Piazza Mignanelli s’è riempita di specchi da quando Joana Vasconcelos ci ha portato la sua I’ll be your mirror, l’opera che, se vogliamo, fa da ouverture alla sua personale Venus, allestita pochi metri avanti, nelle sale di PM23, lo spazio della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti aperto al pubblico lo scorso anno. C’è una specie di palcoscenico proprio in fronte alla colonna dell’Immacolata Concezione, e la maschera della Vasconcelos è stata issata sulla piattaforma che guarda in faccia il monumento tirato su a metà Ottocento, quando la Chiesa doveva celebrare la proclamazione del dogma dell’Immacolata. Adesso, per qualche mese, la statua di Giuseppe Obici si specchierà nella maschera di Joana Vasconcelos, risultato dell’assemblaggio di tanti specchi dalle modanature barocche, disegnati dall’artista. La si consideri, allora, un’aggiunta iconografica alla colonna. In una delle più famose immagini dell’Immacolata, quella dipinta da Francesco Vanni per il Duomo di Montalcino, c’è uno specchio a rammentare la purezza della Vergine. E da sempre ci si guarda allo specchio, dopo essersi tolti la maschera, per avere un colloquio intimo con se stessi. Un colloquio sincero, un colloquio puro. Joana Vasconcelos, ch’è portoghese, probabilmente non è mai stata a Montalcino ma di sicuro conosce Fernando Pessoa, conosce i suoi versi (Depus a máscara e vi-me ao espelho, “Deposi la maschera e mi vidi allo specchio”), e poi conosce una per una le parole che Lou Reed aveva scritto per Nico nell’album d’esordio dei Velvet Underground. E così ha cercato di tradurre in un’immagine tutta la doppiezza delicata della canzone che dà titolo all’opera, e tutta la nuda, profonda semplicità della poesia di Pessoa. È un’ambigua proclamazione di limpidezza, l’opera che introduce alla mostra.
Joana Vasconcelos da sempre professa la propria femminilità, da meno rivendica invece quelle istanze femministe che la critica ha spesso letto in tralice guardando i suoi lavori. Lavori solitamente monumentali, invadenti, financo inquietanti alle volte, eppure così festosi, così familiari, così raccolti. Da qualche anno, l’artista portoghese sembra aver smesso di provocare il pubblico: son finiti i tempi di quando, poco più che trentenne, s’imponeva all’attenzione di chi visitava la Biennale di Venezia con un titanico lampadario fatto di tampax, o di quando attaccava centrini giganti a castelli medievali. O meglio: Joana Vasconcelos non ha smesso di provocare, è cambiato il mondo attorno a lei, e la sua arte, pur conservando quel gigantismo kitsch alla Oldenburg tramutato al femminile, pur senza perdere quell’anima profondamente politica che l’ha sempre accompagnata fin dagli esordî, pur senza dismettere quell’ironia, quella leggerezza, quella morbidezza di forme che impregnano il suo visionario repertorio d’oggetti quotidiani, s’è adeguata e s’è fatta più intima, di un’intimità che consente di leggere tra le righe del progetto pensato per le sale di PM23, una sorta d’omaggio, esplicitamente dichiarato, al femminile indagato criticamente attraverso la lente dell’amore e della bellezza (di qui la dedica alla dea).
S’intravede però qualcosa più che un tributo, perché le opere della Vasconcelos non si limitano a riempire le sale di Palazzo Mignanelli. Venus non è, come spesso accade, la celebrazione d’una star internazionale ch’è atterrata in un luogo a caso e ha portato una sequenza di suoi lavori, un’antologia rabberciata, una specie di raccolta di greatest hits pensata con l’unico scopo di colmare una scenografia. Certo: la Fondazione ha avuto il merito di portare a Roma, e in uno spazio nuovo, alla seconda mostra della sua vita, uno dei grandi nomi dell’arte mondiale. Un conto però è chiedere a un artista di mettere a disposizione della cornice di turno un suo best of, da rimpinguare alla bisogna con un paio d’opere eseguite per l’occasione, che magari hanno anche una certa attinenza con lo spazio, ma che sono sconnesse da tutto il resto. Un conto è invece convocare un artista e farlo ragionare su di un progetto che abbia una tenuta da cima a fondo, che non sia soltanto una successione di reliquie, ma serva a dar corpo a un’idea. Ecco: in pochi ci riescono, e se PM23 riuscirà a perseverare nel suo intento, a garantire lo stesso approccio anche alle mostre che verranno, a dar vita e corpo a progetti che abbiano un’anima e un cervello, allora potremo dire d’avere qui, a Roma, attaccata a piazza di Spagna, una delle punte dell’arte contemporanea in Italia.
