Un celebre Ecce Homo di Antonello da Messina in asta da Sotheby's: stima di 15 milioni


Si può già considerare una delle aste dell’anno: un famoso Ecce Homo di Antonello da Messina, esposto anche alla mostra di Milano del 2019, va in asta da Sotheby’s. La stima è di 10-15 milioni di dollari.

Sarà di sicuro una delle aste più importanti dell’anno: un Ecce Homo di Antonello da Messina (Messina, 1430 circa – 1479) andrà in vendita da Sotheby’s a New York il 5 febbraio, con stima 10-15 milioni di dollari. Una vendita rara che si annuncia già come una delle più importanti di questo 2026, per due ragioni: la prima, sono pochissime le opere di Antonello da Messina, uno dei più importanti pittori del Rinascimento, che arrivano sul mercato. La seconda, si tratta di un’opera famosa, esposta diverse volte (l’ultima nel 2019 alla mostra su Antonello da Messina a Milano, Palazzo Reale), con una lunghissima bibliografia, e presentata nel 1981 anche da Federico Zeri. Artista di notevole originalità, Antonello fuse il realismo descrittivo fiammingo con l’attenzione tutta italiana all’espressione emotiva, una sintesi particolarmente evidente nell’immediatezza psicologica con cui il Cristo dei suoi Ecce Homo si pone di fronte allo spettatore. Antonello aveva rivoluzionato l’immaginario devozionale dell’Ecce Homo, umanizzando un soggetto sacro attraverso un approccio diretto e intimo che invita all’identificazione emotiva e al coinvolgimento spirituale.

La carriera di Antonello è documentata solo in modo frammentario e i mezzi precisi con cui padroneggiò le tecniche pittoriche tipiche dei maestri fiamminghi rimangono oggetto di dibattito accademico. Nato a Messina, Antonello si formò probabilmente nella bottega di Niccolò Colantonio a Napoli, città con legami artistici e commerciali forti con il Nord Europa. La collezione di re Alfonso d’Aragona, ad esempio, includeva dipinti di Jan van Eyck e Rogier van der Weyden, che Antonello potrebbe aver incontrato direttamente o sperimentato indirettamente tramite Colantonio. Giorgio Vasari attribuì in seguito ad Antonello l’introduzione della pittura a olio in Italia, sebbene tale affermazione sia oggetto di dibattito (probabilmente un’esagerazione di Vasari). Gli inizi della carriera di Antonello furono con tutta probabilità itineranti: forse l’artista viaggiò in Provenza e in altre regioni, sebbene l’assenza di documenti d’archivio renda questa ipotesi ancora poco attendibile. Nel 1457 tornò nell’Italia meridionale, dove fu incaricato dalla confraternita di San Michele dei Gerbini di Reggio Calabria di dipingere uno stendardo processionale. Nel gennaio del 1461 si stabilì a Messina, dove probabilmente realizzò il dipinto che adesso va in vendita da Sotheby’s e dove rimase verosimilmente per gran parte del decennio.

Antonello da Messina, Ecce Homo, recto (1470 circa; tempera su tavola, 20,3 x 14,9 cm)
Antonello da Messina, Ecce Homo, recto (1470 circa; tempera su tavola, 20,3 x 14,9 cm)

Sul recto della tavola, Antonello dipinge un Cristo a mezzo busto dietro un parapetto, con lo sguardo rivolto senza battere ciglio verso l’osservatore. L’espressione è di grande pathos: gli occhi rossi e gonfi di Cristo si stringono per il dolore, le labbra si schiudono leggermente e gocce di sangue dalla corona di spine gli scendono lungo la fronte e il petto. Ha una sottile corda legata al collo e il suo volto emerge luminoso dall’oscurità circostante, un netto contrasto che accentua la leggera torsione del suo corpo, causata con tutta evidenza dalle mani legate dietro la schiena. Antonello include nel suo dipinto il motivo nordico di un parapetto fittizio con l’iscrizione in rilievo “INRI” (“Gesù di Nazareth, Re dei Giudei”), suggerendo una consapevolezza delle convenzioni ritrattistiche fiamminghe.

