Raffaello, Madonna della Rosa (1518-1520; olio su tavola trasportata su tela; Madrid, Museo Nacional del Prado). © 2020. Copyright immagine Museo Nacional del Prado


Raffaello, Madonna d'Alba (1510 circa; olio su tavola trasferito su tela; Washington, D.C., National Gallery of Art, Andrew W. Mellon Collection). © National Gallery of Art, Washington
Raffaello, Madonna d’Alba (1510 circa; olio su tavola trasferito su tela; Washington, D.C., National Gallery of Art, Andrew W. Mellon Collection). © National Gallery of Art, Washington


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L'autore di questo articolo: Giuseppe Adani

Membro dell’Accademia Clementina, monografista del Correggio.


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1. artemisia130558 in data 09/03/2020, 08:50:07

leggiamo l'articolo dopo la chiusura forzata di musei e mostre. PIù che mai utile, stimola ad approfondire una conoscienza scontata e un pò frettolosa diel grande Raffaello dovuta quasi ..ad una abitudine scolastica!
Grazie



2. Donatella Jager Bedogni in data 16/03/2020, 10:51:56

Bravo Professore,
quanto romantico e tecnico è questo articolo. I miei complimenti!
Donatella Jager Bedogni



3. Salvo in data 24/06/2020, 16:54:26

Pecca di questa mostra su Raffaello, e' il tempo davvero limitato che spetta a 6 persone in una sosta di cinque minuti in ogni sala, con il timore di sentire il segnale sonoro che ci avverte di abbandonarla, ed entrare nella sala successiva. A confronto ci sono i disegni preparatori con le stesse opere, o opere dell' antichita' classica inserite o citate da Raffaello nei suoi disegni e dipinti. Per poter apprezzare questo ci vorrebbe piu' tempo, per carita', il covid-19 ha complicato tutto, pero' una sosta di dieci minuti era doverosa, anche per onorare meglio Raffaello.
Bastava incassare un po' meno.
Non mi e' piaciuta l'andare indietro dalla sua morte fino alla giovinezza.







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