Si diceva che nella mostra di Palazzo Mignanelli è dato scorgere qualcosa in più che un tributo. C’è, intanto, una sorta di comunione d’intenti tra l’artista e lo stilista. Il tenore della mostra vien subito chiarito all’avvio, nella prima sala, dove Venus. The Painting, una delle opere che Vasconcelos ha eseguito appositamente per la mostra, richiama due modelli Haute Couture di Valentino per la collezione Autunno-Inverno del 1991, a loro volta modellati sulle linee pure, quasi geometriche, di Josef Hoffmann. Quell’anno, era il trentennale della maison, su Epoca usciva un articolo di Ugo Volli che definiva in questi termini la donna di Valentino: “longilinea, non vistosa; più romantica che sensuale, ma sempre pratica e decisa, più mediterranea che nordica, disposta a mostrare del proprio corpo solo qualche particolare perfetto: spesso le spalle, una profonda scollatura sulla schiena, e naturalmente viso e mani ben educate. I colori sono il famoso rosso, e poi molto bianco, nero, fantasie floreali. L’accento di quasi tutti gli abiti cade non sul seno o sulle gambe, ma sul punto vita, da cui parte in genere una morbida clessidra allungata: sono architetture molto ben costruite, di studiatissima semplicità, in cui conta molto il panneggio, l’esattezza dei particolari, la resa perfetta dei contrasti di forma e di consistenza della stoffa assicurata dalla confezione artigianale”. Ecco: prendete queste parole, provate a farle indossare alle sculture di Joana Vasconcelos, e troverete non poche somiglianze. Federico Zeri vedeva negli abiti di Valentino qualcosa della scultura greca, del rapporto tra figura e spazio dell’arte classica. Nell’opera di Joana Vasconcelos i rimandi all’antichità sono più ideali e concettuali che formali (anche se alle volte son più scoperti: le due Bond girl che scortano il visitatore dentro la mostra sono, del resto, due statue classiche), ma poco importa: anche il visitatore meno accorto non potrà far a meno di notare continue sovrapposizioni.
E non potrebbe non esser così, del resto. Prima di mettersi al lavoro per Venus, Joana Vasconcelos s’è presa qualche mese per studiare le collezioni storiche di Valentino. Pamela Golbin ha selezionato alcuni abiti dall’archivio della casa, e l’artista offre adesso al pubblico di Roma la sua interpretazione. Alle volte, l’abbinamento è scaturito con una certa spontaneità: si guardi l’abito leggero, luminoso, colorato di pesca e d’arancio, che introduce a Strangers in the night, cabina zeppa di fari d’automobile che s’accendono e si spengono seguendo il ritmo della canzone di Sinatra, a evocare la possibilità d’un amore notturno da consumare per le strade di Lisbona (curioso ricordare che una ventina d’anni prima della Vasconcelos, l’opera è del 2000, anche Giancarlo Giannini cantava Strangers in the night cercando quello stesso calore effimero lungo le vie di Varsavia). Oppure si passi nella stanza dove tre abiti da sera fanno da guardia a Marilyn, una delle opere più celebri di Joana Vasconcelos, la coppia d’enormi scarpe col tacco composte di umili pentole d’una marca popolarissima in Portogallo, “un’improbabile associazione”, così la chiama l’artista, tra una dimensione domestica, intima e familiare, quella dimensione cui si riducono gran parte degli stereotipi sulla donna, e un glamour che viene sublimato in monumento consapevolmente e orgogliosamente kitsch, un eccesso decorativo ch’è funzionale a disvelare la contraddizione, a far emergere l’idea che i ruoli che associamo alle donne non sono altro che costruzioni, artifici. Nella grande sala dove trova spazio Venus, l’imponente installazione ch’è stata realizzata appositamente per la mostra, il dialogo è stato invece studiato a tavolino e l’opera è il risultato d’una riflessione su alcuni degli abiti più significativi della storia di