La tavola è dipinta anche sul verso: qui, Antonello realizza un san Girolamo in un paesaggio reso meticolosamente. Situato sul fondo di una gola che si apre su uno specchio d’acqua calmo, attraverso cui si intravede un castello fortificato e una piccola barca scivola, il santo si genuflette davanti a un piccolo crocifisso mentre si batte il petto con una pietra. L’inclusione di un codice, un libro aperto e un calamaio identifica Girolamo come l’autore della Vulgata, la traduzione in latino delle Sacre Scritture, mentre l’ambientazione austera ne sottolinea l’ascetismo. La sofferenza fisica autoinflitta dal santo penitente riecheggia il sacrificio di Cristo, stabilendo un rispecchiamento teologico tra i due lati del pannello che riflette l’influenza della devotio moderna, ispirandosi all’Imitatio Christi di Tommaso da Kempis del 1418-1427 circa.

Antonello da Messina, Ecce Homo, verso con san Girolamo (1470 circa; tempera su tavola, 20,3 x 14,9 cm)
Antonello da Messina, Ecce Homo, verso con san Girolamo (1470 circa; tempera su tavola, 20,3 x 14,9 cm)

La dimensione intima del dipinto spinse Federico Zeri, che presentò per la prima volta l’opera al pubblico in un convegno a Messina nel 1981 (e la pubblicò sei anni dopo), a ipotizzare che il pannello opistografo (dipinto su due lati) fosse un piccolo oggetto portatile per la devozione privata, probabilmente custodito in una borsa di cuoio, destinato a guidare l’osservatore nella preghiera e nella meditazione: l’immagine incoraggiava infatti la contemplazione empatica e la pietà imitativa. Di conseguenza, in quanto tale, sarebbe stata toccata, accarezzata e persino baciata, atti che permettevano al devoto di entrare in contatto con l’immagine sia spiritualmente che fisicamente.

Concettualmente, l’Ecce Homo di Antonello si colloca tra il genere dell’Andachtsbild, in cui le figure sacre sono completamente separate dal contesto narrativo, e una rappresentazione narrativa di un evento biblico. Sebbene Cristo sia qui mostrato isolatamente, la presenza della corona di spine e della corda colloca l’immagine in uno specifico snodo narrativo: dopo la flagellazione e la derisione di Cristo da parte dei soldati romani, ma prima della sua salita al Calvario. Questa convergenza tipologica suscita una potente risposta emotiva.

Il risultato distintivo di Antonello, sia in quest’opera che nel corso della sua carriera, risiede nella dissoluzione dei confini tra i generi pittorici. Qui, non solo carica una Andachtsbild di allusioni narrative, ma impregna anche l’immagine di Cristo di elementi ritrattistici, creando un incontro faccia a faccia tra l’immagine e l’osservatore. Nel quasi contemporaneo Ritratto d’uomo di Antonello conservato al Museo Mandralisca di Cefalù, il pittore trasmette analogamente un senso di individualità attraverso una sottigliezza espressiva, suggerendo la vita interiore del suo personaggio. Questa fusione di generi è ulteriormente sottolineata dal parapetto, un espediente comunemente impiegato nella ritrattistica olandese per fungere sia da confine visivo che da collegamento tangibile tra il mondo fisico dell’osservatore e lo spazio fittizio del modello.

L’impegno costante di Antonello con il tema dell’Ecce Homo si è sviluppato per oltre un decennio, e l’opera in questione segna la sua prima (e unica) elaborazione opistografa nota del soggetto. Questo dipinto stabilisce i parametri espressivi e formali fondamentali che avrebbero plasmato le quattro versioni note dell’Ecce Homo Antonello. Sebbene ciascuna differisca nei dettagli – l’inclinazione della testa, la rotazione del busto, la presenza o l’assenza della corda e della colonna, e l’inclusione o l’esclusione del parapetto e del cartellino – tutte suscitano una forte reazione nell’osservatore.