Valentino. L’opera, anzi, si può considerare una sorta di estensione degli abiti. Difficile aggirarsi per l’ambiente e non trovare, ovunque, un richiamo diretto agli abiti, che attraversano cinquant’anni di storia della casa. Venus è un’opera della serie Valkyrie, cominciata più di vent’anni fa: gigantesse fatte di crochet di lana lavorato a mano, divinità tessili, morbide e colorate, che invadono lo spazio, allungano i loro tentacoli attraverso le sale, si librano a mezz’aria, salgono fino al soffitto e riscendono a sfiorare il pavimento, si gonfiano come seno, come grembo materno, avvolgono e abbracciano e poi, leggere, svaniscono. Ognuna di loro è dedicata a una donna che ha avuto la capacità e la forza di cambiare il destino suo e quello d’altre donne. Le valchirie di Joana Vasconcelos serbano la forza delle bellicose vergini norrene, ma hanno perso la loro indole battagliere: sono delle guerriere pacifiche. Benevole. Materne. Protettive. È qui che si riconosce il mondo di Joana Vasconcelos, fata e strega, incantatrice che governa un regno rotondo, una caverna morbida e dorata, un giardino che invade le pareti, un repertorio primordiale, un’esplosione, un incantesimo, un ventre, una sinfonia, una visione.
Venus ha richiesto sei mesi di lavoro all’uncinetto, centinaia e centinaia d’ore di lavoro collettivo che ha coinvolto oltre duecento donne (studentesse, migranti, degenti, detenute, donne inserite in programmi antiviolenza) per le quali il lavoro è diventato mezzo di riscatto sociale. L’artista ha fornito dei modelli, alcune insegnanti di uncinetto hanno insegnato alle partecipanti dei laboratorî come trasformarli, e l’opera, pezzo dopo pezzo, è nata dalle mani d’una comunità di donne rimaste poi stupite, sbalordite, commosse, quasi incredule, dice chi c’era, a vedere alla fine il frutto del loro lavoro. Le loro testimonianze sono poi confluite in un documentario di Daniele Luchetti pensato per serbare una memoria di questo lavoro corale che ha attivato un processo di partecipazione, di rinascita, di affrancamento. C’è da dire che Joana Vasconcelos non è l’unica artista il cui lavoro è fondato in gran parte su di uno sforzo corale, un impegno condiviso, l’attività di decine di persone che prendon parte alla realizzazione dell’opera. Anzi, questa modalità di lavoro partecipato è diventata prassi frequente nell’arte contemporanea: ormai non è raro frequentare mostre, gallerie, Biennali di Venezia e altro e trovarci opere scaturite da ore di lavoro manuale e artigianale, se non addirittura artisti e artigiani impegnati a tessere, cucire, intrecciare, modellare, decorare, annodare, imbastire, rappezzare, attorcigliare, assemblare. A Joana Vasconcelos tocca però riconoscere un ruolo pionieristico, ed è anche in questa dimensione che risiede la rilevanza internazionale della sua arte.
Se la mostra era partita dalla colonna dell’Immacolata Concezione che si specchia nella maschera di Joana Vasconcelos e, percorrendo una sorta di racconto di storia della donna, ne ha attraversato tutti gli archetipi, nella sala finale, il culmine della mostra, un ambiente onirico in cui trova spazio il paradiso terrestre dell’artista (Garden of Eden), tutti quegli archetipi (la valchiria, la seduttrice, la prostituta, la cenerentola e via dicendo), ognuno rappresentato in quest’occasione da un abito, ritrovano le loro scaturigini, la loro purezza originaria, il luogo in cui sorge la femminilità: si sprofonda nel buio d’un sogno materico fatto di fiori e di luci, un giardino artificiale dove i luccichii dei led suggeriscono le carezze d’un vento che non c’è, un paradiso puro eppure ambiguo, dove tutto sembra limpido ma dove tutto è artificiale. E si cerca di trovare un’uscita.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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