Secondo Sotheby’s, il dipinto in vendita sarebbe il primo della serie. Un Ecce Homo registrato nel 1653 nella collezione di Don Giulio Alliata (o Agliata) di Palermo, e oggi conservato al Metropolitan Museum of Art, è probabilmente la successiva elaborazione del soggetto da parte di Antonello. Dipinta a olio, forse su tempera, l’opera è firmata “Antonellus messane / [us] / me pinxit” e un tempo era datata 1470 (secondo Giovanni Battista Cavalcaselle, che vide la tavola negli anni Cinquanta dell’Ottocento in una collezione napoletana). Sebbene Antonello ometta la corda, riduca la visibilità del torso di Cristo e il grado di torsione, l’enfasi espressiva rimane la stessa: labbra leggermente dischiuse, palpebre cadenti e occhi infossati sottolineano la sofferenza di Cristo.

Una versione senza data, quella conservata nella Galleria Nazionale della Liguria a Palazzo Spinola a Genova, molto probabilmente dipinta dopo la versione del Metropolitan, ma forse appena precedente o contemporanea a quest’ultima, segna una ricalibrazione emotiva. La smorfia evidente nell’opera in vendita e nella versione del Metropolitan cede il passo a un’espressione più pacata di dolore e accettazione. Nessun parapetto separa Cristo dall’osservatore; l’opera è invece firmata su un cartellino dipinto sulla cornice, l’unico originale sopravvissuto. Antonello reintroduce la corda, rafforzando il carattere penitenziale dell’immagine.

Antonello da Messina, Ecce Homo (1470 circa; olio e tempera su tavola, 42,5 x 30,5 cm; New York, Metropolitan Museum)
Antonello da Messina, Ecce Homo (1470 circa; olio e tempera su tavola, 42,5 x 30,5 cm; New York, Metropolitan Museum)
Antonello da Messina, Ecce Homo (1473; olio su tavola, 48,5 x 38 cm; Piacenza, Collegio Alberoni)
Antonello da Messina, Ecce Homo (1473; olio su tavola, 48,5 x 38 cm; Piacenza, Collegio Alberoni)
Antonello da Messina, Ecce Homo (1470 circa; olio su tavola, 39,7 x 32,7 cm; Genova, Galleria Nazionale della Liguria, Palazzo Spinola)
Antonello da Messina, Ecce Homo (1470 circa; olio su tavola, 39,7 x 32,7 cm; Genova, Galleria Nazionale della Liguria, Palazzo Spinola)

Nel 1473 Antonello realizzò la sua tavola più grande del gruppo: un Ecce Homo firmato e datato, oggi al Collegio Alberoni di Piacenza. L’immagine include sia la corda che il parapetto fittizio (a cui è apposto il cartellino firmato e datato) e introduce una colonna dietro la figura di Cristo. Il nuovo elemento architettonico colloca l’immagine in modo più esplicito all’interno della narrazione della Passione, allineandola al momento della Flagellazione. L’anno successivo Antonello dipinse il suo ultimo Ecce Homo, un tempo conservato nella collezione Ostrowski e ora noto solo attraverso fotografie (in un’immagine scattata nel 1931, quando il dipinto era a Vienna per restauro, è leggibile la data “1474”). Qui, la colonna viene mantenuta, ma la corda è omessa e il parapetto notevolmente ridotto.

La prima attestazione nota dell’opera in vendita da Sotheby’s è del 1900 circa, quando l’opera è in una collezione privata spagnola. Viene poi acquisito da Wildenstein & Co. Nel 1967, e poi acquistato tramite vendita privata da Sotheby’s dall’antiquario italiano Fabrizio Moretti, il quale lo ha infine venduto all’attuale proprietario. Questo Ecce Homo ha una rilevante storia espositiva recente: l’ultima mostra che lo ha visto protagonista è stata la rassegna su Antonello da Messina a Palazzo Reale del 2019, dove era il dipinto numero 2 del catalogo. Prima ancora è stato esposto alla mostra su Antonello alle Scuderie del Quirinale di Roma (2006), alla monografica del Metropolitan Museum del 2005-2006, e alla mostra sul Rinascimento nel Mediterraneo tenutasi nel 2001 al Museo Thyssen-Bornemisza e al Museu de Bellas Arts di Valencia.


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